La copertina del nuovo disco dei Fontaines D.C. ritrae un eroe della mitologia irlandese: Cú Chulanin. È da qui che si intravede il dipanarsi di una strada che ci può aiutare nell’analisi del secondo lavoro della giovane band.A Hero’s Death’, arriva a un solo anno di distanza dal precedente – eccellente – ‘Dogrel’ ed era atteso con trepidazione. L’album d’esordio concentrava nelle undici tracce una buona dose di riferimenti più o meno recenti, coniugati con una certa attitudine alla Mark Smith e – più di – una strizzata d’occhio alla letteratura di Joyce. Non a caso è da un collettivo letterario che presero le mosse i nostri, prima di trovare la loro dimensione come band. Questo secondo lavoro ripropone undici tracce; ripropone un evidente debole per la letteratura; ripropone nella propria cornice un richiamo alla storia irlandese.

Da Dublino al mondo

Se, come scrivevamo, protagonista dell’album d’esordio era l’intera città di Dublino nella quale si muovevano personaggi tratteggiati da descrizioni appena abbozzate, diverso è il discorso per questo nuovo lavoro. Complice il tour mondiale che ha fatto da sottofondo alla scrittura, a essere centrale non sono più i comprimari di Dogrel ma un vero e proprio protagonista: l’eroe, appunto. Forse sarebbe meglio definirlo anti-eroe, in realtà. Perché il viaggio che affrontiamo non ha niente di glorioso o salvifico; è anzi un’immersione a tratti impietosa in un flusso di coscienza che guarda in faccia un presente fosco.

L’abisso

Dogrel’ si apriva con una dichiarazione d’intenti e anche ‘A Hero’s Death’ ha questa ambizione. Eppure in un anno le cose sono cambiate: ‘Big’ introduceva l’esordio con sfrontatezza, ‘I Don’t Belong’ riprende il discorso sottolineando invece il desiderio di restare indipendenti dalle aspettative altrui (soprattutto se ti chiami Fontaines D.C. e hai fatto quello che hai fatto: “I don’t belong to anyone”). Con ‘Televised Mind’ entriamo in apnea in quello che è a tutti gli effetti un tratto distintivo del nuovo disco: quest’atmosfera quasi allucinata, lisergica, costruita con chitarre che giocano ossessivamente coi feedback. Non che questo significhi rinunciare alla forma canzone che, anzi, assume caratteristiche addirittura più interessanti del disco precedente. ‘A Lucid Dream’ tinteggia la sensazione di sentirsi all’interno di un sogno, sottolineata con una parte centrale inquieta incastonata tra fiumi di parole dalle quali emergono via via dettagli e immagini (“I was there When the rain changed direction And fled to play tricks with your hair Overlooking them, there And it’s all coming back“). ‘You Said’ ci trascina ancora in un’aura più nightmare-pop che dream, dove i sogni somigliano più a incubi; ‘Oh Such a Spring’ è una ninna nanna che riecheggia tra strade umide di pioggia britannica.

Fontaines D.C. live a Ypsigrock © Mauro Bonomo

“The real thing’s here”

That was the year of the sneer now the real thing’s here

L’arte di Warhol conteneva nella ripetitività delle sue opere una critica all’ossessione consumistica che stava contaminando il mondo del boom economico. L’abbondanza che nasconde ogni contenuto, lo rende superfluo. Innumerevoli pubblicità, on e offline, che stimolano la positività, l’ottimismo, la fiducia in sé stessi: da queste Grian Chatten ha tratto ispirazione per la title track. Il tono, infatti, è soltanto all’apparenza ottimista. In realtà quella che si cela è l’angosciante sensazione di essere in una società che ha reso l’essere umano stesso un prodotto: scorriamo la vetrine di Instagram con un misto di frustrante invidia e – quando va meglio – lancinante orrore. Le vicende – o meglio: i pensieri – del protagonista di questo disco sono annegati in un suono che non lascia loro scampo. La voce cerca di restare a galla, ci riesce, ogni tanto inalando acqua, ogni tanto sopraffatta. ‘Dogrel’ era un ghigno disilluso, adesso si deve imparare a nuotare.

Il mito nel presente

In un articolo pubblicato lo scorso novembre dal New York Magazine, il giornalista Max Read fa una previsione come minimo bizzarra. Nel giro di un decennio, sostiene, internet ci porterà non tanto verso un futuro hyper-tecnologico quanto verso uno dai contorni segnati dal rito e dalla superstizione. Più simile a un’ambientazione fantasy che a una futuristica e fantascientifica. Per Read, viviamo già in una realtà nella quale internet sta creando uno strato sovrannaturale che circonda le nostre vite. Una specie di feudalesimo virtuale, nel quale i latifondisti sono i colossi come Google o Facebook, ai quali forniamo i nostri dati in cambio di una presunta “sicurezza”. Non solo: la costante proliferazione di contenuti, rende il mondo online affollato di un rumore di fondo dal quale è sempre più difficile scostarsi. Non indugiamo oltre, ma – al netto della bontà dell’analisi di Read – è vero che si percepisce tutto intorno a noi una rinnovata forza della superstizione, sia essa sotto forma di una qualche post-verità o fake news.

In questo nuovo lavoro dei Fontaines D.C. c’è, forte, un richiamo alla mitologia: una delle ispirazioni è stata proprio la riscoperta del mito di Cú Chulanin. Ci sono anche, chiare ma non abusate, tracce della mitologia “musicale” (decisamente più recente) rimodellate e fatte proprie. Perché, così come i miti si tramandano di bocca in bocca, anche la musica sa fare lo stesso. E in un momento nel quale il futuro sembra così difficile da immaginare, invece di contribuire al brusìo i Fontaines D.C. hanno saputo dire qualcosa. Attraverso il mito ma ben ancorati nel presente.

 

 

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