Essere un batterista, si sa, non dev’essere un’impresa tanto facile: riconoscersi come un percussionista, per di più rock, significa identificarsi in un ruolo per sua natura relegato all’inesorabile penombra del palco, in quelle retrovie tanto remote ma quanto mai fondamentali per la sinergia esistenziale di una band.

Essere un batterista, sebbene possa non sembrare, non significa solo saper dettare le regole stesse dell’andamento ritmico di un qualsiasi organico, partendo da quelli di un qualsiasi complessino di provincia fino ad arrivare a quelli dei mostri sacri, dei paladini assoluti delle charts internazionali.

Essere un batterista è, in tutto e per tutto, essere l’insostituibile per eccellenza.

Ringo starr

Ringo Starr – Illustrazione © Alessio Colzani

Ringo Starr, un pioniere sottovalutato

Lo sa bene Sir Ringo Starr, il batterista probabilmente più sottovalutato della storia del rock, quel quarto Beatle così tanto oscurato dalle ingombranti, massicce personalità dei suoi compagni di merende da rimanerne per forza di cose schiacciato. Ebbene, oggi il caro Ringo spegne le sue ottanta candeline e ci pare quanto mai giusto scavare a fondo per riconoscergli, finalmente e con tutti i crismi, tutti i suoi mirabolanti meriti artistici da vero e proprio avanguardista del genere. Insomma, l’addetto alle pelli dei Fab Four si sarà pure fatto vecchio, ma la sua immortalità risulta già scontata di diritto.

Ringo Starr. © Richard Avedon

Tutto ciò che non abbiamo capito di Ringo Starr

Il problema sulla legittimazione della potenza di Starr, quindi, sta a monte. Quando semplicisticamente si arriva a pensare alla figura del batterista per antonomasia, si punta a volerne riconoscere tutta la straordinarietà più palese e lampante. Non è scontato, quindi, che i primi a venirci in mente siano quei classici rivoluzionari dello strumento alla stregua di un John Bonham, di un Phil Collins, o di uno Stuart Copeland. Anzi, diremmo addirittura che è certamente fisiologica una simile associazione a livello mentale.

Il trucco sta, tuttavia, nel saper andare oltre, perché, nel caso di Ringo Starr, siamo davvero tenuti a farlo. Ringo di certo non avrà mai tirato fuori sessioni estenuanti e sbalorditive alle pelli in stile Keith Moon, ma comunque, nel suo “piccolo”, è stato in grado di ergersi come una delle figure più prototipiche della scena rock della prima ora. Come? Ve lo diciamo subito.

Il Ringo Starr sconosciuto

Partiamo intanto dal fatto che il buon Ringo sembrerà pure un batterista per molti dal sound velatamente mediocre e, banalmente, geneticamente destorso. Ecco a voi la prima falla: il primo all-in di Starr è stato sembrare un semplicissimo destro pur essendo, invece, perfettamente mancino. L’escamotage alla Phil Collins di ribaltarsi il set, magari anche pure per la sua proverbiale essenzialità, non dev’essergli passato nemmeno per l’anticamera del cervello. L’estro e l’autonomia perfetta della sua mano sinistra, e chi mastica lo strumento sa di cosa stiamo parlando, non potrà mai passare inosservata, figuriamoci trascurata.

The sound of Ringo

Aggiungiamo poi la questione sulla vera e propria chirurgia tipica dell’estetica sonora di Starr. La capacità naturale ed innata di essere un metronomo ambulante fattosi carne ha permesso al buon Ringo di essere in grado di tenere qualsiasi ritmica per tempi serrati, e a tratti inumani, garantendo sempre la più perfetta resa finale. Insomma, una vera e propria macchina da guerra, per la quale accelerazioni e rallentamenti erano solo un mero esercizio di stile per la nettezza proverbiale del suo sound. Se ancora pensate che essere Ringo Starr sia sinonimo diretto di semplicità cominciate a ricredervi alla velocità della luce.

Ringo Starr e Paul McCartney. © Ringo Starr

Un punto di riferimento chiamato Ringo Starr

Insomma, parlare di Ringo Starr significa avere a che fare con un totalizzante punto di riferimento della cultura batteristica mondiale, un tipetto che ha compreso l’importanza di cosa volesse davvero dire essere il coordinatore supremo del motore pulsante di una band. Ascoltare il contributo di Starr lo fa apparire leggero, scanzonato, forse addirittura superficiale e poco talentuoso. Ringo, invece, era di ben altra pasta, e già il fatto di aver dettato legge sul famoso palchetto rialzato dedicato al suo strumento, al fine di rendere il suo ruolo un riferimento acustico e visivo nel caos dantesco dei loro live, ci fa capire parecchio su quanto ci abbia sempre creduto.

Un innovatore in sordina

Insomma, ci vuole coraggio nel dire che Starr non sia forse il batterista più influente nel pop d’autore: chi pensa che senza gli altri tre Starr non avrebbe mai sfondato si sbaglia di grosso. Questo perché è impossibile non collegare il nome di Sir Ringo alle svariate innovazioni delle quali si è reso straordinario fautore. Ringo è colui che ci ha educati al sound al quale oggi ci sentiamo così familiari, quello che forse ora non stupisce più come nei primi anni ’60 ma che, se ci azzardiamo a trascurare, ci farebbe buttare all’aria la storia discografica degli ultimi sessant’anni alla stregua di un kleenex usato.

Ringo è il re delle sordine, un rivoluzionario d’eccellenza nell’ambito della fonia: il primo a piazzare delle coperte nella grancassa, il primo a far posizionare i microfoni in prossimità dei tamburi e all’interno della cassa per farli apparire con la gravità timbrica di un tom.

Le intuizioni di quell’apparente farloccone britannico, mirate ad una certosina definizione del suono tramite tiranti più lenti, un suono più tondo e ad una rielaborazione totale dello stile con le sue bacchette matched, non possono essere ignorate in virtù di una fama supposta come superiore e immeritata rispetto al suo reale talento.

Di talento, Starr, ne ha sempre avuto da vendere, peccato che la stragrande maggioranza dei distratti ascoltatori si sia fatta vincere dal pregiudizio piuttosto che dal voler andare davvero a fondo nello sconfinato universo chiamato Ringo Starr.

Pagina Instagram dell’illustratore: @colzanialessio

Immagine di copertina: © Grammy / Getty Images
© riproduzione riservata