La musica e la religione, qualsiasi cosa essa voglia significare, hanno un rapporto antico. Un rapporto simbolico potente, come è potente il suono e la valenza che esso può assumere. Probabilmente religione e musica sono gemelle: nate assieme e cresciute assieme, la seconda come cassa di risonanza della prima. La religione si è da sempre nutrita di simbologia ed è, più in generale, un sistema di simboli; la musica ne è stata, e in realtà continua ad essere, un simbolo importante. Il suono è immediato ed ha la capacità di arrivare alle menti degli esseri umani: la congiunzione perfetta tra immanenza e trascendenza. Perciò, è naturale che le strutture religiose, dalle più antiche alle più attuali, si siano sempre servite di uno strumento così fenomenale per veicolare le proprie interpretazioni della spiritualità

Nell’antica Grecia la musica era sacra di per sé in quanto veniva usata come cura per i mali della mente e capace di alterare lo stato d’animo degli esseri umani. Gli antichi greci avevano visto lungo sulla questione ed effettivamente ogni cultura ha dato un’interpretazione propria alla musica, accompagnandola da notevoli studi su come utilizzarla. L’Induismo considera la musica come espressione diretta del Divino e i musicisti alla pari di veri e propri profeti. L’Islam non è da meno come anche il Cristianesimo in tutte le sue forme. La musica e la religione hanno un rapporto privilegiato, cresciuto e modificatosi nel tempo. Nel corso degli ultimi due secoli, le religioni sono nate da diverse interpretazioni di quelle preesistenti, aumentando così di numero. La musica Reggae è una delle interpretazioni più contemporanee e una di quelle che ha avuto maggiore diffusione.  

Non è un caso che la vita personale e artistica di Bob Marley sia legata con un doppio filo alla religione. Figlio del multiculturalismo, da padre bianco europeo e madre nera giamaicana, ai margini della società in una Kingston poverissima e abituato ad avere poco, Marley crebbe con un’educazione cattolica. La vita del cantautore è nebulosa e difficile da analizzare: un rapporto difficile col padre che lo accompagnerà per tutta la vita ad avere una mancanza profonda, la quale Marley riuscì a colmare grazie alla musica e alla spiritualità.
Considerò la sua nascita, da due culture differenti, come un segno di provvidenza divina, nel segno dell’unione e della fratellanza tra gli uomini.

La propensione spirituale di Marley fu chiara sin dall’adolescenza quando, quasi per caso, si rese conto che voleva diventare un Rasta e convertirsi, quindi, al Rastafarianesimo. È qui che il percorso spirituale di Bob ebbe inizio. Quella che si considera “Tredicesima tribù di Israele”, pur criticando aspramente Ebraismo e Cristianesimo, in Giamaica, nella seconda metà del novecento, era una comunità forte e numerosa. Con radici africane forti – il Rastafarianesimo nasce in Etiopia negli anni ‘30 – i predicatori arrivarono in territorio giamaicano, trovando terreno fertile in una popolazione stanca dei soprusi degli europei cristiani. Così, quando Marley iniziò a vivere la sua Trenchtown – gli slums della Kingston dell’epoca – ne rimase affascinato. I tipici dreadlocks ne furono e sono ancora il simbolo più evidente e caratteristico, prendendo spunto dal mito di Sansone. Da lì, Marley non divenne mai un religioso praticante nel senso stretto del termine, ma si “limitò” a fare della spiritualità la sua musica. Grazie a questa intuizione, oggi, possiamo ricostruire il Vangelo secondo Bob Marley ripercorrendo i suoi album e i suoi singoli, mettendo assieme una visione contemporanea della religione e della sua comunicazione al Mondo.  

Evidentemente, dopo anni di musica, tutto ciò non bastò più. Il 4 novembre del 1980, Marley sentì di aver bisogno di qualcosa di più: ecco allora il ritorno del Cristianesimo, grazie all’aiuto del suo caro amico Abunda Yesehaq.
Fu un passaggio importante e simbolico quanto quello fatto in gioventù al Rastafarianesimo. Una scelta consapevole che dimostrò quanto religione e musica fossero indissolubili.
Così, Marley mise un punto alla questione spirituale che lo attanagliava da tutta la vita. L’ultimo dei suoi album pubblicati in vita, Uprising, è figlio di questa ultima esperienza, pochi mesi prima di morire.

Il musicista giamaicano più famoso nel mondo, seguito dall’indimenticabile Peter Tosh, ci ha insegnato, tra le tante cose, che la spiritualità non deve per forza essere un fatto di religione.
Ognuno deve, come obbligo morale per ritrovarsi in pace con se stessi, dare sfogo alla propria spiritualità.

Immagine copertina: pagina Fb dell’artista.
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