C’è qualcosa di autentico e singolare nella figura dell’artista per come viene vista (e vissuta) in Gran Bretagna: quasi mai questi si gonfia il petto col proprio successo o ne fa vanto; quasi mai si trasforma in un’entità inavvicinabile lontana dalla realtà e dalla gente. Come se qui – più che da qualunque altra parte – il musicista, il cantante fosse rimasto davvero un’espressione del tessuto sociale nel quale è nato e cresciuto. Pensiamo a Noel Gallagher che viaggia con le compagnie low cost, o a Robert Del Naja che – pare – si possa trovare spesso a bere birra per i pub di Bristol.  Forse per questo non c’è da stupirsi della naturale vitalità che da sempre ha la scena musicale britannica, brodo primordiale nel quale hanno trovato gestazione dapprima il punk, poi la new wave, il post-punk, la dubstep, il trip-hop… Testimonianza, questa varietà, di una cultura in grado di sperimentare, guardare a fondo ed anche avanti per mettere a nudo le asprezze dell’epoca o per gridare le proprie difficoltà. Senza enfatizzare eccessivamente, col rischio di scadere in una retorica fine a se stessa, non possiamo comunque non riconoscere come quest’epoca di brexit ed incertezze abbia fatto da cornice e da sfondo per l’affermarsi di band come IDLES, Shame, o ancora Cabbage e Sleaford Mods. Per comodità di catalogazione, è ovvio, si raggruppano molti artisti insieme, si fa un gran calderone; eppure questo appiattire le piccole grandi differenze in favore della quantità delle proposte, può essere utile proprio a riconoscere la portata del fenomeno. In fondo una zuppa può essere molto gustosa, forse più dei suoi elementi presi singolarmente.

Dogrel. Così veniva definito un certo tipo di poesia scritta male o con una ritmica zoppicante, avente talvolta significati ambigui o osceni. Una poesia semplice, senza tanti fronzoli, che va dritta al punto e sa essere addirittura dissacratoria. Questo è il titolo del disco (uscito per la Partisan Records) di debutto dei Fontaines D.C. ed è azzeccatissimo non solo per il significato in sé, che fa da contenitore “stilistico” alla proposta della band, ma anche perché rimanda alla passione dei cinque (compagni di college) per la letteratura britannica e alla loro abitudine a ritrovarsi al pub per leggere e scrivere poesie. Non solo nella musica, ma anche in questo ritrovarsi e leggere (e, ci scommettiamo) bere c’è molto delle serate ai limiti del situazionismo messe in piedi da Mark Smith e che avevano dato vita ai suoi The Fall (ve ne parlavamo qui).

Credits: Deborah Sheedy

Attorno a questo primo lavoro della band si era addensata quindi da qualche tempo una certa aspettativa, complice la gran quantità di singoli (sette su undici brani che lo compongono) che l’avevano preceduto e che avevano attirato l’interesse del pubblico e della critica. E in effetti Dogrel si dimostra un’ulteriore, piccola perla che va ad incastonarsi nella preziosa corona della nuova e fervente scena britannica. Questo nonostante i cinque siano di Dublino e non “strettamente” britannici, la sigla D.C. stia appunto per Dublin City e il disco sia permeato da riferimenti alla capitale irlandese: le affinità e le convergenze con le band sopra citate, infatti, trascendono la differenza geografica senza però impedire che venga riconosciuta.

L’apertura è affidata a Big, che in trenta secondi condensa una dichiarazione di intenti limpida e inequivocabile: dal giro di basso accattivante al cantato che con chiaro accento irlandese porta alla mente Jon King dei Gang of Four siamo catapultati in un molteplice caleidoscopio di influenze e rimandi. Coi loro “colleghi” di etichetta, gli IDLES, condividono una buona dose di rabbia, riversata in brani come Too Real (“none can pull the passion loose from youth’s ungrateful hands”, nessuno può strappare la passione dalle mani ingrate dei giovani) o Chequeless Reckless, ma mantengono una discreta dose di orecchiabilità quasi sfacciata come in Liberty Belle, vicino alle sonorità dei Vaccines o addirittura sfacciatamente rock in Boys in the Better Land. Eterogeneità, quindi: si passa dal post-punk di Sha Sha Sha alla new-wave di Television Screen e in effetti il comun denominatore di questo disco è piuttosto la città irlandese protagonista della conclusiva Dublin City Sky. Nel turbolento alternarsi di influenze, Dublino è il terreno sul quale si costruiscono le storie e i personaggi che popolano i brani dell’album: una Dublino sotterranea, periferica, vera, che fa da scenografia e insieme da protagonista.

Un esordio perfetto per quanto avevano da dire i cinque, che l’hanno fatto senza fronzoli o giri di parole e con la solidità di chi non ha niente da perdere né da dimostrare. Dogrel è un album che non solo andrà ad aggiungersi, come dicevamo, ad un’ampia raccolta della nuova ondata post-punk britannica, ma che contribuisce altresì a tracciarne un’identità: giovane, disillusa ma non per questo arrendevole. Sarà che le chitarre non hanno perso il loro fascino, sarà l’aria dell’oceano Atlantico, o semplice, pura, voglia di rivalsa, ma qualcosa si sta muovendo al di là della Manica. 

Voto:  🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊 /10

Brani consigliati: Too Real, Chequeless Reckless, Television Screen, Boys in the Better Land

Tracklist:

 

Foto di copertina: © Aisling McCoy (da atlas.etihad.com)
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