di Mariachiara Cionfi e Cristina Baldari

Gli anni Novanta hanno definitivamente serrato i loro cancelli a noi poveri mortali, lasciandoci orfani di una delle icone della dance più hardcore all’interno di quella controversa quanto dinamitarda decade ormai blindata nel passato.

Stiamo parlando di Keith Flint, l’inconfondibile leader dalla più pura attitudine punk del trio britannico dei Prodigy. Volto indiscusso della scena rave mondiale, si è tolto la vita a soli quarantanove anni nella sua abitazione nell’Essex, donandoci così quell’amara consapevolezza che una parte del capitolo più irriverente delle nostre vite ballerecce se ne sia andato via con lui nel weekend per non tornare mai più.

La notizia del traumatico addio ci è arrivata dalle parole di un devastato Liam Howlett, loro storico DJ, attraverso il canale Instagram ufficiale della band:

The news is true, I can’t believe I’m saying this but our brother Keith took his own life over the weekend.
I’m shell shocked, fuckin angry, confused and heart broken … r.i.p brother Liam

Decidiamo quindi di salutare alla nostra maniera Keith, quello che per noi sarà sempre il guru per eccellenza dell’elettronica anni ’90 nonché Signore indiscusso delle più disparate notti brave di tanti di noi che oggi faticano a realizzare la sua futura assenza.

Keith Flint durante una performance al Phoenix Festival. Fonte: Mick Hutson/Redferns

Il contributo puramente musicale di Flint all’interno del panorama discografico mondiale non potremmo non definirlo come profondamente rivoluzionario: la sua attitudine irriducibile è stata infatti in grado di scardinare tutti quei i dogmi storicamente intoccabili vigenti da tempo immemore in ambito discografico.

Keith ha aperto le porte al popolo, nel senso più stretto del termine. Con l’apparizione dei Prodigy sulla scena underground d’Oltremanica, gli anni del loro esordio si sono immediatamente tinti di un profondo tono di essenziale democrazia: tutti potevano creare, tutti erano liberi di esprimere la propria personale concezione musicale, tutti avevano finalmente il lasciapassare per eviscerare la propria idea di performance. L’ingresso della band di Braintree dagli ambienti rave nel panorama musicale internazionale fu quindi una vera e propria folgorazione, e la goliardia intrinseca del loro primo album Experience (1992, XL Recordings) con l’incalzante Jericho in apertura parlò per loro, mostrando tutta l’irriverenza che li ha contraddistinti fino alla tragica giornata di ieri.

Keith Flint. Fonte: Trendolizer

La scena techno hardcore da loro prediletta e all’interno della quale sono stati inseriti a titolo di paladini indiscussi si è andata quindi progressivamente arricchendo negli anni ad ogni loro produzione fino al loro ultimo No Tourists (2018, BMG), regalandoci ben otto album in studio da potersi singolarmente definire delle assolute pietre miliari figlie naturali di quell’Inghilterra in pieno fermento creativo e reazionario di quegli anni.

Dimentichiamoci però toni o vocalità aggraziate quando si parla dei Prodigy: a dominare la scena sonora del loro intero percorso vi sono reminiscenze del punk della prima ora e campionamenti ossessivi, martellanti, nonché una mescolanza perfetta di sonorità tipiche della più rigida scuola techno alla primissima Detroit maniera e sprazzi di rock diffusi fra le tracce a rendere saturo e d’impatto il prodotto finale.

Keith Flint. Fonte: Digital Spy

La scomparsa di Keith segna perciò oggi una linea di demarcazione tra passato e futuro in questo presente così musicalmente incerto. Non dimenticheremo le sue performances travolgenti, il suo aver reso un genere di nicchia come il big beat la soundtrack ideale delle arene più imponenti di ogni angolo del mondo.

Nel corso della loro carriera i The Prodigy hanno pubblicato sette album in studio, ovvero Experience (1992), Music for the Jilted Generation (1994),  The Fat of the Land (1997),  Always Outnumbered, Never Outgunned (2004), Invaders Must Die (2009), The Day Is My Enemy (2015) e No Tourists (2018). Solo in uno, precisamente nel quarto, manca la partecipazione di Keith Flint; in occasione di questa triste ricorrenza abbiamo deciso di rinfrescarvi la memoria con una carrellata di quattordici brani che potessero riassumere la loro storia discografica. Per il vostro appetito, ecco un po’ di musica Prodigiosa per menti caotiche.

1992: Experience, ordine ed (ir)razionalità

Il 1992 è l’anno del debutto discografico per la band di Braintree. Visto sotto una bagliore profetico, il full-length di tredici tracce in questione  (venticinque complessive nella versione estesa e rimasterizzata che include remixes & B-Side) già allora sembrava poco affine alle convenzioni ed alle aspettative: Experience, come annuncia l’azzardo del nome stesso, è un album maturo se pur anagraficamente d’esordio. È solido, ben piantato nell’industria musicale, nella tracklist sfoggia evergreen inscalfibili che anche dopo quasi ventisette anni rimangono l’oggetto delle nostre conversazioni, dei nostri momenti. Da questa miniera preziosa ne abbiamo estratto due gemme, Out Of SpaceRuff In The Jungle Bizness, rispettivamente settimo ed undicesimo pezzo. Il primo non ha bisogno di particolari presentazioni: è il famosissimo sample della hit di Max Romeo presa da War Ina Babylon (1976), un viaggio onirico e no limits in cui il reggae riesce ad amalgamarsi a sonorità techno hardcore/dance tipiche degli anni ’90, sfidando qualsiasi incredulità. Il secondo brano scelto, acronimo di un “come volevasi dimostrare” posto a fine teorema, è proprio un’incredibile specchio di quei suoni a cui alludevamo poco fa.

La copertina di “Experience” (1992)

 

1994: Music for the Jilted Generation, quando la testa iniziò ad urlare

Due anni dopo, i The Prodigy scrivono Musica per la Jilted Generation, la Generazione Abbandonata. Anche per il secondo album, ma anche per tutti gli altri che costellano il loro percorso professionale, vale la legge da fight club secondo cui sia matematico trovarci dentro un pezzo che avete ascoltato o ballato almeno una volta nella vita (contiene le tracce No Good (Start the Dance), Voodoo People e Poison). I Ragazzi Prodigio sono fatti così, si sono insinuati nei nostri vissuti senza che ce ne accorgessimo, sono diventati parte di un background culturale che ci ha messi al mondo e forgiato. Sono stati ovunque, dentro ed intorno a noi. I pezzi che abbiamo scelto sono The Heat (The Energy) e 3 Kilos, differenti ed imprescindibili l’uno per l’altro. Il primo è un frangiflutti di pensieri, un naufragare placido e assorto che carbura piano, pianissimo, dolcemente; il secondo è stato tirato per le gambe dai bellissimi Seventies, shakera funk ed atmosfere orientali in un cocktail mai presentato al pubblico. Ascoltare per credere.

La copertina di “Music for the Jilted Generation” (1994)

1997: The Fat of the Land, la supremazia del granchietto curioso

Passati trentasei mesi, le stesse creature fantastiche responsabili della genesi di The Dark Side Of The Moon ed OK Computer ultimarono la creazione di Lui, The Fat of the Land. Il terzo album del sortilegio non è altro che una delle pietre miliari della musica di tutto il globo e di tutti i tempi, un ordigno che disconosce le bombe ad orologeria ma che esplode imperituro e di continuo, senza arrestare i propri effetti devastanti. Iconico, aggressivo, rock; l’ascolto di questo capolavoro è un’esperienza d’impatto, risulta difficile uscire indenni dall’onda d’urto. L’energia si propaga come linfa, come sangue, come un olio lubrificante. Il grezzo è abolito e dà spazio al fine. Buona estetica e passione si sposano sulle note di Diesel Power e Climbatize. Non possiamo far altro che incitarvi caldamente a fare la sua conoscenza.

La copertina di “The Fat of the Land” (1997)

2004: Always Outnumbered, Never Outgunned, psichedelia e perle rare

Questo è l’unico lavoro in studio in cui non vi è la partecipazione di Keith Flint, eppure la cattiva coincidenza vuole che sia uno dei loro album migliori. Bistrattato e poco mainstream, Always Outnumbered, Never Outgunned è un convincentissismo potpourri di suoni appartenenti a generi e sfere geografiche diverse e si conferma come il tentativo più sperimentale della band. È fresco, dinamico, difficilmente annoia l’ascoltatore, che si ritrova, invece, vittima di un coinvolgimento total body tra i più gradevoli mai provati. Dalla tracklist abbiamo estrapolato il secondo e l’ottavo pezzo, rispettivamente Girls e Medusa’s Path. La loro scelta non è casuale: i ritmi sono nuovi, inaspettati e particolari, mentre le emozioni si rinvigoriscono in una primavera di dolce sentire.

La copertina di “Always Outnumbered, Never Outgunned” (2004)

2009: Invaders Must Die, i nemici non hanno scampo

Superata la performance di  Always Outnumbered, Never Outgunned, i The Prodigy tornano nel 2009 alle sane e vecchie abitudini che li hanno consacrati ad idoli internazionali. Invaders Must Die pullula di quei beat rintracciabili nelle prime uscite discografiche, è una conferma del potenziale che ci era già noto ed i colpi di scena sono davvero pochi, motivo per cui è possibile definirlo in toto come un album contraddittorio. Abbiamo scelto due tracce significative per provare a  farvi comprendere meglio il concetto, Warrior’s Dance e Stand Up. Warrior’s Dance è la tipica canzone prodigiosa che esce come singolo (insieme a  Invaders Must Die, Omen e Take Me to the Hospital) ed incarna integralmente quello che ti aspetti, niente di più e niente di meno. Discorso opposto per Stand Up: l’outro di questa quinta fatica è così scioccante da obbligarti a controllare che si tratti di una loro canzone, vista la natura sovversiva e fuori dal coro. Sorpresa o peccato di gola per le papille uditive?

La copertina di “Invaders Must Die” (2009)

2015: The Day Is My Enemy, ovvero segui la volpe rossa

Lo slancio vitale dal sapore rivoluzionario arriva nel 2015 con The Day Is My Enemy e la sua pelle dura. È un album di tutto rispetto, meno variegato del precedente ma con un caratterino niente male; la piccola volpe aranciata si articola in quattordici tracce e rende il pelo ispido mettendosi sulla difensiva, digrigna i denti ed osserva, domina il mondo con i piccoli occhietti scuri. Perennemente in guardia, sa di doversi battere in caso di attacco o caduta. Da qui prendiamo Wild Frontier e Medicine e ci rendiamo conto che una è uno schiaffo, l’altra una carezza, una è una maratona e l’altra una passeggiata sul lungomare, una è rossa e l’altra blu. Nonostante tutto hanno ancora qualcosa in comune: sono entrambe cura e mai il male.

La copertina di “The Day Is My Enemy” (2015)

2018: No Tourists, colpo basso al settore terziario della mente

Arriviamo dunque a novembre 2018, momento in cui il gruppo pubblicò il suo settimo ed ultimo album No Tourists. Sebbene siano passati quasi trent’anni dalla pubblicazione del primogenito musicale, la carica che li contraddistingue rimane immacolata come una cera di Madame Tussauds. È un disco letale, agguerrito, appartenente ad una dimensione ultraterrena e la copertina sembra un frame di Sin City. Pochi mesi fa a nessuno avrebbe mai sfiorato l’idea che questo potesse essere uno degli ultimi lavori, forse il conclusivo di una lunghissima attività tra sale di registrazioni e palchi. Con Keith non se ne va solo un artista, ma anche la certezza di un possibile dopo; l’avvenire è un buco nero dall’attrattiva affascinante e letale, spiazza e spinge alla passività. I The Prodigy sono inclusi in quell’environment che, in modo conscio o inconsapevole, ci ha resi quello che siamo: umani famelici di bellezza, entità aliene amanti della potenza del suono ma sempre e costantemente bisognosi di musica Prodigiosa per menti caotiche. Decidiamo di dedicarci due brani, Boom Boom Tap e We Live Forever. L’ultima, senza remore, va al tuo spirito che non muore mai. Che la terra ti sia lieve.

La copertina di “No Tourists” (2018)

 

Addio Flint, insegna agli angeli a sballarsi con te.

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