Ebbene sì, gli anni dalla tragica dipartita di Kurt Cobain, storico leader degli statunitensi Nirvana nonché icona cardine dell’intera scena grunge d’Oltreoceano, cominciano a farsi sentire con sempre più forza, soprattutto ora che è stato sorpassato il triste traguardo del quarto di secolo rispetto a quella data ormai impressa a fuoco nei memoriali della storia del Rock in tutte le sue molteplici derivazioni e sfaccettature.

Era il lontano 5 aprile del 1994 quando Kurt, all’apice del successo dopo l’uscita del loro In Utero, da definirsi sia come pietra miliare più sopraffina della loro produzione quanto come suo definitivo testamento artistico, decise di porre fine, in modo eclatante, alle sofferenze di una vita.

Sofferenze che, come possiamo evincere dai suoi Diari, avevano completamente straziato la sua anima timida, arrivando a renderlo inesorabilmente schiavo delle sue dipendenze e dei suoi demoni: Kurt, quindi, decise di farla finita perché stremato irreparabilmente da quella sua proverbiale ipersensibilità. Un’emotività così potente, debilitante, da decretarne il non ritorno, un tormento tanto insanabile da sancire quella veemente volontà di stroncare la sua esistenza nel tempo infinitesimale di un colpo di fucile.

Kurt Cobain nel 1991. © Julie Kramer / Wikipedia

Fu un suicidio impermeato di solitudine e disperazione quello di Kurt, forse l’unica forma di fuga possibile ai suoi occhi volta al raggiungimento di quel tanto agognato Nirvana che in vita sembrava impossibile neppure pensare, fama e successo a parte. Potreste dire che questo potrebbe sembrare il set predefinito, classico, per certi tipi di eventi tragici del genere: il punto è che Kurt, almeno apparentemente, non era solo, era celebre e aveva tutto quello che un ventisettenne potesse desiderare. Invece, lo stato psicologico ed emotivo di Cobain, che potremmo definire come clinicamente depresso, ci lascia intendere tutto il contrario, mostrandoci un’anima profondamente incompresa e in perenne conflitto con sé stessa per via della sua stessa natura.

Il precedente romano

Il grido d’aiuto era forse arrivato poco tempo prima, a Roma, ma anche in quel caso Kurt non era stato capito. Era la notte tra il 3 e 4 marzo, immediatamente dopo lo storico live al Palaghiaccio di Marino, ai Castelli Romani. Quell’occasione per recuperare il burrascoso rapporto con la moglie Courtney Love, famoso per essere tutt’altro che trasparente e pacifico, si rivelò come l’ennesima, forse fatale incrinatura, nella miriade di ferite emotive di Kurt.

La coppia, con tanto della figlioletta Frances Bean al seguito, si trovava in una suite dell’Excelsior di Via Veneto, intenta nel provare a ricucire quel rapporto ormai minato dagli abusi di droga, dai pettegolezzi corrosivi di cui erano bersaglio prediletto, e dalla stampa che non li lasciava respirare. Quelle vacanze romane in salsa grunge, tuttavia, non funzionarono per questo duo tossico di nome e di fatto: Kurt, distrutto da quella disfatta, si imbottì letteralmente di champagne e roipnol, un potente sedativo a base di benzodiazepine, finendo diretto in overdose al pronto soccorso del Policlinico Umberto I.

Il resto è storia, ma andiamo con ordine. La discesa negli inferi della mente di Kurt era solo all’inizio.

Dopo l’episodio capitolino, il resto non poteva che peggiorare. In seguito, Cobain abbracciò masochisticamente la sua dipendenza, accogliendola come una punizione tale da poterla espiare forse solo con una ben strutturata e irreversibile dipartita. Arrivò addirittura non solo a dichiarare l’intento di voler sciogliere i suoi Nirvana, ma nella sua testa cominciò a balenare anche un modo per dire, in via definitiva, addio al resto della sua vita.

Kurt Cobain in uno storico scatto di Mark Seliger. © Mark Seliger

Gli ultimi giorni

L’art director Rene Navarette, molto vicino alla coppia Love-Cobain, dichiarò che, a suo avviso, una settimana prima del gesto fatale Kurt non fosse realmente depresso, solo turbato dalla necessità di sentirsi obbligato a cambiare radicalmente la sua vita. I provvedimenti primari sarebbero stati, appunto, lo scioglimento dei Nirvana, il divorzio e una rivoluzione a livello artistico, ma, anche in questo caso, è lampante come a Kurt non bastarono le forze interiori per intraprendere una così complessa trasformazione esistenziale.

Il rapporto con la moglie era ormai al capolinea, e il suo animo inquieto non riuscì a resistere alla stasi imposta dal centro di riabilitazione nel quale aveva tentato di ripulirsi. Stremato dall’ombra perenne della sua solitudine, una volta scappato, vagò per tre giorni pernottando in squallidi motel, sempre più consapevole della mancanza di una via d’uscita ordinaria a tutto quel dolore.

L’epilogo

La peregrinazione del Kurt degli ultimi giorni si concluse nella sua residenza di Lake Washington, disabitata e invasa dagli scatoloni in quell’aprile del 1994. Cobain scelse, quindi, stoicamente, una solitudine assoluta e formale che fungesse da specchio a quel vuoto interiore che si portava dentro come il più pesante dei fardelli. Kurt arrivò così, in questo stato mentale e fisico, alla stesura del suo ultimo biglietto d’addio, indirizzato a Boddah, il suo amico immaginario d’infanzia. Insomma, all’unico che non l’avesse mai abbandonato in quei 27 anni di tormenti.

In seguito a ciò, Kurt imbracciò il suo fucile, dono dell’amico Dylan Carlson, leader degli Earth (band pioniera del drone metal nativa di Seattle) e si freddò sparandosi un colpo in testa. Quando la polizia lo rivenne, la sera del 5 aprile, attorno vi erano solo una lattina semivuota di birra Barq’s Root, una scatoletta contenente l’occorrente per l’eroina nonché, ovviamente, il suo ultimo messaggio per il mondo, intriso di tutta quella sensibilità che l’aveva condotto alla disperazione.

Nonostante la miriade di sospetti, ipotesi e congetture di ogni genere relative ad un possibile omicidio, di questo cold case uno solo resta il dato di fatto: che Kurt non c’è più, e nessuno l’ha mai davvero aiutato per evitarlo.

 I don’t have the passion anymore, and so remember, it’s better to burn out than to fade away.

Peace, love, empathy. Kurt Cobain.

Immagine di copertina: © Mark Seliger
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