Ray Charles, polistrumentista dall’estro assoluto e geniale, scomparve il 10 giugno 2004, lasciando dietro di sé uno di quei vuoti per definizione incolmabili. A distanza di sedici anni da quel giorno buio, ci domandiamo quanto conti oggi ricordare una figura totalizzante del suo calibro, un artista che non vedeva la musica ma che, tramite questa, ha fatto aprire gli occhi e le menti di molti di noi con la forza della sua vulcanica personalità.

L’interrogarci oggi sulla potenza sociale del suo essere artista, così capace di ergersi come massimo pilastro della più salda e radicata tradizione blues rielaborata nel soul, ha senso più che mai in un momento come questo. Proprio ora che questione del black pride appare come il leitmotiv centrale di questi tempi mesti e caotici, all’interno dei quali la xenofobia più violenta regna tristemente sovrana, rendere omaggio alla figura indimenticabile di Ray Charles non è solo scontato, ma addirittura necessario.

Ray Charles live. © Wikipedia

Ray Charles, un simbolo di riscatto

Se nel millennio della tecnologia e del progresso più assoluto risulta drammaticamente difficile avere un diverso colore della pelle, pensate allora a quanto dovesse essere ancor più complesso essere nero durante l’età dell’oro della carriera di Ray Charles.

Riflettendoci, è tanto avvilente quanto surreale pensare a come questo argomento sia tornato ad essere così scottante in un mondo ormai cosmopolita per sua stessa definizione: siamo tenuti a realizzare che formalmente, ci ritroviamo regrediti a più di una cinquantina d’anni fa, e che tutte le battaglie sociali avanzate in questo lungo e tortuoso processo di autoaffermazione del sé da parte delle comunità afroamericane d’Oltreoceano appaiano ad oggi vanificate.

Tutto questo è quanto mai doloroso, soprattutto se interpretato come sintomo dell’ignoranza dilagante nella quale dense fette della popolazione mondiale sguazzano prive di ogni qualsiasi coscienza storica. A quanto pare, dobbiamo tornare a fare i conti con un qualcosa che pensavamo esaurito, ma che in realtà era dormiente sotto la cenere.

Perché elogiare Ray Charles

Proprio per questo, un elogio nei confronti di Ray Charles dovrebbe esplodere fragoroso nelle nostre teste. Questo perché Ray Charles è stato senza ombra di dubbio un simbolo di lotta e coraggio fino al midollo, un uomo che, tra le sue abbaglianti luci e le sue più oscure ombre, si è comunque posto come manifesto del più puro riscatto umano e sociale. Esordire nei tardi anni ’40 negli Stati Uniti, ed essere nero, per di più cieco, ci lascia immaginare quanto possa aver rappresentato uno scoglio enorme da arginare per un giovane e squattrinato musicista proveniente dalle lande sperdute della Georgia. La storia ci insegna che, ovviamente, questo non gli ha mai fatto paura.

Da Nat King Cole al soul

Il suo guru era il re dello swing Nat King Cole, ma, partendo da questa matrice monolitica, Ray riuscì comunque a prendervi le distanze e a mettere a punto un sound unico e dinamico, assolutamente iconico, che non sarebbe stato mai possibile confondere con nessun altro. Quando Ray Charles, al secolo Ray Charles Robinson, si manifestò con tutta la sua verve agli occhi del mondo, era inevitabile che si sarebbe guadagnato un posto d’onore nell’Olimpo delle voci black d’Oltreoceano come pionieristico e magistrale fautore di uno dei generi di punta della storia contemporanea statunitense, il soul.

La musica non può essere separata da quello che sono. Fa parte di me: non posso fare a meno della musica come non posso fare a meno del mio fegato. Credo che Dio mi chiamerà a Lui quando sarà pronto. E allora avrò un sacco di tempo per fare una lunga vacanza.

La chiave di volta che marca il suo essere fondamentale nella storia dei diritti della cultura afroamericana risiede in una sorta di consapevole affronto, in chiave splendidamente sonora, nei confronti del suo Stato nativo, la Georgia. Stiamo parlando, ovviamente, di “Georgia On My Mind”.

Ray Charles. Wikipedia

Il caso di “Georgia On My Mind”

L’affaire “Georgia On My Mind”, brano storico di Ray contenuto nel suo ottavo album in studio, The Genius Hits The Road del 1960, ha rappresentato nella storia contemporanea il più grande, nonché il primo, tiro mancino nei confronti dell’establishment politico a stelle e strisce. Insomma, abbiamo già anticipato il fatto che Charles fosse nativo della Georgia, più precisamente di Albany, quindi di uno Stato del Sud dichiaratamente, e storicamente, razzista. Il colpo di genio fu rapido, immediato, perfetto per ferire in modo velato e acuto quel luogo che, nella mente di Ray, si manifestava nella perfetta e antica dicotomia tra amore e odio.

Da inno sudista a ballata black

Aggiungiamo, inoltre, quanto il brano fosse di per sé storico, essendo stato composto nel 1930 dal formidabile duo Gorrel-Carmichael, e che, proprio per il sentimentalismo più puro che lo caratterizza, questo rappresenta fin dalla sua creazione l’inno ufficiale dello Stato georgiano: insomma, giocando sull’equivoco donna-Stato, Ray riuscì ad impadronirsi del brano simbolo del conservatorismo nordamericano, trasformando la rappresentazione dell’autorità sudista in uno struggente e malinconico blues dal sapore black, per sua natura del tutto inconcepibile per un luogo di tale estrazione politica.

Uno Stato che, per tutta risposta, in un’ibrida atmosfera a metà tra realtà e leggenda, addirittura lo esiliò per un suo rifiuto di esibirsi davanti ad un pubblico di soli bianchi.

Se questo sia storia o una mera manipolazione di essa poco importa: ciò che conta è celebrare una figura che del colore della pelle è riuscita a farne vanto e virtù come pochi altri prima e dopo di lui, dimostrandoci che gli ostacoli, i limiti al di fuori di noi, imposti dall’ignoranza circostante, possono essere distrutti dal talento e dalla volontà.

Non sono un cantante country: sono un cantante che canta canzoni country. Non sono un cantante blues, ma posso cantare il blues. Posso anche cantare canzoni d’amore. Non sono uno specialista, ma posso essere definito un factotum.

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