3 ottobre 2019: la data della venuta al mondo di Ghosteen, 17esimo album in studio per Nick Cave e i suoi Bad Seeds. Una data quantomai importante per la discografia mondiale, che segna l’ennesimo successo dell’indomito e radicale cantautore australiano nonché la seconda tappa focale dell’elaborazione più profonda delle tragedie personali del nostro Cave in chiave sonora. Sì, perché Ghosteen si configura perfettamente come un percorso complesso nei meandri dell’ombra interiore del suo autore, rappresentando l’espressione più nitida (nonostante le sue potenti componenti impressionistiche) della sua personalissima prassi d’elaborazione del lutto.

Un raffinatissimo approccio auto-psicanalitico cominciato con Skeleton Tree (2016, Bad Seed Ltd.) è quello che continua ad evolversi all’interno di Ghosteen, dove il riferimento che balza indubbio ai nostri occhi altro non è che quello al figlio dello stesso Cave, Arthur, scomparso tragicamente precipitando da una scogliera nel 2015 sotto l’effetto di sostanze psicotrope. Ecco svelato il ragazzo fantasma del titolo, protagonista indiscusso delle tribolazioni emotive e creative di un padre orfano della sua creatura. Non a caso, all’interno di “Hollywood, traccia di coda di questo album dalla natura duale, giocato perfettamente sulla dicotomia primaria figli/genitori, a regnare sovrana è la consapevolezza dell’universalità della morte come stato di natura, che quindi, proprio in chiusura, si manifesta come topic centrale e forza motrice di tutto Ghosteen nella sua essenza:

 Everybody’s losing someone, it’s a long way to find peace of mind.

Nick Cave in uno scatto di Matthew Thorne. © Matthew Thorne

Ciò che rende inoltre eccezionale questa uscita, a prescindere da un prodotto finale che all’ascolto ci conferma il saper rasentare il più alto ideale di perfezione, è il fatto che sia stata completamente inaspettata. Ad introdurlo non ci sono state anticipazioni o singoli, solo alcune voci riguardanti del nuovo materiale sul quale Cave stava lavorando.

Ed invece ecco tra noi, con estrema sorpresa, quello che già prima della sua apparizione sulle principali piattaforme digitali abbiamo osato definire come un elogio dell’espressionismo in purezza, un lavoro densamente contaminato da altissimi rimandi letterari (si vedano Plath, Blake e Yeats, non a caso grandi amori letterari del nostro Cave) che rendono carica e densa l’atmosfera che Ghosteen genera alla sua riproduzione: non stiamo ovviamente parlando di un album di facile ascolto, non perché non sia immediatamente godibile ma in quanto è disseminato di immagini simboliche e metatestuali come tradizione caveiana ci insegna, si vedano nello specifico i disparati rimandi di natura biblica (come Leviathan, traccia che ci riporta al Paradiso Perduto di miltoniana memoria) che costellano i testi di un album che ascende al cielo come Dante fece nella sua Commedia.

La copertina di “Ghosteen”. © SentireAscoltare / Bad Seed Ltd.

Possiamo per questo azzardare che Ghosteen, proprio per questa sua rarefazione atmosferica che lo compone e per la sostanza eterea che ne è materia portante, sia il potenziale bright side proprio di quello Skeleton Tree che non rappresentava altro che la materializzazione di quella discesa negli inferi più oscuri dell’anima di un Cave martoriato da un dolore di natura indomabile e quantomai cruda.

Se durante l’ascolto di Skeleton Tree la percezione dominante era certamente quella di un’oscurità dirompente pronta ad avvilupparci nella sua tentacolarità, con Ghosteen sono le luci chiare dell’alba ad accoglierci fra le sue note ed i suoi arrangiamenti melodicamente mai banali, luminosità legata a filo doppio proprio a quella matrice spirituale che adotta nella sua personalissima estetica compositiva e che rende questo suo diciassettesimo lavoro con i suoi Bad Seeds un album saldamente ancorato ad una inaspettata natura gospel sempre più profonda e viscerale.

Nick Cave fotografato da Anton Corbjin a New York nel 1983. © Anton Corbjin

Ghosteen è ovviamente un album che richiede una strutturata e paziente metabolizzazione della sua sostanza, aspetto che non ci permette ancora la completa obiettività riguardo al suo imponente contenuto, motivo per il quale una sua recensione lucida appare impresa senz’altro ardua per tutti coloro che hanno tentato di approcciarvisi in questi pochi giorni.

In primis per la sua intensa minimalità di fondo: Ghosteen altro non è che un progetto ancora più scarno del sopracitato Skeleton Tree, che gioca volontariamente e in modo primario sul concetto di sottrazione. I tappeti ritmici sono pressoché assenti, come anche la furia distintiva del Cave degli anni che furono: a regnare sovrani sono piano e tastiere (elementi tuttavia dominanti a partire dal magnificente Push The Sky del 2013, che in un’ideale trilogia comprendente Skeleton Tree e Ghosteen potrebbe rappresentare un limbico Purgatorio nonostante la sua uscita in tempi non sospetti), a manifestare così la costante ricerca compositiva al quale Cave naturalmente da sempre si sottopone.

Nick Cave. © Gosha Rubchinskiy

In secundis per l’imponenza emotiva della materia trattata: in Ghosteen Cave decide deliberatamente di affrontare questo dolore innaturale in maniera più veemente e diretta, nonostante le sonorità che strutturano questo doppio LP siano tutt’altro che violente. Quello che Ghosteen rappresenta è la volontà finale di un padre di rendere eterno, fissandolo in quello che potremmo definire un vero e proprio concept album, ciò che ha perso per sempre. Ghosteen è il modo forse più naturale per Cave di dire addio al suo Arthur regalandogli vita eterna, potendo tuttavia in questo modo tenerlo sempre con sé. In questo è racchiusa la sua profonda natura opposta: da un lato opprime e strazia, dall’altro libera.

Ora sta a voi giudicare. Agli ascoltatori l’ardua sentenza.

Immagine di copertina: © Gosha Rubchinskiy.

© riproduzione riservata

 

 

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