Oggi vogliamo raccontarvi una storia, più precisamente quella della voce più malinconicamente angelica negli annali rock d’autore. E di certo non lo facciamo in un giorno qualsiasi, ma in occasione dell’anniversario di quella nuotata fatale in un affluente del Mississippi che ce lo portò via il 29 maggio del 1997.

Stiamo parlando di colui che potremmo definire come l’asteroide infuocato che ha segnato indelebilmente quel caotico firmamento musicale figlio dei primi anni Novanta col suo indimenticabile e fulmineo passaggio: il compianto Jeff Buckley.

Come una cometa

Nato il 17 novembre 1966, il figlio di Tim Buckley ha ancora oggi il merito di essere riuscito, come pochi altri all’interno della sua breve quanto sfolgorante carriera, a marcare a fuoco in appena una manciata di anni e con un solo album all’attivo, la sua presenza nella storia della musica mondiale. È proprio per questo che celebrarne il suo rapido quanto fondamentale transito su questa Terra sia non solo dovuto, ma inevitabile dato il suo inestimabile valore artistico.

Un diamante allo stato grezzo in fase di espansione artistica era il Jeff che nel 1994 si manifestò agli occhi del mondo con il suo Grace. Un artista alla stregua di altri autori ormai scomparsi come Cobain o Curtis, che oseremmo definire forse troppo straordinari e complessi per questo pianeta in perfetta decadenza, ai quali l’esistenza ha riservato un epilogo quanto mai tragico, e in questo caso specifico addirittura beffardo.

Se le acque torbide del Mississippi non l’avessero strappato alla vita ad appena trent’anni, risparmiandogli questa sorte quantomai ingiusta, di certo il caro Jeff ne avrebbe avute di cose ancora da dire. Non abbiamo dubbi che sarebbe riuscito facilmente ad affermarsi come uno dei più talentuosi ed eleganti cantautori dell’epoca postmoderna.

Jeff Buckley

Jeff Buckley in uno scatto di Kevin Westenberg. © Kevin Westenberg

Grace

E come celebrarlo al meglio se non ricordando proprio lo splendore imperituro del suo esordio discografico?

Grace, pietra miliare della discografia mondiale fin da quell’agosto del 1994, è un’opera magna nonostante il suo distintivo tratto acerbo e indefinito (stiamo sempre parlando del debutto di un giovane di appena ventotto anni), dotata di quella malinconia talmente inafferrabile e sublime da farci pensare immediatamente a quella gioia di essere tristi così decantata in tempi remoti nientemeno che da Victor Hugo.

Quello che Grace ancora rappresenta è, senz’altro, un capolavoro senza tempo, dallo spiccato valore universale per sua stessa natura intrinseca.
È, senza mezzi termini, una perfetta miscellanea delle più disparate influenze del suo autore, portata avanti con un’ispirazione dal sapore profondamente spirituale dalla sua traccia d’apertura alla sua coda finale.

Grace presenta quindi un corpo stilistico polimorfico e multifocale, figlio unico di tutte le diverse componenti e matrici musicali proprie della personalità eclettica di Jeff: simbolo di ciò è senz’altro l’evocativa, intima nonché letteralmente sconvolgente personalissima versione di Buckley dell'”Hallelujah” del magister vitae del cantautorato d’Oltreoceano, Leonard Cohen.
Come anche il classico di Broadway “Lilac Wine” del 1950 e “Corpus Christi Carol“, riscritta da Benjamin Britten nel 1961.

La morte

Ciò che rende straordinario un album come Grace è dato anche dal fatto che questo rappresenta l’unico testamento artistico e spirituale di Buckley come uomo e artista.

Una semplice nuotata nelle acque di un affluente del Mississippi, nell’area della storica Memphis, è ciò che lo concede alla sua sventurata morte, un incidente banale avvenuto cantando con indomita leggerezza “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin. Buckley verrà ritrovato solo una settimana dopo, ed il mondo in quell’occasione si ritrovò nuovamente orfano di un altro stupefacente talento.

Jeff Buckley

Jeff Buckley in uno scatto di Kevin Westenberg. © Kevin Westenberg

Grace altro non è quindi che una vera e propria esperienza sonora, dal forte retrogusto evocativo e mistico.

Ciò che non è possibile tralasciare è certamente la sua modalità unica di trasmettere tutto quel carico emotivo generato dai meandri più reconditi della sua anima.

Grace è quindi tutto questo: un album che ci lascia ancora senza fiato.

This is our last goodbye
I hate to feel the love between us die
But it’s over
Just hear this and then I’ll go
You gave me more to live for
More than you’ll ever know.

Immagine di copertina: © Kevin Westenberg
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