Venerdì 2 maggio 1980, High Hall, Birmingham University. La dining room dell’università (dove ancora oggi, in Inghilterra, si organizzano concerti) è piena di ragazze e ragazzi, trecento persone secondo molte testimonianze. Stanno per assistere a un concerto che diventerà, di lì a un paio di settimane, drammaticamente memorabile. Le locandine per promuovere la data erano state stampate con un errore, riportavano la data del 22 maggio, e per questo in seguito corrette con una mano di inchiostro nero. Il biglietto costava 1.5 sterline in prevendita, 1.75 in cassa.

Nel manifesto si nota la correzione alla data (joydiv.org – scannerizzato da John W)

Il tour europeo

Le cose stavano andando decisamente bene per quella band di Manchester, i Joy Division di Ian Curtis, Peter Hook, Bernard Sumner e Stephen Morris. All’inizio del 1980, avevano solcato per la prima volta la Manica, affrontando un tour continentale nel nord Europa. Amsterdam, Cologna, Bruxelles, Berlino: la musica dei mancuniani aveva già incuriosito una discreta porzione di pubblico europeo, anche se queste date ebbero una partecipazione di pubblico discontinua. Molte erano infatti le difficoltà, all’epoca, nell’organizzare e promuovere i concerti, i quali talvolta vennero visti soltanto da una manciata di spettatori. Per esempio ad Anversa, per problemi con la polizia, il management del King Kong (il locale dove si esibì la band) non riuscì ad affiggere manifesti né a pubblicizzare la data. Poco importava, però: perché il loro nome stava circolando di bocca in bocca, e le loro esibizioni, che univano l’algida freddezza dei musicisti all’inquietudine manifesta di Curtis, erano immensamente apprezzate da un mondo che vedeva già spegnersi l’esperienza, bruciante, del punk.

Il primo disco, ‘Unknown Pleasures’, era uscito nel 1979 per la label indipendente Factory Records. In esso confluivano tutti gli echi del movimento punk (la band si era formata nel 1976 proprio in seguito a un concerto dei Sex Pistols) e del krautrock teutonico: il risultato fu un album pieno di tensione che, a differenza del punk, restava irrisolta, imprigionata nella voce baritonale di Curtis e dentro le sezioni ritmiche ossessive graffiate dalla chitarra di Sumner.

Il tour negli states e la salute di Curtis

Le movenze ossessive di Curtis sono diventate iconiche: erano, si dice, un modo per esorcizzare l’epilessia (anche se, in più di un’occasione, sono state proprio la causa di attacchi epilettici del frontman durante le esibizioni dei Joy Division)

Erano anni ferventi, durante i quali la vitalità in campo musicale andava di pari passo con le tensioni sociali, le lotte politiche, il nascente thatcherismo. Dopo un esordio di quel livello, le aspettative sul futuro dei Joy Division cominciavano a farsi realtà. Alle porte, infatti, c’era il loro primo tour negli Stati Uniti. Traguardo importantissimo che avrebbe sancito il successo internazionale della band e si sarebbe dovuto svolgere a partire dalla fine di maggio 1980. In quel vortice di impegni, i concerti e la registrazione del secondo album avvenuta a marzo, lo stress diventò per Curtis quasi insostenibile. Da tempo, infatti, soffriva di epilessia e i ritmi sregolati della vita da musicista avevano contribuito a esacerbare questo disturbo, che cominciò a manifestarsi insistentemente. Le ultime date previste per il mese di maggio nel Regno Unito, anche per questa ragione, erano state annullate. D’altronde Curtis stava vivendo da tempo momenti davvero cupi: la crisi matrimoniale con Debbie stava per risolversi in un divorzio che Ian non riusciva ad accettare (pur non essendo stato in grado di evitarlo, continuando la relazione con la sua amante, Annik Honorè), e insieme alla sua depressione lo avevano portato a un tentativo di suicidio agli inizi di aprile.

Il concerto

da joydiv.org, autore sconosciuto. La fotografia è stata acquistata ad un’asta da Lou Baeza

Quella sera all’Università di Birmingham si stava scrivendo la storia, anche se nessuno poteva ancora saperlo. Di spalla ai Joy Division c’erano gli A Certain Ratio, una band che sulle stesse scie dei nostri aprirà la strada verso il post-punk. La sala era piena e il concerto iniziava con un discreto ritardo rispetto al previsto, tant’è che il pubblico era presente durante una buona parte del sound check degli A Certain Ratio. All’epoca, proprio la dimensione live si faceva portatrice delle novità, molto più delle registrazioni che erano merce rara e approssimativa.

La scaletta del concerto (Schizo Archives)

David Pryke, che era presente al concerto, racconta che in una cassetta che aveva ricevuto da un amico c’erano anche alcuni brani che gli piacquero molto di un gruppo sconosciuto. Soltanto quella sera, sentendo dal vivo i Joy Division, realizzò che quella band misteriosa erano proprio loro. La scaletta di quel concerto (qui sopra in una scannerizzazione di Schizo Archives) prevedeva anche un brano nuovo (‘New One’ nella setlist) che è in realtà ‘Ceremony‘. Una canzone che non verrà mai incisa da Curtis, ma rimane nelle registrazioni di quella sera contenute nell’antologico ‘Still’ (1981) e in una versione dei New Order.

L’esibizione dura poco meno di un’ora, durante la quale più di una volta il cantante è costretto a abbandonare il palco. Una data come tante altre, sul palco quattro ragazzi di vent’anni che negli occhi hanno già gli Stati Uniti. Sempre David Pyrke:

 All’epoca avevo 18 anni e studiavo alla vicina Università di Aston. I Joy Division erano una delle band più in vista del momento, anche se io conoscevo (o almeno, credevo di conoscere) soltanto il loro singolo Transmission. Qualche ricordo: erano in ritardissimo, siamo stati ad aspettare a lungo ascoltando il sound check degli A Certain Ratio. C’era un pubblico eterogeneo fatto di studenti, punks e rockers. Mi ricordo che gli ACR fecero un concerto incredibile (credo che all’epoca mi piacque addirittura di più, ma chiaramente la sensazione è sfumata col tempo e con le notizie che arrivarono qualche settimana dopo (il suicidio di Curtis, ndr). 

Un biglietto del concerto (joydiv.org – scannerizzato da Simon Parker)

La realtà che si fa storia

In questa sua apparente banalità è racchiusa la grandezza dell’ultimo concerto dei Joy Division. Una band rimasta cristallizzata nel tempo, fissa come la stella polare, distrutta dalla fragilità di Curtis. È quasi beffardo pensare alle parole di Bernard Sumner a proposito delle canzoni scritte da Ian:

Per quanto possa sembrare strano, soltanto dopo la morte di Ian abbiamo ascoltato davvero i suoi testi, riconoscendo il suo profondo tormento interiore. 

Di quella sera ci restano alcune fotografie e le registrazioni contenute, come detto, in ‘Still‘. Sono come il negativo scattato a una supernova che stava per esplodere. Nell’inconsapevolezza di tutti i presenti su quel palco si sono infranti i Joy Division: la loro luce, la luce nera di Ian Curtis, si irradia da allora nello spazio e nel tempo.

L’ultimo concerto re-immaginato dal regista Anton Corbijn nel biopic ‘Control’ (2007).

 

 

immagine di copertina: da joydiv.org, autore sconosciuto. La fotografia è stata acquistata ad un’asta da Lou Baeza
© riproduzione riservata