Robert Plant, storica icona dell’hard rock della prima ora con i suoi Led Zeppelin, spegne oggi le sue prime 72 candeline. Nell’attesa del suo prossimo doppio album Digging Deep, in uscita il prossimo 2 ottobre, potevamo risparmiarci di festeggiarlo in pompa magna nella nostra personalissima maniera? E come se non attraverso alcuni brani degli Zep nei quali la sua vocalità dirompente, così maschia e voluttuosa, predomina assoluta mettendo in ombra la maggior parte dei vocalist dell’epoca? Ecco quindi cinque brani iconici per celebrare il compleanno della voce degli Dei per antonomasia attraverso l’inconfondibile timbrica di un immortale del rock.

I Led Zeppelin in acustico ad Amburgo nel 1973. Wikipedia

“Babe I’m Gonna Leave You” (Led Zeppelin I, 1969)

Partiamo in quarta con una delle più sofisticate e sinfoniche ballad folk di tutti i tempi, la fantasmagorica “Babe I’m Gonna Leave You”. Premettiamo che in questa rischiosa selezione non troverete quel masterpiece assoluto di “Stairway To Heaven” perché includendola, ammettiamolo, ci sarebbe sembrato di voler vincere facile. Brano struggente e dallo spiccato sapore intimista, “Babe I’m Gonna Leave You” con la sua struttura cadenzata, lenta e splendidamente armonica, ci travolge sotto ogni punto di vista. Non solo per quegli impeccabili arpeggi acustici di Page, degni di scariche elettriche sulla spina dorsale, o per le accelerazioni repentine del suo tappeto ritmico firmato dal duo Jones – Bonham, ma soprattutto per una performance vocale di Plant che rasenta la più alta e ricercata perfezione stilistica.

Parliamo, inoltre, di un brano incluso in uno degli album d’esordio meglio riusciti degli ultimi cinquant’anni, in cui questa sorta di ciclica litania intrisa di sofferenza amorosa rompe totalmente gli schemi con ciò che la precede o la segue. Il brano, dotato di una struttura formidabile, alterna attraverso un dinamismo da manuale morbidi momenti a cambi fulminei di attitudine, nei quali il sussurro sommesso e consapevole di Plant, decisamente nella sua forma migliore di sempre, esplode in un grido disperato e straziante perfettamente appoggiato sulle mirabolanti evoluzioni degli altri tre compagni di merende. Da colpo al cuore.

“No Quarter” (The Houses Of The Holy, 1973)

Cambiamo radicalmente sonorità e atteggiamento nell’approcciarci a questa perla assoluta del britannico quartetto, contenuta all’interno di uno dei loro album più controversi e criticati della loro produzione. The Houses Of The Holy, considerato da molti come un tipico album di transizione, è in realtà uno dei loro lavori più eterogenei e complessi, che scandaglia in modo decisamente più ampio rispetto ai suoi predecessori quelle tipiche zone d’ombra tanto ricercate dalla band con un’ossessività talmente smodata da diventare leggenda.

Tutto l’intero progetto cela una volontà di rottura con le classiche matrici rock-blues che li avevano fino a quel momento distinti come una delle formazioni più riuscite del genere. La parola d’ordine fu una sperimentazione allo stato puro, e l’oscura “No Quarter” ne è la prova lampante. Gli arrangiamenti si fanno più curati, complessi, la struttura viene dilatata quasi in modo esasperante, l’atmosfera si fa trascendente gettandosi nella vastità incorporea della psichedelia. Insomma, “No Quarter” ci lascia dimenticare la nostra condizione umana e corporale, e ci avvolge, attraverso un’ipnotica linea vocale di Plant che qui troviamo effettato ad arte all’interno di un’atmosfera vorticosa e onirica, lasciandoci alla più perfetta contemplazione. Una vera e propria eccellenza compositiva in grado di isolarci dal mondo circostante, perfetta quindi per le ore notturne soprattutto grazie al predominio assoluto del piano elettrico di John Paul Jones.

“Since I’ve Been Loving You” (Led Zeppelin III, 1970)

Sensuale in modo incontrollato, “Since I’ve Been Loving You” è in tutto e per tutto l’emozionale pianto d’amore targato Led Zeppelin. Incisa straordinariamente in una sola take, “Since I’ve Been Loving You” mette al centro della sua inconfondibile poetica la drammaticità tormentata delle variazioni vocali di Plant, che, attraverso un magico botta e risposta tra il cantato e la chitarra di Page, conflagra in uno degli assoli più inconfondibili che la storia della band possa annoverare, “Stairway To Heaven” a parte. Insomma, vi stiamo parlando di un pezzo che scombussola le viscere dal profondo, dotato di un lirismo all’ennesima potenza in cui i sette minuti di durata non pesano neppure per un secondo durante l’ascolto.

Un pezzo, quindi, di una lunghezza consistente senza tuttavia mai scadere nel prolisso o nello statico, che riesce ad accendere l’ascoltatore attraverso ogni singola variazione armonica della sua struttura. “Since I’ve Been Loving You”, quindi, è in tutto e per tutto uno dei pezzi migliori per essere presi per mano e venire accompagnati nell’universo multifocale degli Zep, soprattutto perché a farla da padrone è la passionalità timbrica di Plant che qui sfodera le sue armi migliori regalandoci una prestazione espressiva di rara bellezza.

“Dazed and Confused” (Led Zeppelin I, 1969)

Unico grande capolavoro blues del loro primissimo album è l’esangue, trascinata e catartica “Dazed and Confused”, il cui tappeto sonoro, così intriso di pathos allo stato puro grazie al connubio perfetto del duo Page-Plant, fa da perfetto contraltare al lato ossessivo e frastornante dettato dall’impeccabile sezione ritmica di Bonham e Jones. Un intro che lascia poco spazio ai commenti, ponendosi come il manifesto di uno sfolgorante blues lisergico, e che fa da preludio all’intervento conturbante del nostro Robert, prima di penetrare nell’abisso dell’intermezzo di Page con tanto di archetto di violino.

Molti parlano di un’opera rovinata dalla successiva irruenza, o per meglio dire dall’accelerazione furiosa, messa in atto da Page e da Bonham nel fulcro stesso del brano. Sapete che ne pensiamo? Ovviamente che questa sia un’enorme baggianata. Il brano, senza la follia di quella sezione, non si sarebbe di certo potuto chiamare “Dazed and Confused”. Questo perché è proprio grazie a quel momento di purissima e cupa rabbia sonora che il pezzo è capace di lasciarci proprio come il suo titolo recita.

“Rock’n’Roll” (Led Zeppelin IV, 1971)

Passiamo in chiusura ad uno dei pezzi più radicalmente rock’n’roll della storia, il cui titolo non mente sull’intenzione alla base del dinamitardo quartetto britannico. A quanto pare la band stava cercando con estrema difficoltà di chiudere “Four Sticks” all’Headley Grange Mansion, e pare che l’unica cosa che restasse da fare fosse lanciarsi sull’improvvisazione. Fu Bonham a partire con l’intro di “Keep A-Knockin” di Little Richard alle pelli, Page lo seguì a ruota con un riff alla Chuck Berry mentre il testo fu affidato alla manina sapiente di Plant. Ecco come la sfolgorante, intensiva “Rock’n’Roll” vide per caso la luce ammantandosi di eternità.

Qui Plant si supera oltre ogni limite immaginabile: la sua voce, qui come in pochissimi altri casi con un simile rigore, è irraggiungibile, inarrivabile. Proprio la linea vocale, infatti, è ciò che rende unica nel suo genere una traccia che, alla fin fine, percussioni estenuanti e riff di Page infuriati ed impeccabili a parte, sarebbe potuta essere davvero solo una canzoncina di nudo e crudo rock della vecchia scuola. Con Plant alla voce, qui, non ce n’è per nessuno.

Tanti auguri Hammer of the Gods.

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