Giorgio Di Mario, in arte Bucha

In un mercato italiano ormai saturo di rapper, uno più bizzarro e decadente dell’altro, la presenza di Bucha non appare stranamente di troppo. Giorgio Di Mario è giovane e romano, e queste parole da sole potrebbero bastare a descrivere fino in fondo il suo appeal e il suono del suo album di debutto. Un album personale, in cui il ventireenne si mette a nudo con il pubblico e si racconta a tutto mondo, con una narrazione ricca di dettagli in cui solo un romano si può riconoscere. Alla fine volevo solo pagare una cena a mia madre dimostra tutto quello che Bucha ha da offrire e, ancora di più, a cominciare da una serie di flow veloci e variegati che non mancano mai un colpo, e una serie di idee forse scotte, ma capaci di conquistare almeno in parte.

È un album basato sulle emozioni e sul loro impatto, ed è proprio a partire dalle emozioni che Bucha offre il meglio di sé. Il lato sentimentale, sensibile del rapper è quello che, ultimamente, offre ad Alla fine volevo solo pagare una cena a mia madre il suo elemento caratterizzante, nel bene e nel male. Non sguaiato, non cinico, non materialista e non volgare se non c’è bisogno di esserlo, il rapper romano costruisce il proprio personaggio con melanconia ed eleganza, contemplando la propria vita in modo distaccato e affettuoso nonostante gli inciampi. Dopotutto, come dice alla fine del ritornello di Rivoluzione, “è dal dolore che nascono le conquiste”. Il paragone americano d’obbligo, in questo caso, è il tatuato e glaciale Machine Gun Kelly, il “cattivo ragazzo dal cuore d’oro” del rap d’oltreoceano. Eppure si capisce che c’è ben di più nascosto dietro quella scorza: anzi, non nascosto del tutto, perché l’aspetto più affettuoso di Bucha emerge perfettamente nelle dettagliate descrizioni e nei piccoli rimandi alla sua vita, gli accenni sottili a spiagge e campetti e a “quel” particolare vicolo in cui ha avuto la sua prima rissa.

Giorgio Di Mario, in arte Bucha

Tuttavia, Alla fine volevo solo pagare una cena a mia madre è un album di debutto, e ha tutti i problemi di limatura che possiedono i suoi simili. Tali problemi si manifestano in primis quando l’umanità più delicata del rapper viene meno. In quei momenti l’atteggiamento aggressivo e risentito appare una posa, interpretata solo perché lo fanno altri. Ti Ho Vista Dove è presentato come singolo di punta del disco, ma risulta, ascoltando il lavoro completo, una delle opere più deboli, oltre che a una delle più plastiche. Questo perché i tentativi da parte del rapper di mostrare bravado e machismo, combinati all’appeal sensibile e introverso che si trova alla base del Bucha artista (“io so parlar di me solo in una canzone”), finiscono col creare un personaggio irritante e plastico, il classico nice guy che si propone di assistere l’eroina femminile non per affetto o genuina preoccupazione per il suo benessere, ma semplicemente perché interessato ad avere in cambio qualcosa da lei. O quando, all’inizio della prima strofa di Come Me, afferma di aver “visto personalità sotto a quel vestitino”, quasi le due cose non potessero coesistere e il suo errore fosse stato quello di dare troppa fiducia alla discinta giovane. Non che basti una frase mal pensata per affossare una canzone, e a conti fatti l’offerta di comprensione data da Bucha ai suoi fan, e alla loro rabbia e frustrazione così simile alla sua, non può non colpire.

Nonostante le tematiche che presenta, Alla fine volevo solo pagare una cena a mia madre è fondamentalmente un disco leggero. Le canzoni scorrono spesso via dopo due ritornelli, e si cantano abbastanza facilmente da soli o in gruppo. Lo strumento portante è la chitarra acustica, ma quando l’elettronica colpisce, come nel regale drop di Surrealisti, si vanno a creare i momenti più potenti. Se quella canzone fosse stata il riferimento per il resto dell’album, e il suo quadro doloroso e onesto di solitudine accompagnato a una promessa di solidarietà che (a differenza di Ti Ho Vista Dove) appare onesta e dolce, sarebbe stato un album impeccabile. Più dimenticabili sono i brani puramente romantici, che si presentano come qualcosa di “già visto”, nonostante l’innegabile impatto personale della traccia. Non c’è nulla, in Alla Fine Volevo Solo Pagare Una Cena A Mia Madre, che non provenga direttamente da Bucha e dalla sua esperienza vissuta, e viene tutto interpretato come tale, con una voce che, seppur poco sciolta nei ritornelli cantati, continua a reggere fino alla fine.

In conclusione, Alla fine volevo solo pagare una cena a mia madre è un album di debutto perfettamente funzionale, e costruito a regola d’arte per un pubblico che nel rap vede racconti quotidiani della propria vita. Per lo meno, le ragazze solitarie e introverse hanno trovato un nuovo cantastorie da cui farsi ritrarre, e in quel senso, Bucha non è privo di capacità. “Non so cosa voglio, ma so esattamente quello che non voglio”, dichiara il rapper  nella chiosa di Capodoglio 216. Con questa premessa, Alla fine volevo solo pagare una cena a mia madre riesce ad ingranare abbastanza colpi da farsi piacere.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊,5/10

Canzoni consigliate: All Star, Rivoluzione, Surrealisti

Il materiale fotografico è stato gentilmente concesso dall’ufficio stampa di Bucha
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