© Andrea Fiumana

Sono arrivati al quarto album, e hanno progetti sempre più espansi. Grazie a uno studio americano –lo StoneBridge Recording Studio, a New Orleans – il gruppo cesenate dei Sunday Morning si prepara a un nuovo rilascio e una nuova direzione. Si chiama Four, è uscito il cinque maggio di quest’anno, ed è definito come “lo specchio di un viaggio che ha cambiato radicalmente l’attitudine musicale dei Sunday Morning“. Come i paesaggi americani scoperti dal gruppo nella loro trasferta, e come i romanzi che hanno fatto la storia letteraria della nazione, i brani sono colmi di ricche immagini e un senso di libertà, di curiosità che permea tutte e dieci le canzoni. Le influenze sono Ryan Adams, Neil Young, Bob Dylan, tutti i grandi cantastorie della canzone USA, con un particolare accento sul songwriting e la narrativa.

Il loro frontman, Andrea Cola, ci racconta meglio il loro progetto.

Four è stato descritto nel presskit come il vostro “grande romanzo americano”. Chiarificate questa definizione.

Forse è un po’ esagerata. Da un certo punto di vista, questo è il primo disco dove, io per lo meno, ho toccato con mano ciò che ho sempre ascoltato, digerito, replicato da un punto di vista sonico. Attraverso questo viaggio che ho fatto negli Stati Uniti, grazie al lavoro svolto a New Orleans, dove ho lavorato per un certo periodo, finalmente ho vissuto l’aria che in realtà ho sempre respirato attraverso i dischi.

Come pensate di essere cambiati nella vostra carriera ventennale? O semplicemente rispetto all’ultimo album?

Come normalmente si cambia. Possiamo indicare la nostra carriera come ventennale perché abbiamo iniziato a sedici anni. Indichiamo una data che ormai sfiora i venti, ma in realtà eravamo ragazzini. Sono cambiato in base a ciò che ho ascoltato negli anni, a come sono cambiati i miei gusti, gli obbiettivi che mi sono posto da un punto di vista artistico. Magari inizialmente era incentrato su un tipo di suono legato alla scena indie anni ’90, come i Sunny Day Real Estate da Seattle. Si è evoluto abbracciando i classici (Bob Dylan, Neil Young) per arrivare poi a una commissione più sentimentale, non visibile dal punto di vista di Four, che abbraccia più folk e artisti come Daniel Lanois, con cui ho lavorato a New Orleans. Sono tuttavia riferimenti più freddi da un punto di vista dell’influenza musicale. Da un punto di vista invece lirico e artistico, come band abbiamo affinato il nostro modo di intendere la musica assieme. Suonando sempre in gruppo abbiamo trovati nuovi modi per divertirci ogni volta, siamo rodati dalle date dal vivo che abbiamo fatto. A livello lirico, da quelli che potevano essere sfoghi più giovani su rapporti sentimentali, mi sto avvicinando più a un percorsoimpressionistico” a livello di testi, legato alle immagini.

Le atmosfere delle vostre canzoni richiamano l’America rurale. Avete avuto modo di visitarla? Come descrivereste l’esperienza? 

A New Orleans sono arrivato tramite una scuola che ho frequentato due anni fa a Saluzzo, in Piemonte. La nostra sala prove è un capanno nella campagna. Di pari passo con lo sviluppo dei Sunday, è nata anche la passione per la registrazione. Anche il nostro primo disco, in un’altra struttura, lo registrammo da soli. Un paio d’anni fa, quattro o cinque circa, è stato aperto anche a terzi, e io mi occupo di registrare altre band e altri artisti che vengono. Questo fino alla decisione di lasciare due anni fa il mio lavoro normale e fare questa scuola di perfezionamento musicale, il che mi ha dato l’opportunità di fare uno stage a New Orleans. Sono arrivato là a maggio, ho avuto l’opportunità di lavorare in uno studio costruito in una ex chiesa presbiteriana disabitata per l’uragano Katrina. Misha, il proprietario, l’ha completamente ristrutturata, ed è uno dei più grandi studi d’America.
Sono entrato in contatto con grandissimi e bravissimi musicisti. Lavorare per tredici, quattordici ore  al giorno senza neanche sentirlo mi ha dato una grossa mano per l’etica lavorativa quotidiana di uno studio top. Ho avuto la fortuna, quasi alla fine del mio periodo di stage, di conoscere Daniel Lanois, uno dei grandi produttori esistenti. Ha prodotto Peter Gabriel, Bob Dylan, Brian Eno e gli U2 di Joshua Tree, e per dieci giorni tutto quello che avevo imparato dell’etica dello studio si è arricchito con la prospettiva di come si utilizza uno studio in maniera artistica. Tutte le regole vengono scardinate con un approccio più spontaneo rispetto alla classica separazione tra camera di registrazione e regia, c’è tutto un lavoro in cui ci si guarda e si lavora insieme cercando di mantenere l’emotività e la spontaneità della musica. Io ero solo, giravo in bicicletta, avevo l’opportunità di un appartamento sfitto del proprietario di fianco allo studio, una classica casa di New Orleans con porticato in legno e colori sgargianti, in questa città incredibile in cui anche l’aria è memorabile nonostante il caldo. Potevo girare come volevo, andavo a vedere il Mississippi, un periodo fondamentale seppur vissuto in un’età matura, anzi forse meglio. Questa esperienza mi ha insegnato tantissimo su come ci si possa gestire da soli: vivere da soli un’esperienza di viaggio come quella e farlo in questa maniera e in una città così incredibile è stato magnifico.

A quali eventi o esperienze sono ispirati i brani di Four

No, nessun evento biografico. Four è una spinta artistica non dettata da particolari subbugli interiori, di “sofferenza” come poteva essere il precedente Let Him Burn. Da un punto di vista biografico è stata NO la spinta per la scrittura di Four a livello lirico e musicale. Le liriche non sono biografiche, non parlano mai di esperienze dirette e descrittive, ma il 90% del disco – quello scritto da me – è stato scritto là. Risente di quel clima, di quell’aria, di ciò che emotivamente la spinta di apertura che ho vissuto in quel periodo trasmetteva. L’evento biografico è strettamente connesso con quello musicale, e quindi è tutto mosso da energie positive.

Siete invece ancora affezionati ai vostri paesi d’origine in Italia? 

Molto buono. Io sto benissimo qua. Diciamo che a me piacerebbe tornare là per una questione lavorativa e di esperienza, però qua mi trovo benissimo. L’Italia è… Insomma, Cesena è una città potenzialmente molto attiva e molto importante dal punto di vista contenutistico. Abbiamo la fortuna, almeno io, di vivere in uno spazio geografico favorevole. È una piana a dieci minuti dal mare e dalle colline, si abita vicinissimo alle campagne, questo capanno è immerso nella campagna, con un pozzo accanto e una strada sterrata nelle strade della centuriazione romana, eppure a tre minuti dal centro cittadino. Un’atmosfera che a me piace moltissimo, specialmente perché magari… Non voglio esagerare, le nostre influenze statunitensi sono evidenti, ma non amiamo esplicitamente questa cosa: semplicemente rappresentiamo quello che abbiamo all’interno. Non credo che ci sia grande differenza fra una prateria statunitense e una campagna cesenate, hanno peculiarità e caratteristiche simili. A me piacciono il folk, le canzoni dilatate e i tempi lunghi. È un ottimo posto dove vivere.

Vi piacerebbe condurre la vostra carriera ulteriormente lungo il percorso del genere americano? 

Non saprei. Era un nostro interesse cercare di “impararein qualche modo un linguaggio, e con esso esprimere la nostra voce. Credo anche da un po’ che le barriere siano abbastanza inutili, anche quelle nazionali, senza fare un discorso che non riuscirei a concludere. Diciamo che l’unico cruccio che ho per quello che riguarda l’accoglienza di questi aspetti in Italia è che non c’è una prospettiva ampia. Soprattutto adesso, non viene considerata la lingua inglese come lingua d’espressione musicale in Italia. Ci mancherebbe, è del tutto legittimo e anche io ho fatto dei dischi in Italiano, e sono convinto che non ci siano distinzioni. Non saprei come vedere il nostro futuro, di certo dopo tre o quattro dischi sempre nello stesso posto, registrare i dischi dei Sunday è per me un po’ frustrante occupandomi della parte artistica (coi miei compagni) e tecnica, vivo costantemente in questo stato di dimezzamento per seguire una e l’altra parte. Questo crea, oltre alla normale tensione che ci può essere, anche una serie di frustrazioni legate all’aspetto tecnico che dopo quattro dischi ci rende più divertiti, e io imparo anche qualcosa. Mi piacerebbe introdurre elementi nuovi, magari da qualche altra parte, non avendo pieno controllo, magari facendoci aiutare da un produttore esterno. Quando si inseriscono teste nuove, se si decide di lavorare con qualcuno, si accetta che il proprio sound prenda una direzione inaspettata. Non so se vorremmo mai fare un CD così. La nostra parabola americana potrebbe essere quasi conclusa. Poi valuteremo cosa fa veramente parte del nostro suono. Non vogliamo veramente sganciarci da esso. Sempre in maniera spontanea.

© Andrea Fiumana

Immagine di copertina: © Carlotta Magalotti
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