di Mariaelena Tucci

Mahmoodworld, vale a dire: “Questo importa di me, nient’altro”. Così Alessandro è registrato su Instagram, e sembra quasi voler delimitare nello spazio ciò che realmente resta dopo le ennesime polemiche e strumentalizzazioni: la sua musica e le undici tracce di Gioventù bruciata (Universal, 2019). Nato come un EP e, in seguito, arricchitosi del successo sanremese, Soldi (anche nel featuring con Guè Pequeno), e di altri inediti, il primo album di Mahmood si dimostra inaspettatamente coeso e omogeneo, tenendo fede a un sound che strizza l’occhio al pop, all’R&B e, a tratti, anche alla trap e ad una poetica di fondo tanto essenziale quanto ben strutturata.

L’album, infatti, è attraversato da un unico dialogo in absentia: nei suoi testi, Mahmood sceglie spesso di rivolgersi a un “tu” apparentemente lontano, che può prendere le sembianze di un amore finito o, quasi sempre, del padre. Ciò che colpisce, però, è la naturalezza con cui il giovane artista milanese affronta i suoi fantasmi: senza espressioni troppo pretestuose, in Mai figlio unico ci racconta della sua famiglia non tradizionale (“Ho una sorella e un fratello/ dall’altra parte del mondo/ ma io sto bene così”), in Asia Occidente di distanze affettivamente inconciliabili (“Farò finta di niente/ come sempre, come se/ io fossi l’Asia e tu l’Occidente”) e, in Soldi, di buoni propositi a senso unico (“Waladi waladi habibi, sembrava vera/ la voglia, la voglia di tornare come prima”). Nel suo lessico semplice Mahmood nasconde, in realtà, un animo bambino, che nella mancanza della figura paterna cerca di costruire a fatica il suo essere uomo: in brani come Remo Sabbie mobili si percepisce questa carenza di equilibrio, dove la certezza della terra lascia spazio all’instabilità di un mare in cui annaspare (“io remo […] ma le mie braccia non ce la fanno più”) o a una distesa desertica in cui affondare (“Più ti penso qui/più cado in sabbie mobili”).

Il passato continua ad insinuarsi con prepotenza nei brani di Gioventù bruciata: in Uramaki è il tempo di ciò che non è successo, mentre in Anni 90– impreziosita dalla strofa di Fabri Fibra – è quella fase iniziatica o transitoria della vita che porta ancora con sé gli strascichi delle illusioni. Di contro, però, Mahmood cerca di opporsi a ciò che lo sovrasta con frasi come “Non voglio più guardare indietro”, “Non ho giurato che tornerò” o usando spesso gli avverbi “oggi” e “ora”. E se il tempo è una conquista, lo spazio diventa un gioco: Alessandro rimbalza continuamente tra il Gratosoglio (quartiere milanese in cui è cresciuto) e l’Egitto, rintracciando continue connessioni (“Sono di Milano Sud, ma sembra l’Africa”, Mai figlio unico) e nuove sovrapposizioni (Il Nilo nel Naviglio).

La ricerca delle sue personali coordinate geografiche lo porta anche su un’isola ideale, luogo privilegiato per chi ha bisogno di ricaricarsi e ricominciare, dove “soffrire è difficile/ sentirsi più ricchi dentro è la giusta attitudine” (Milano Good Vibes). Mahmood, quindi, sa bene dov’è stato ma non ha ancora individuato la sua direzione futura: Gioventù bruciata ha dei punti acerbi e alcuni movimenti ripetitivi. Ma si risolverà tutto nell’attesa, perché il ragazzo è già consapevole delle sue capacità, della sua voce dannatamente soul e di un dolore che presto sarà metabolizzato in una forma più matura.

Voto:  🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

 

Tracklist