La storia è fatta di tante vicende: della vita di un condottiero vittorioso come di quella di un qualsiasi sfruttato in un angolo remoto del mondo. È normale, però, che le narrazioni si soffermino sulle prime, di figure: esistenze straordinarie, che hanno innegabilmente cambiato il mondo. Quella di Muddy Waters è la storia di un ultimo diventato grande.

La piantagione

Come tutti i più grandi bluesman, anche Waters arriva dalla miseria più feroce. L’anno e la data della sua nascita sono pressoché incerti, anche se lo si ricorda generalmente oggi, il 4 aprile, e si presume sia nato nel 1913. Quel che è certo è che la sua infanzia trascorse nelle piantagioni del Mississippi, cresciuto dalla nonna poiché sua madre morì poco dopo il parto. Proprio sua nonna, Della Grant, gli diede il soprannome con il quale lo ricordiamo. ‘Muddy’, fangoso, perché se ne stava sempre a giocare nelle acque melmose di uno degli innumerevoli rigagnoli del grande fiume.

Deer Creek, il ruscello vicino al quale è cresciuto Muddy (Wikipedia)

Anche nella formazione musicale di Waters, come per le stesse radici del blues, la chiesa ebbe un ruolo preponderante. Fu qui che ebbe i primi approcci al canto e agli spiritual, anima più profonda della musica afroamericana. Per comprarsi la prima chitarra, il diciassettenne Muddy, vendette un cavallo. Con quella fida compagna iniziò a suonare nelle piantagioni intorno al suo villaggio natale.

Il blues aveva assunto, al tempo, una dimensione diversa rispetto alle origini, ovviamente. Non era più soltanto il canto collettivo degli schiavi (anche perché la schiavitù, almeno per legge, era finita), fatto per alleggerire il lavoro o per accompagnare i rari momenti di convivialità; era diventato un modo soggettivo per raccontare la propria vita, in maniera insieme materialistica e spirituale. Questo passaggio da esperienza di espressione collettiva a una personale, rese necessario l’utilizzo di uno strumento col quale dialogare e accompagnarsi anche nel tempo libero dalla fatica. È in questa dimensione che dobbiamo immaginarci questi anni della vita di Waters: il blues come svago, come diario di esperienze, mentre la vita dura dei campi scivolava lenta come le acque del Mississippi.

Scoprire di avere una voce

Nel 1941 Alan Lomax era in giro per il sud degli Stati Uniti alla ricerca del leggendario Robert Johnson (vi abbiamo raccontato le loro storie in due episodi di Arti Virali, li trovate qui). Durante il viaggio (che si rivelerà infruttuoso, anche perché Johnson era probabilmente già morto) registrò comunque i brani di numerosissimi altri bluesman. Racconta Waters in un’intervista a Rolling Stone, che quando Lomax arrivò nella contea di Stovall, si presentò a casa sua con tutta l’attrezzatura e gli propose di registrare la sua musica. Una volta incisa su nastro, Lomax gliela fece riascoltare. Era la prima volta che Muddy sentiva “come suonava la sua voce”. In questa scena del film ‘Cadillac Records‘ di Darnell Martin (2009) un’idea di come può essere andata:

Sentire per la prima volta la propria voce, la propria musica, fu per Waters un momento fondamentale. Capì di poter provare a fare del blues la propria vita. Sempre da Rolling Stone:

“and when he played back the first song I sounded just like anybody’s records. Man, you don’t know how I felt that Saturday afternoon when I heard that voice and it was my own voice. Later on he sent me two copies of the pressing and a check for twenty bucks, and I carried that record up to the corner and put it on the jukebox. Just played it and played it and said, ‘I can do it, I can do it.'”

Questo è esattamente ciò che sentì, rimasterizzato e pubblicato più di cinquant’anni dopo:

Chicago e la chitarra elettrica

Nel 1943, quindi, Muddy partì per Chicago per provare a diventare un musicista professionista. Iniziò a suonare in giro per locali, aprendo le esibizioni di un altro bluesman, Big Bill Broonzy.Fu in questo periodo che si decise a procurarsi una chitarra elettrica. D’altra parte non suonava più da solo nella sconfinata vastità del Mississippi rurale, dove lo sferragliare delle corde di un’acustica era più che sufficiente. La città è brulicante di vita e la vita fa rumore: bisognava farsi sentire. Ormai il blues era arrivato tra la gente, insieme ai neri che dalle campagne cercavano fortuna; in questo viaggio stava ancora una volta cambiando faccia, adattandosi al nuovo contesto e alla musica “bianca”. Manteneva tuttavia un’anima spesso malinconica, nostalgica, esistenziale. Muddy Waters e la sua band seppero invece dare alle sonorità tipiche del sud una veste più ritmata, tratteggiata con l’estro di una band di ottimi musicisti. In questi anni, alla fine della seconda guerra mondiale, risale anche l’ingresso di Waters nella Chess Records, casa discografica che era nata con lo scopo di produrre esclusivamente musica nera (il film dal quale è tratta la scena qui sopra racconta proprio la storia dei fratelli Chess).

L’etichetta e l’evoluzione

Se in un primo momento i fratelli Chess non permisero a Waters di registrare insieme alla sua band, fornendogli invece strumentisti “da studio”, col tempo si convinsero a cambiare idea. Nel 1953 incisero una serie di classici blues, e ancora oggi sono ricordati come una delle formazioni più riuscite di sempre. Erano: Little Walter Jacobs (armonica), Jimmy Rogers (chitarra), Elga Edmons (batteria) e Otis Spann (piano). Sempre in quegli anni arrivò in città Howlin’ Wolf, e tra i due nacque una specie di rivalità artistica, anche perché Willie Dixon (autore e contrabbassista) forniva brani a entrambi, alimentando il sospetto da parte di Wolf che riservasse a Waters i migliori. Sempre più affascinato e padrone della chitarra elettrica, la sua musica cominciò a influenzare profondamente musicisti soprattutto in Europa, dove non avevano mai sentito nulla di simile. Generazioni di futuri rocker come i Led Zeppelin o Jimi Hendrix, riconoscono nel suono della sua chitarra una delle prime scintille che li spinsero a fare musica.

Muddy Waters è stato uno dei più famosi bluesman di tutti i tempi: ha vissuto sulla propria pelle i cambiamenti del blues, quelli della propria vita passata dalla povertà alla fama, ha contribuito a portare le note malinconiche dalla polvere delle campagne agli amplificatori di tutto il mondo.

 

Immagine di copertina: © Paul Natkin / Getty Images
© riproduzione riservata