John Coltrane era un jazzista eclettico e smisurato. Il 6 agosto entrò a far parte della marina militare americana, quello stesso 6 agosto in cui l’Enola Gay, un Boeing B-29, sganciò la prima bomba atomica su Hiroshima. Il mondo viveva diversamente allora, il jazz si snodava ancora fra le orchestre militari, le note colte di George Gershwin e la sua Rhapsody in Blue, il clarinetto di Benny Goodman, e Moonlight Serenade di Glen Miller, approdata nella storia della musica nel 1939 per non uscirne mai più. Il jazz che ascoltava Coltrane era lontano dall’ragtime di Joplin, era lontano dai primi schizzi di musica swing o dalle scale pentatoniche che cullavano New Orleans. Quello che vide Coltrane era un jazz diverso, inebriato dallo strascico della Seconda guerra mondiale, dalle monumentali big bang, e da due signori di nome Louis Armstrong e Duke Ellington. Coltrane che nel 1945 aveva appena diciannove anni intese che il jazz era un genere che amava oltrepassare le barriere del tempo tradizionale, aveva il potenziale per staccarsi dai grandi ensemble musicali e ruggiva dalla voglia di esplorare tutto ciò tramite il suo strumento: il sassofono. Sempre nel ’45, il giovane Coltrane era riuscito ad andare a sentire Charlie Parker e Dizzy Gillespie, due che nel mondo del Jazz non erano proprio gli ultimi arrivati e dall’anno seguente, la vita di Coltrane e la storia del Jazz cominciarono a cambiare simultaneamente.

John Coltrane (Milano, 1962). Fonte: US Polillo

L’inizio

Registrò musica per la sua prima volta il 13 luglio del 1946, cominciò ad essere dipendente dall’alcool nel 1947 e nel 1948 aveva già i polmoni ghiacciati dal fumo. L’eroina fece di lui un giovane piuttosto svitato, dall’indiscutibile portento musicale. Con l’arrivo degli anni ‘50 si cominciarono a percepire delle qualità innate di Coltrane che andavano ben fuori dall’ordinario. Era un solista, un improvvisatore folle. I ritmi, il tempo, il continuo battere fisso del charleston diventarono presto pilastri da aggirare con il sax, da sfaldare con nuove sonorità ed innovare continuamente. In verità, racconta il suo biografo Lewis Porter, sino ad allora Coltrane aveva fatto uscire una sola canzone in cui appariva limpidamente il suo talento: “We Love to Boogie” nel 1951. Tuttavia, sarà il 1955 l’anno della svolta. Coltrane incontra Davis, John collabora con Miles. Passava molte giornate alla Columbia ed altrettante giornate in Prestige, entrambe case discografiche che sfornavano buoni successi musicali jazz e non. Era un sideman squilibrato di assoluto livello per Miles, che lavorava incessantemente al sound che sarebbe apparso in Kind of Blue nel ’59, da molti definito il capolavoro assoluto del jazz, un must da sentire per giorni interi. Coltrane, però, al contrario di Miles, sfoggiava assoli definibile come “avventurosi”. Lui era il re delle 5 note. Prendeva 5 note di un accordo, le rigirava, le esacerbava e le faceva sfavillare d’intensità. Miles Davis stesso finì per dire di Coltrane “E’ come se fosse in grado di spiegare la stessa cosa in cinque modi diversi” e tutte e cinque in maniera estasiante.

Gli album di John Coltrane

Blue Train, uscito nel 1957, è il suo indiscusso primo capolavoro. Ogni traccia è un elogio a ciò che viene definito hard bop – un genere musicale basato sull’armonizzazione e l’improvvisazione del singolo musicista, derivato dal be-bop, che Coltrane aveva reputato piuttosto stretto, troppo regolare, e poco adatto alla sua inventiva. Lanciato, ed in piena carriera, esce Soultrane nel 1958, un album diverso rispetto al precedente. Coltrane innova ancora, cambia genere, e soprattutto sfoggia fraseggi di scale in rapida successione creando “Sheets of Sound” – letteralmente strati di suono – ricchi, ed assuefacenti. Soultrane è un album che crea dipendenza, dolce ed energico allo stesso modo. Per i melancolici è un album di radiante felicità, per gli euforici è un album di grande riflessione.

Copertina di Giant Steps di Coltrane

Copertina di Giant Steps di Coltrane © Hickey “cdcovers/john coltrane/giant steps.jpg” – flickr

Il primo disco per l’Atlantic Records è Giant Steps (1960), un album fuori dall’ordinario ed ai limiti del suonabile. Mentre Miles Davis già lavorava su ciò che sarebbe diventato il fusion e l’acid jazz, più di dieci anni dopo, Coltrane preferiva ritornare sui generi a lui conosciuti per modificarli. Come Kind of Blue di Miles, Giant Steps è composto in ciò che viene definito jazz modale. Il modal jazz, in termini semplici, si stacca dalla musica che necessariamente presuppone armonie e progressioni in tonalità, lasciando spazio a grandi improvvisazioni. Questo è il genere di jazz permise a Coltrane di fare la storia. La prima traccia, l’omonima Giant Steps, risuona proprio come i passi di un gigante che balza pesantemente sul terreno. L’intero brano è una progressione ai limiti del fiato, dove il Sassofono si fonde con il ritmo delicatamente indemoniato della canzone. Giant Steps è ciò che nessuno era riuscito a fare, il suo più grande traguardo e forse un marchio nella storia della musica tanto grande che nemmeno lui se ne accorse.

Declino e gloria eterna

Gli anni a seguire furono turbolenti. Le dipendenze di Coltrane lo inabissarono in uno strano uragano di malinconia, frenesia e composizione. Seguirono altri grandi album con le sue composizioni ed i suoi assoli, ma mai ritornò a calcare la scena come aveva fatto precedentemente. Collaborò ad oltranza con i grandi del mondo jazz, ancora con Miles, con Monk, con Kenny Burrell e tantissimi altri. Per tutti gli anni ‘60 rimase all’apice del suo successo, sperimentando ancora ed iniziando una collaborazione con la Impulse!

John Coltrane

John Coltrane Quartet (Milano, 1962). Fonte: US Polillo

Il 1965 è l’anno di A Love Supreme, uno splendido rendiconto delle estasianti capacità di Coltrane che si era avvicinato alla spiritualità e allo yoga, come spiega lui stesso in copertina:

«Durante l’anno 1957 sperimentai, per grazia di Dio, un risveglio spirituale che doveva condurmi ad una vita più ricca, più piena, più produttiva. A quel tempo, per gratitudine, chiesi umilmente che mi venissero concessi i mezzi ed il privilegio di rendere felici gli altri attraverso la musica. Sento che ciò mi è stato accordato per Sua grazia. Ogni lode a Dio.»

In verità, il misticismo diventerà una componente fondamentale degli ultimi viaggi musicali di Coltrane. I brani, sempre più aleatori, risulteranno complessi e pregni di ulteriore avanguardia. John diventerà ancora più dedito al free jazz, un jazz libero da vincoli e non smetterà mai di concatenare follia, curiosità e grande dedizione nei suoi assoli. Interstellar Space è l’ultimo album di Coltrane, pubblicato dopo la morte del musicista, ormai morto di cancro nel 1967. Nell’album suonano Coltrane ed il batterista Rashied Ali, nessun’altro. Un dialogo puro fra batteria e sax, nulla più. Tanto essenziale quanto complesso. Lewis Porter ha ragione nel dire che dopo la morte di Coltrane nessun potrà farne a meno. Ha ridimensionato il mondo del jazz, della musica e della composizione. I suoi assoli sono riconoscibili a orecchio, è come la voce di Frank Sinatra, la si riconosce il momento in cui ne si viene a conoscenza.

Immagine di copertina: © Wikipedia
© riproduzione riservata