Entrare nel mondo di David Lynch è un’esperienza surreale. L’eclettico regista americano è senz’altro tra i più importanti della nostra epoca: per la sua capacità di trasportare lo spettatore in luoghi – non solo fisici, ma metafisici – misteriosi e onirici. Per questo la visione delle sue opere cinematografiche è così coinvolgente da risultare talvolta addirittura disturbante (Mulholland Drive su tutti). Quello di Lynch è un mondo nel quale i significati sono volutamente sommersi da suggestioni, immagini e associazioni di idee che lo rendono simile a un sogno che perde ogni coerenza una volta aperti gli occhi. Al centro di tutto ciò – perché, in fondo, c’è un centro – si intravede la profonda provincia americana, dalla quale l’artista dopotutto proviene. Twin Peaks, su tutto: è già nel titolo una storia che parla di un luogo. Chissà quando, di preciso, il nostro ha deciso di ampliare il proprio sguardo scegliendo la musica come mezzo espressivo. Questa sua fascinazione ha di certo radici profonde, a giudicare dall’importanza che hanno le colonne sonore (in Twin Peaks ma non solo) nei suoi film, e dalle sue passate collaborazioni con Badalamenti per le musiche dei suoi film, o quelle con gli Interpol e gli Sparklehorse.

In questo video il compositore italo-americano racconta com’è nato uno dei temi più riconoscibili di Twin Peaks

Lynch e la musica

Il video di ‘I’m Waiting Here’ può essere un perfetto punto di contatto tra l’immaginario filmico e quello sonoro di Lynch. Un viaggio in macchina nella sconfinata Death Valley, su una strada sempre uguale a sé stessa, mentre il sole tramonta fino a lasciare che la notte coli sul paesaggio. Il brano, intanto, procede con una ritmica marziale mentre la voce eterea di Lykke Li canta un amore. Ci perdiamo nell’impercettibile cambiamento del cielo come nelle parole della cantante svedese. Paradossalmente ci introduciamo nel mondo musicale di Lynch da quella che è di fatto l’ultima canzone della sua discografia “da solista”, contenuta come bonus track in ‘The Big Dream’ (2013). Cominciamo dalla fine, e questo viaggio non sappiamo se sia una partenza o un ritorno a casa.

I due dischi di Lynch si somigliano molto, e sono costruiti entrambi su topos ben definiti: l’ossessività delle ripetizioni, la voce resa aliena e robotica dal vocoder, le chitarre sporche e desertiche. Il risultato è un blues allucinato che attraversa storie e luoghi senza penetrarli davvero eppure afferrandone l’anima disturbata. Il primo disco, uscito nel 2011, è ‘Crazy Clown Time‘. Anche qui c’è una presenza femminile di primo piano, questa volta in un brano che apre la tracklist: ‘Pinky’s Dream’ è un altro viaggio nella provincia, cantato da una Karen O a tratti occulta e a tratti sfavillante nei suoi acuti.

Il blues che cambia faccia

Per David Lynch la vita è un susseguirsi di esperienze insensate, tra le quali non possiamo che afferrare talvolta qualche brandello di significato. Nella sua esperienza come musicista, la vita è quella dei derelitti e degli ultimi: per questo i richiami più evidenti affondano le radici nella tradizione del blues. In ‘The Big Dream’, per di più, è presente anche una cover della ‘Ballad of Hollis Brown’, già cantata da Nina Simone Bob Dylan. Anche la ripetitività, a ben guardare, è un elemento chiave del blues. Nella musica di Lynch, però, si slega dalle scale e dagli accordi e si spoglia fino a diventare un ingrediente a sé stante. Come esempio di questo aspetto prendiamo ‘Noah’s Ark’: una sorta di spoken word nevrotico che si sviluppa su un ritmo cardiaco.

Quelle create dal regista sono insomma propaggini sonore del suo universo visivo, e non può che essere così. Materiale che non ha una vera e propria origine e sembra capitato sulla terra dai meandri di un sogno inafferrabile. Dopotutto Lynch non si è mai preso davvero sul serio,fa parte del suo essere così hitchcockiano (il suo ultimo film su Netflix è l’ennesima dimostrazione): anche quando si è calato nei panni del musicista ciò che ha costruito è un labirinto di suggestioni nel quale si accavallano rimandi, citazioni e frammenti di realtà. L’ascolto, come la visione, dell’immaginario lynchiano equivale all’accettazione del perdersi. In un mondo che ha fatto della narrazione il proprio gotha, scegliere di farsi suggestionare dall’incomprensibile e dall’ignoto ha tutta l’aria di essere un atto rivoluzionario.

immagine di copertina: dal documentario “The Art Life”
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