Oldham presentò al mondo intero i Rolling Stones con queste parole: “Lascereste uscire vostra figlia con un Rolling Stone?”.

Cinquantasei anni fa la musica fece largo al primo album dei quattro fantastici scapestrati più rock’n’roll della storia, ancora ignara dell’enorme spettacolo a cui diede vita. Questi giovanotti ultra ottantenni, spacciano ufficialmente leggerezza di vita dal 1964, quella leggerezza che più elegantemente e senza alcuna linguaccia stonesiana, Calvino definirebbe in grado di farci planare sulle cose dall’alto, e che loro parafrasano in un rock’n’roll da gustare ed inghiottire come la più curativa delle medicine.

Il loro primo album, The Rolling Stones, marchia il tratto caratteristico degli Stones

Dodici brani, di cui solo tre contengono la loro firma, i restanti sono cover dei loro idoli, una di questa di Muddy Waters, il quale incise il brano Rollin’ Stone, da cui presero il nome. E se per conoscere davvero un musicista bisogna ascoltare le sue cover, i Rolling Stones con un album contenente nove brani riadattati, e solo tre brani di produzione propria, lanciano il loro bigliettino da visita.

Come a dire “questa è la nostra idea di musica, e questo abbiamo intenzione di essere: abituatevi.”

Gli Stones scelgono di coverizzare nove brani dei grandi musicisti del blues e di quello che stava iniziando a diventare rock’n’roll, dandogli un sapore decisamente croccante: quello che manca a chi ci va giù fin troppo liscio, un’attitudine che non sembra averli mai attratti.

L’arroganza degli Stones è pura e genuina

Da sempre, qualche nicchia della critica musicale li ha dipinti come dei Beatles con più attributi, al contrario credo sia indispensabile contrapporli ai loro rivali per capirli al meglio.

Ciò che ha reso grandi le due band, oltre ad essere entrambi portatori di trasgressione, è stato il fatto di essersi contrapposti contemporaneamente. Lo stile di uno, era la grande negazione dell’altro: mostrandoci cosa fossero i Beatles sapevamo esattamente cosa fossero gli Stones, e viceversa. Era un rapporto di scambio reciproco, perché aldilà di quanto si pensi – definendo i primi gli angeli del rock, ed i secondi i diavoli – i due avevano un grande rapporto di collaborazione e complementazione, navigavano perpendicolarmente nel rock’n’roll seminando uno ad uno tutto ciò di cui necessitava la musica, mostrando altro, oltre al blues e al jazz degli anni ’50.

Gli Stones non nascono per definirsi, o per inquadrarsi in una missione specifica tipica dei grandi artisti. Mostrano semplicemente che trasgredire si può, che essere espliciti è la natura più animalesca che l’uomo possieda, e ad ogni maledetto live ce lo hanno dimostrato.

Il loro palcoscenico diviene tutt’ora teatrino dell’istinto umano

Un invito a esplodere e far respirare i pori dell’anima di ogni singolo individuo che ascoltandoli diviene subito affamato di rock; bisognoso ne chiede ancora, perché i Rolling Stones sono divenuti una droga per i fan: un amore tossico.

 

Viene da chiedersi, dunque, se tra i pochi brani homemade del loro primo disco v’è una tra quelle grandi hit per cui sono conosciuti, state pensando sicuramente a “(I can’t get no) Satisfaction, ma per ascoltarla la prima volta basterà aspettare un solo anno dalla loro nascita, tenendo sempre bene a mente che dei neo ventenni abbiano dato vita ad un brano che ha spiazzato tutte le classifiche delle migliori canzoni del mondo.

D’altronde lo avevano detto che dovevamo abituarci al meglio, e lo hanno fatto con Tell me (You’re coming back), il primo brano dell’album a portare come firma quel fantastico binomio che non scorderemo mai, proprio come si fa con il primo amore: Jagger e Richards.

Per dei giovani musicisti che sapevano di stare per diventare qualcosa di decisamente molto grande, – perchè sia chiaro, loro ne erano più che consapevoli – parlare di amore e di donne nei loro brani, o in quelli che sceglievano di riprodurre, era poco credibile. Sì, perchè tutt’ora basta osservarli sul palco per capire quanto si divertano, quanto nulla più di questo sembri contare, e divertendosi loro, hanno illuminato noi: senza gli Stones probabilmente avremmo tutt’altra visione del rock, e della musica in toto.

Chi, se non loro, avrebbe potuto rendere ancora più bella “Carol” del mitico Chuck Berry?

 

Non v’è santo che tenga: questi quattro sono senza tempo, un inno alla vita; e non è certo la nostalgia di un tempo che non ho vissuto a parlare, ma quella loro energia benefica, quel concentrato di vitamine che non sono altro, per cui ti verrebbe da chiedere alla sinuosità comica del piccolo grande Jagger, e a quella faccia iconica che sembra saperla lunga di Richards, da dove prendano tutto questo ardore. Sebbene alcune risposte potremmo dedurle già da noi – la loro vita è stata davvero all’insegna del sesso, droga e rock’n’roll – ne è testimone la loro musica.

Insomma, la frizzantezza degli Stones è ciò di cui tutti avete bisogno, e non ci credo che fra centinaia di anni non verranno più ascoltati.

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