Sono passati venti anni dal primo album dei Verdena. Parlare di loro vuol dire tornare indietro ed entrare in un mondo fatto di passione, introspezione e un modo di fare musica che, in parte, oggi sembra essersi perso. E’ il marzo del 1999 e i tre, che a breve diventeranno noti come “Nirvana italiani”, decidono di buttarsi nella produzione di un album. Gli anni di attività del gruppo sono, sulla carta, già quattro. Nel 1995 i due fratelli bergamaschi Alberto e Luca Ferrari decidono che è tempo di suonare. Sono giovanissimi: Alberto non ha nemmeno diciassette anni e Luca ne ha appena quattordici. Alberto trascina il fratello all’interno del mondo della musica da qualche anno e iniziano come tanti, con una chitarra elettrica economica e una batteria in una stanza piccola e buia. I primi concerti in zona sono in due, poi cambiano bassista quattro volte in pochi mesi, infine nel 1996 trovano una ragazza che con loro si trova proprio bene. 

Qualche anno prima, una ragazza entra in un negozio della provincia bergamasca e, sfogliando una rivista che le capita davanti, rimane affascinata da un gruppo appartenente al movimento delle Riot Grrrl, le L7. Roberta Sammarelli da allora decide che il rock non lo vuole solo ascoltare ma anche suonare. Inizia così in vari gruppi femminili e poi conosce Alberto, entra nel gruppo e ha anche una relazione con lui. Da quel momento nascono i Verdena per come li conosciamo noi

Fonte: pagina Facebook Verdena

Parlando dei The Jam in un’intervista del 2015, Alberto dirà: “la potenza e l’energia che emanavano la volevo ottenere anche io”. Gli anni ‘90 che si avviano a conclusione e una certa insoddisfazione nelle proprie vite, portano i tre a ricercare questa potenza all’interno del mondo nel quale sono cresciuti: il grunge e il post punk. Ad accoglierli a braccia aperte, decidendo di produrre il loro primo album, non poteva che trovarsi un certo Giorgio Canali, allora nei CSI e ancora oggi esponente di spicco del rock alternativo made in Italy. Inizia così, con un produttore di rilievo e tre ragazzi che sgomitano per esprimere sé stessi, la storia di una band che ha tracciato un solco nella musica italiana recente

Inizia con un lavoro potente, come quello che Alberto voleva, fatto di tracce emotivamente pesanti e avvolgenti. Si entra in un mondo fatto di rabbia, urla e grancasse spaccate dalla traccia di apertura, Ovunque, fino alla chiusura con Eyeliner. Ai Verdena però piace cambiare. Non tanto nel sound post grunge e nel modo di porsi distaccato e malinconico, quanto nell’approccio che hanno nell’affrontare ogni singolo pezzo. La costante alternanza tra pezzi in cui il rumore e gli effetti sulla chitarra spadroneggiano e sonorità più acustiche crea una comfort zone nella quale si entra e si spera di non doverne uscire mai. Ad ascoltare Verdena dei Verdena non ci si annoia e se ne vorrebbe ancora. 

Il trio ha esordito con un album perfettamente, anche se non volutamente, costruito. Una forza interiore che utilizza la musica per fuoriuscire e contagiare le tantissime persone che sono rimaste colpite da un lavoro così potenteCerto i Verdena non furono, durante gli anni ‘90, un caso isolato. Anzi, si inserirono alla perfezione all’interno di un contesto ampio e formato da una lunga serie di band più o meno note che, assieme, formarono il primo vero esempio di indie italiano. Sono loro che, però, riescono a consegnarci un gioiello di questo indie malinconico e strumentale, riportandoci indietro di venti anni a quando eravamo giovani, anche se non eravamo ancora nati. 

Ragazzi, ci siete mancati.

 

Fonte immagine copertina: pagina Facebook della band
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