Qualcuno dice che la musica non dovrebbe essere politica: l’art pour l’art potremmo dire. Quella di cui parleremo qui, invece, è fortemente ideologica: radicata nel punk dei Clash e con i rami che abbracciano il mondo intero. Oggi, nel giorno del compleanno di Manu Chao, crediamo sia giusto celebrarne l’attualità ripercorrendo il suo capolavoro: ClandestinoUn disco che è stato la colonna sonora di una generazione di movimenti, quelli globalisti, che hanno attraversato il mondo prima di essere brutalmente repressi durante il G8 di Genova nel 2001. Clandestino era uscito tre anni prima, ma la sua voce incarnava le idee di una generazione che voleva porre fine a una globalizzazione predatoria e senza scrupoli. È, infatti, un disco che racconta le storie degli sfruttati, dei colonizzati e degli ultimi di tutto il mondo.

Il mondo a Parigi

Manu nasce a Bilbao, nei Paesi Baschi. Giovanissimo è costretto a lasciare il paese insieme alla famiglia a causa della dittatura di Franco. Si trasferiscono a Parigi e, certo, le loro condizioni sono quelle di una famiglia benestante, che troverà nella capitale francese una nuova normalità. Tuttavia vivono sulla loro pelle il dramma di dover lasciare la propria casa, tema che sarà centrale nella musica e nella vita del cantautore. A Parigi la casa di Chao è un crocevia di umanità: i genitori ospitano numerosi esuli in fuga dai regimi sudamericani, e anche questo ambiente sarà fondamentale per la sua crescita. È sempre a Parigi che muoverà i primi passi nel mondo della musica, formando i Mano Negra insieme al fratello Antonio. Nella musica del gruppo ci sono le radici punk che saranno un caposaldo della carriera artistica di Manu Chao. Anche quando si allontanerà da quelle sonorità, ispirate dagli ultimi lavori dei Clash, la sua attitudine rimarrà profondamente ribelle.

La musica come un viaggio

Clandestino, l’esordio da solista di Manu, è la sintesi di un percorso che negli anni novanta lo ha visto girare per il sud e centro america. Anzi, non è soltanto una sintesi: è un vero e proprio manifesto. Ascoltarlo oggi, a più di vent’anni di distanza, ce lo dimostra in maniera forse ancora più evidente. In esso confluiscono una miriade di influenze: dalla salsa latinoamericana al dub, dall’elettronica al pop francese. E poi le voci: Clandestino è un disco affollato, brulicante di parole, lingue, accenti. L’intenzione del cantautore era di scoprire e riuscire a replicare la street music e l’ambiente popolare di diversi luoghi del pianeta. Nel disco si accavallano e mescolano sonorità che sono pezzi di mondo, frammenti di quotidianità lontane ma accoglienti.

Un disco ancora attuale

In un’epoca lontana anni luce dalle comodità tecnologiche odierne, Clandestino è un lavoro di una modernità scintillante. Registrato da Manu Chao con il solo ausilio del proprio laptop, portato con lui in giro per il mondo e battezzato nei crediti Estudio Clandestino. È questo studio portatile a essere un fulcro fondamentale del disco: la leggenda vuole, infatti, che la forma quasi totalmente acustica di ‘Clandestino’ sia dovuta a un incidente di percorso. Le tracce di batteria contenute nel prezioso laptop sarebbero andate perdute a causa di un crash del sistema, costringendo Chao a trovare soluzioni alternative. Il risultato è un lavoro ritmato unicamente dalla chitarra acustica o da qualche percussione, e stratificato di frammenti melodici che attraversano tutte le tracce. Il disco è così una suite continua di sedici brani che si compenetrano l’un l’altro. Il tema melodico della title track si trasforma in “Desaparecido“, poi si movimenta nella dolce “Bongo Bongpoi ancora diventa “Mentirae ancora e ancora, fino a concludersi – forse anche metaforicamente – ne “El Viento

Un’amalgama di linguaggi

Quello che rende Clandestino un disco moderno è poi il suo cosmopolitismo. Viviamo ancora, e più che mai, in un mondo che è attraversato da frontiere, fisiche e mentali. Manu Chao le abbatte tutte. Francese, spagnolo, inglese, portoghese: le canzoni del disco sono un coacervo di suoni e mondi (se è vero che ogni lingua è un mondo a sé, come sostenevano Sapir e Whorf).

I suoni, assemblati utilizzando loop e ripetizioni, quasi fosse un lavoro di incastri. I mondi, raccontati non soltanto dalla voce di Manu Chao ma anche da numerosissimi estratti discorsivi, campionati da trasmissioni radiofoniche – appunto – “clandestine”. Il disco racconta un mondo fatto di moltitudini, un mondo che resiste e trova nella musica il carburante della propria resistenza. Oggi, che l’umanità si ritrova davanti a battaglie comuni (pensiamo a quella, fondamentale, per sconfiggere il cambiamento climatico), un disco come questo ci ricorda che facciamo parte di una sola comunità, e dobbiamo lottare per salvarla.

Clandestino, ancora oggi, è uno dei dischi più ricchi di spunti di riflessione del nostro passato recente. Rimasto attuale anche nella forma, oltre che nei contenuti: perché è staccato da confini precisi di genere e perché è stato in grado di diventare la voce di un artista. A differenza degli altri dischi che si sentono puntualmente a qualsiasi manifestazione in piazza, insomma, questo è un disco vivo e vitale ancora oggi. Vale la pena tenerlo presente per portarselo sulla famosa isola deserta, proprio perché ci ricorda che nessun uomo è un’isola. 

 

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