Prima di parlare direttamente dell’album d’esordio, Fetus, del Maestro Battiato, vogliamo fare un passo indietro da quel 1972. Un passo lungo circa 40 anni, quando uscì il distopico romanzo fantascientifico “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, uscito, appunto, nel 1932.
Questo romanzo, incredibilmente, anticipò temi quali lo sviluppo delle tecnologie della riproduzione, il mondo dell’eugenetica e il mentalismo, usati per plasmare un nuovo modello di società in cui l’uomo vive in un drammatico stato di confusione esistenziale.
Uomini creati in provetta, e DNA modificati artificialmente, sono il trampolino da cui Franco Battiato decide di lanciarsi a capofitto, facendo il suo esordio nel mondo musicale.

Un esordio sperimentale, in cui la musica e le parole vengono studiate scientificamente e tutto viene calcolato alla precisione. Ma il risultato finale non appare freddo e matematico, ma algebricamente armonico e fluido.
Rock sperimentale e musica melodica italiana sono gli elementi scelti che fungono da catalizzatore biologico organico in grado di attivare numerose reazioni chimiche dal piacevole esito musicale.

Complice di quest’album geniale è il famigerato sintetizzatore analogico VCS3, una novità dell’epoca: Battiato, infatti, acquistò la seconda copia proprio per il suo primo album Fetus.
Chi acquistò la prima copia? I Pink Floyd.
Fetus è stato uno dei primissimi album sperimentali, prodotti in Italia, ad aver visto la luce.

I testi, ovviamente, mantengono una forma criptica e matematica. Il brano “Fenomenologia”, infatti, si conclude con le formule x1 = A*sen (ωt) e x2 = A*sen (ωt + γ), la formulazione matematica che rappresenta appieno il tema dell’album. Le due espressioni, infatti, sono due sinusoidi della stessa ampiezza, sfasate di un’unità: la rappresentazione esatta della doppia elica del DNA.

© Copertina dell’album “Fetus”

Nella fine del brano “Meccanica”, invece, si possono ascoltare parti di conversazioni che ci furono tra l’equipaggio dell’Apollo 11, Neil Armstrong e Edwin Aldrin, con il presidente Richard Nixon, su cui si inserisce, oltretutto, l’Aria sulla quarta corda di Johann Sebastian Bach.

«Ripensando alla mia carriera ci sono cose che sicuramente cambierei. […] Oggi butterei nel secchio quei due o tre dischi di musica leggera che ho inciso: quando riascolto quelle canzoni, me ne vergogno. Nel ‘69, poi, arrivò lo shock: ero sul palco di Un Disco per l’Estate e sentii una voce dentro me che mi urlò “Buttati sull’elettronica!”»

Nella title track, primo brano del disco, il ritmo viene dettato dal battito cardiaco e da synth che sonorizzano le emozioni principali. Il feto, appena formato, parla del suo arrivo su questo pianeta, annunciando da subito l’alienazione nei confronti del concepimento.
Nel brano “Una cellula”, le molecole e i caratteri genetici cominciano a raggiungere una forma concreta all’interno del grembo. Poi c’è “Cariocinesi”, in cui avviene il processo di divisione indiretta della cellula: un pezzo in cui vige la dissonanza. Già da quest’album si avverte nelle orecchie tutta l’inquietudine che porterà Battiato alla trascendenza spirituale degli ultimi dischi. Il VCS3 rimane tutt’ora uno degli strumenti musicali cardine della sperimentazione che, come in questo caso, crea la melodia portante del brano e del disco, inserendo percussioni, violini e chitarre.

Energia”, “Mutazione” e “Anafase” mantengono solide le pareti dello scenario biologico, immergendo l’ascoltatore in microcosmi dettagliati e distopici.

La copertina, invece, volutamente provocatoria, raffigura un feto poggiato su un foglio di carta grezza. Quest’immagine, ai tempi, remò decisamente contro la diffusione dell’album e spinse molti negozianti a non esporre il disco nelle vetrine.

Alla luce dei fatti, possiamo definire il primo album di Battiato come un album rivoluzionario, se non L’album rivoluzionario per eccellenza. Sperimentazione pura guidata da un senso di scoprire luoghi musicali inesplorati. Luoghi in cui, sicuramente, Franco Battiato è riuscito ad entrare in contatto ed ospitarci, rassicurandoci di non avere paura.

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