Concepito a cavallo tra l’inverno e la primavera, James Douglas Morrison nacque per la prima volta quando una Clara Clarke paonazza e dilaniata dal dolore allargò le gambe l’8 dicembre 1943; la seconda fu nel ’47 quando, ancora piccino, dal finestrino della macchina in corsa dei suoi vide dei Pueblo indiani con la pelle di sangue e gli occhi di morte, nel deserto tra Albuquerque e Santa Fe. La terza, invece, risale ai tempi del liceo e fu allora che vennero alla luce il Re Lucertola, Mr. Mojo Risin, Jimbo e Dioniso: leggere On the road, il romanzo scritto da uno strano vagabondo nel ’51 ma pubblicato solo sei anni dopo, gli aveva decisamente cambiato la vita. Dal nomadismo beat della generazione di Kerouac finì con l’innamorarsi del nichilismo del vecchio e caro Friedrich Nietzsche, poi dei rivoluzionari ed un po’ maudits Charles Baudelaire e Arthur Rimbaud, del critico della società Allen Ginsberg ed infine di William Blake, quell’insolito visionario dall’indole petrarchesca che credeva che innocenza ed esperienza fossero complementari e necessarie per un’esistenza piena. Fu proprio un verso tratto dalla sua opera Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno ad ispirare indirettamente, se così si può dire, il nome del gruppo che segnò la seconda metà dei Sixties; era il 1965 quando lui e Ray Manzarek, entrambi studenti alla UCLA di Los Angeles, si sedettero sul bagnasciuga di Venice Beach scambiandosi incertezze nebulose e solide immaginazioni, poi il concierge aprì le porte della percezione ed a loro si unirono Robby Kriegger alla chitarra e John Densmore alla batteria. Morrison, all’anagrafe James Douglas ma conosciuto come Jim nell’eternità di un mondo fugace, nacque per la quarta volta.

[…] Ma prima di tutto, la nozione che l’uomo ha un corpo distinto dall’anima dovrà essere espunta; e sarò io a farlo, stampando col procedimento infernale, con corrosivi, che nell’Inferno sono salutari e medicinali, dissolvendo le superfici apparenti, e rivelando l’infinito che nascondevano. Se si pulissero le porte della percezione, ogni cosa apparirebbe all’uomo come essa è veramente, infinita. Poichè l’uomo s’è da stesso rinchiuso, fino a non vedere più le cose che attraverso alle strette fenditure della sua caverna.

William Blake
da “Memorabili apparizioni” ne Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno

La sua vita ebbe, senza ombra di dubbio, l’andamento di un ottovolante imprevedibile; il consumo di droghe e l’abuso di alcool riuscivano dapprima ad elevarlo su di un piedistallo e poi a scaraventarlo per terra con una facilità disarmante. Jim Morrison era perversione mitica e mistica, provocatore che disturbava le masse congetturando apertamente sul complesso di Edipo ed allo stesso tempo personalità capace di ricreare esperienze sensoriali lontane come in Spanish Caravan (1968) o momenti intimisti e delicati individuabili in The Crystal Ship (1967) o nella memorabile ed incantevole Riders On The Storm (1971). Cantò come se fosse l’unica cosa importante al mondo e scrisse, scrisse tanto. Così come i prigionieri del mito della caverna di Platone sfidarono la luce del giorno per inseguire la verità e sfuggire ai falsi idoli d’ombra, allo stesso modo si fece portavoce e promotore di una campagna civile e musicale, intenta ad abbattere le barriere mentali, i pregiudizi ed i preconcetti, universalmente in vigore nei tempi – in apparenza – moderni dell’avanzato secondo dopoguerra. Voleva essere splendidamente libero e talmente potente da poter spezzare le catene delle convenzioni; per farlo, serviva una spasmodica curiosità ed un impellente desiderio di conoscenza.

Ecco che cercò di raggiungere questa completezza affidandosi a studi di sociologia, psicanalisi, narrativa, religione, filosofia ed antropologia, trasmettendoli nei testi e nei componimenti poetici che in Italia è possibile rintracciare in due volumi. Il primo è  I signori. Le nuove creature. Le poesie del “Re Lucertola”, edito da Blues Brothers nel 2009 con traduzione a cura di Lorenzo Ruggiero; comprende le poesie pubblicate in vita da Jim Morrison nella raccolta The New Creatures (1969) ed in quella più aggiornata The Lords. Notes on Vision, pubblicata nel ’70 da Simon & Schuster. L’altro è Tempesta elettrica, prodotto da Mondadori nel 2002 con traduzione di Tito Schipa Jr, che include le poesie pubblicate nelle due raccolte postume Wilderness. The lost writings of Jim Morrison (1988) e The American Night (1991).

[…] Ti stavamo aspettando

dal mattino, Jack.
Perché hai perso
così tanto tempo nella stanza fuligginosa?
Questa brillantezza trascendente
è la parte migliore.
(del nulla
-Io canto)

Va bene.
La smetto.
Sono pazzo.
Stop.

Jack Kerouac
da Bowery Blues

 

Il 1978 fu l’anno in cui i the Doors pubblicarono un particolare album sotto l’etichetta Elektra Records. In An American Prayer, disco che prende il nome dal poema che Jim Morrison fece pubblicare nel 1970 per sole 500 copie, Ray Mazarek e compagni decisero di mettere in musica le poesie del leggendario frontman a sette anni dalla sua scomparsa, sovrapponendo la sua voce, ricavata da alcune declamazioni pubbliche del 1969-70, a basi sonore inedite. Questa è la tracklist dei tredici brani che lo compongono:

Lato A

Awake – 0:35
Ghost Song – 2:48
Dawn’s Highway – 1:25
New Born Awakening – 2:20
Black Polished Chrome / Latino Chrome – 2:47
Stoned Immaculate – 1:34

Lato B

American Night – 0:40
Roadhouse Blues – 4:55
Astrology Rap – 0:44
World on Fire – 1:10
The Hitchhiker – 2:10
An American Prayer – 6:48
The End – 11:35

La singolarità di questo lavoro in studio è lampante: l’atmosfera che parte dalla prima traccia e si conclude con l’ultima è il frutto di un viaggio intimistico in cui l’ascoltatore è invitato a rintanarsi in un rifugio di sogno e magia. La penultima non è solo quella con la durata maggiore, ma dà anche il nome all’intero percorso uditivo; alcuni versi si rivelano assolutamente evocativi ed esistenzialistici, come Do you know we exist?/ Have you forgotten the keys to the kingdom?/ Have you been born yet, and are you alive?We live, we die, and death not ends it. Jim pone a se stesso ed ai suoi interlocutori delle domande crudeli e senza risposta. Immedesimarsi in uno degli spettatori seduti ai piedi del palco appare facile e dolcemente malinconico; regala alla riproduzione del disco l’onere e l’onore di non far parte della classe dei memorabilia, per immolarsi, invece, a mo’ di dichiarazione d’amore di un uomo per la bellezza del mondo e dei suoi drammi.

La musica si spense il 3 luglio 1971. Venne sepolto nel cimitero degli artisti del Père Lachaise, nella Parigi in cui si era trasferito con la sua Pam, intenzionato a dedicare corpo ed anima alla composizione poetica. La sentenza finale è data al suo epitaffio, un’iscrizione in greco su lastra di bronzo; la frase riportata ΚΑΤΑ ΤΟΝ ΔΑΙΜΟΝΑ ΕΑΥΤΟΥ, ovvero fedele al suo spirito. Così è stato, così è. James Douglas Morrison, figlio di George Stephen Morrison e Clara Clarke, nacque a Melbourne per la prima volta ma risorge ogni volta che qualcuno si nutre dei carmina che muovono il mondo. E, soprattutto, era fatto di poesia.

[…] È ritrovata.

Che cosa? – l’Eternità
È il mare andato via
Col sole.

 Arthur Rimbaud
da L’eternità

 

 

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