Sono momenti caldi questi per Achille Lauro che, con il nuovo disco “1969” in uscita oggi, venerdì 12 aprile, ha dovuto comunicare all’inizio di questa settimana lo spostamento ad ottobre delle date del tour previste per maggio, travolto dal successo scaturito dalla sua partecipazione all’ultima edizione del Festival di Sanremo. Ad alimentare ulteriormente il fuoco mediatico, ecco arrivare mercoledì 10 aprile la notizia, diffusa dal settimanale Chi e non ancora confermata da fonti ufficiali, della partecipazione di Achille Lauro ad X Factor nelle vesti di giudice, accanto al già noto volto televisivo di Sky Joe Bastianich. Se questa notizia fosse vera potrebbe anche giustificare il rinvio delle date di maggio, che coinciderebbero con il periodo delle audizioni del talent show di Sky.

Quello che è certo è che Achille Lauro, artista romano classe 1990, è un personaggio difficile da inquadrare: in una carriera finora breve, avviata nel 2013, ha collaborato con l’etichetta Roccia Music di Shablo e Marracash vestendo i panni del rapper, per poi fondare la sua etichetta, No Face Agency, e iniziare a sperimentare con le sonorità della musica elettronica e trap, fondendo quest’ultima con i ritmi latini per creare la samba-trap. Negli ultimi anni ha anche avuto il coraggio di fare un passo che spaventa molti suoi colleghi provenienti dalla scena underground, ovvero contaminarsi con il panorama pop: ha infatti collaborato nel 2018 con Anna Tatangelo alla realizzazione di una nuova versione della hit “Ragazza di periferia” e, come se non bastasse, è arrivata nel 2019 la partecipazione all’ultima edizione del Festival di Sanremo, il regno della musica pop e della melodia dove, insieme al fedele compagno e produttore Edoardo Manozzi, in arte Boss Doms, ha conquistato un inaspettato nono posto grazie a “Rolls Royce”, un brano sinceramente rock’n’roll, sia per le sonorità che per le tematiche. Insomma, Achille Lauro è un artista complesso, a cui le etichette stanno strette e che ha fatto della sperimentazione e della voglia di osare il suo marchio di fabbrica, quindi lasciamo parlare “1969”, il suo quinto album in studio.

La copertina di “1969”, il nuovo album di Achille Lauro. Fonte: Ufficio stampa – Parole&Dintorni.

Prendendo in mano il nuovo disco di Achille Lauro incrociamo subito lo sguardo di quattro figure storiche della cultura pop, quattro icone che, in modo diverso, hanno influenzato questo lavoro: James Dean, per la sua vita sregolata che l’ha reso una vera e propria leggenda, Marilyn Monroe, la cui celebre frase “Dicono che il denaro non faccia la felicità, ma se devo piangere preferisco farlo sul sedile posteriore di una Rolls Royce piuttosto che su quelli di un vagone del Metrò” ha ispirato il brano sanremese, Jimi Hendrix, per il suo stile di vita libertino, e Elvis Presley, colui che più di tutti ha influenzato il nuovo lavoro dell’artista romano dal punto di vista artistico e musicale.

L’anno scelto come titolo di questo album, il 1969, è stato un anno di enormi cambiamenti in molteplici campi: il 20 luglio l’uomo ha raggiunto per la prima volta la luna – data a cui è anche dedicata una canzone del disco – e, solo un mese dopo, quasi mezzo milione di persone si raccoglievano sul prato che ha ospitato il festival di Woodstock; è stato l’anno dell’ultimo concerto dei Beatles sul tetto dell’edificio della Apple, dell’uscita di Satyricon, il capolavoro di Federico Fellini, l’anno dei mille goal di Pelè in carriera e del matrimonio di John Lennon e Yoko Ono. Il 1969 è quindi un simbolo del cambiamento e della novità, due concetti cardine della carriera artistica di Achille Lauro che raggiungono il culmine in questo nuovo lavoro, che pesca a piene mani dagli stili e dalle sonorità dei due decenni separati da quel fatidico 1969, gli anni ’60 e gli anni ’70, il periodo, secondo Achille, che ha visto l’apice della creatività umana e che ha portato le più grandi innovazioni artistiche. In “1969” Lauro dedica il suo personale tributo agli artisti e alle personalità che hanno segnato quegli anni fondendo elementi musicali del passato con il linguaggio e i riferimenti culturali di un neanche trentenne del 2019, riuscendo nel tentativo di santificare i suoi idoli e al contempo parlare ai suoi contemporanei.

Ad aprire il disco è l’ormai arcinota “Rolls Royce”, brano che è valso ad Achille Lauro la nona posizione nella kermesse sanremese e che lui stesso dichiara di aver scritto con l’intento di creare una canzone generazionale, che potesse sopravvivere al passare del tempo, un tema che ritorna anche nell’ultima traccia del disco. Alle schitarrate punk si sostituisce subito una chitarra acustica che accompagna la voce nel brano più delicato di tutto il disco, “C’est la vie”, una ballata malinconica che è stata scelta come secondo singolo di lancio di “1969”, quasi a voler mettere fin da subito in mostra i due aspetti dell’artista che traspaiono da questo disco, il lato più leggero e quello malinconico. Achille Lauro cambia nuovamente marcia e si lancia in “Cadillac”, un agitato inno rock’n’roll che si regge su un riff di chitarra distorta, mentre la voce sputa una serie di immagini evocative del mondo a cui questo disco fa riferimento. Con “Je t’aime” – buon candidato per diventare un futuro singolo, magari con annesso videoclip – arriva anche il primo dei due featuring entrati a far parte del disco, che vede il mago dei ritornelli Silvano Albanese, meglio detto Coez, prestare la sua voce ad un brano delicato in cui Lauro non risparmia i francesismi – vedi adieu, mercì e je t’aime –  che si corona in un ritornello ritmato e dal sapore quasi-dance, in cui domina la cassa in quarti. Una struttura simile caratterizza anche “Zucchero”, brano sognante introdotto da un arpeggio di chitarra che conduce ad un ritornello ripetitivo dagli echi psichedelici.

Achille Lauro. Fonte: Ufficio stampa – Parole&Dintorni. Foto di Cosimo Buccolieri

Nel circo di attenzione mediatica sollevato dalla partecipazione di Achille Lauro a Sanremo, al cui centro si trovavano le polemiche sul presunto riferimento del brano “Rolls Royce” all’ecstasy – prontamente rimandate al mittente dall’artista romano – si sono anche sollevate delle voci che vedevano in Lauro un nuovo Vasco Rossi. Ascoltando la title track del disco queste voci non appaiono poi così fuori dal coro: l’influenza del rocker di Zocca si sente in ogni frase di questo brano puramente rock’n’roll, soprattutto nel ritornello, leggero ed apparentemente banale, ma valorizzato dall’interpretazione e dall’intenzione che viene data alle parole che, proprio come insegna Vasco, a volte può essere più importante delle parole stesse. In “Roma” Achille Lauro e Simon P – vecchio compagno di Quarto Blocco, il collettivo romano che racchiude al suo interno rapper, produttori, grafici e molto altro – dedicano un brano alla loro città; la canzone è quella che mette maggiormente in mostra le origini rap di Lauro, e costituisce un punto d’incontro tra i fan della prima ora e chi è arrivato con Sanremo. Il brano successivo, “Sexy ugly”, è costruito su un arrangiamento elettronico mid-tempo, sul quale Lauro, con uno stile che ha utilizzato molto in questo lavoro, getta una serie di parole sconnesse ed estremamente evocative, passando senza soluzione di continuità da Shakespeare, a glamour, da tragedia a Brad Pitt, arrivando a porsi la domanda “Chi vuole vivere per sempre?”, che non può non far saltare alla mente uno degli slogan più celebri della storia della musica rock, il monumentale “I hope I die before I get old” (spero di morire prima di diventare vecchio) sentenziato dai The Who nel brano “My Generation”, guarda caso uscito nel 1965, perché di quei decenni si parlava. Il brano successivo, “Delinquente”, è stato definito dallo stesso Achille Lauro come esuberante e nel sentirlo è difficile dargli torto: anche qui parole spigolose come “hooligan” e “tafferugli” vengono scagliate a mo’ di brainstorming su una musica carica di chitarre, trovando anche lo spazio per citare Kurt Cobain nella strofa, per poi aprirsi in un ritornello melodico dal gusto pop-punk. La chiusura del disco è affidata a “Scusa”, una ninna nanna ariosa e carica di riverberi, una lettera toccante e intima in cui viene sviscerato il tema dello scorrere inesorabile del tempo.

Ad Achille Lauro va il merito di essersi saputo ispirare ad un mondo ed un immaginario quantomeno ingombranti, riuscendo a farli suoi e ad attualizzarli, contestualizzandoli perfettamente nel panorama musicale e culturale odierno ed evitando così il rischio di confezionare un disco anacronistico. “1969” è rock’n’roll e punk, ma anche pop ed elettronico, senza risparmiarsi derive dance. È tronfio e viscerale, maleducato, gonfio di chitarre e voci sguaiate, ma anche accessibile ed immediato. È l’ennesimo passo della carriera di un artista che non si è mai accontentato dei suoi successi, ma ha sempre cercato di innovarsi e sperimentare. Di questi tempi ci voleva un rapper con la passione per i ritmi latini e appena uscito da Sanremo per ricordarci che in Italia possiamo fare il rock’n’roll.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊,5/10

Tracklist

Fonte immagine di copertina: Ufficio stampa – Parole&Dintorni. Foto di Cosimo Buccolieri.
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