L’Africa ha un miliardo e duecentomila abitanti. Siamo abituati a rappresentarla come un’entità singola, un magma magari eterogeneo ma pur sempre unico e ben amalgamato. Osservare che questa sia una semplificazione bell’e buona può sembrare banale e scontato, eppure è doveroso dirlo: non solo perché il continente africano è immenso, ma anche perché raccoglie innumerevoli tradizioni, culture e popoli che da troppo tempo sono asfissiati da un colonialismo senza sosta. Eppure l’Africa ribolle, l’Africa è viva. Lo scrivevamo anche qui, su queste pagine, provando a delineare i trend futuri che avrebbe seguito la musica a livello mondiale, e la crescita – in quantità e qualità – delle produzioni africane era tra le previsioni che avevamo elencato. Questo movimento che si agita nelle grandi città del continente e trova nella musica (e in tutto quel che ci sta attorno) un mezzo espressivo potente e rivelatore. Il collettivo dei KOKOKO! (termine onomatopeico riferito al “bussare sulla testa di un addormentato”) arriva direttamente dalla capitale del Congo, Kinshasa, una delle città più grandi dell’intero continente e muove i suoi passi proprio nelle vie della metropoli; per la strada infatti, si esibiva un gruppo di amici d’infanzia – nucleo di quello che diventerà poi il progetto – utilizzando strumenti di fortuna costruiti con materiali di scarto raccattati per la città. Un’attitudine profondamente do it yourself e per certi aspetti addirittura un po’ punk nel suo non badare alla forma che troverà la propria dimensione anche in seguito all’incontro con un gruppo di ballerini, che diventeranno parte integrante del collettivo che, d’altronde, si descrive adesso come “a creative collision of different artists which fused at a block party” (i block party sono eventi hip-hop che si svolgono in strada, N.d.R). Insomma è così che, dopo una serie di singoli prodotti grazie all’interese e alla collaborazione di Débruit, i KOKOKO! arrivano adesso all’esordio discografico vero e proprio: ed è una folgorazione.

Fongola, questo il titolo del disco uscito lo scorso 5 luglio per Transgressive Records, è un concentrato di influenze e un caleidoscopio di ritmi infuocati che arrivano dritti alla pancia e fanno muovere e sudare, raccontando di una città enorme (Kinshasa) e di un paese (il Congo) che fa i conti con immensi problemi e difficoltà. Fongola è un disco con un’atmosfera che sembra arrivare direttamente dalla pancia del continente, con ritmi tribali ossessivi e polifonici, ma ha al contempo innumerevoli venature ad attraversarlo: come fosse un albero dal cui tronco si allargano ramificazioni che hanno il sapore ora del funk, ora della new wave e del post-punk. Tutto, comunque, declinato sotto nuovi paradigmi e nuove prospettive: quelle di chi vuole raccontare la vita in quel sud del mondo e dimostrare che anche la capitale congolese (la terza più grande del continente dopo Lagos e Il Cairo) ha un cuore pulsante che può fornirle occasioni di riscatto oltre alla vita difficile che i suoi abitanti sono costretti ad affrontare ogni giorno. Per questo, il disco, mantiene un alone esotico piuttosto marcato, che sicuramente arriva a noi ascoltatori occidentali con una forza diversa (non necessariamente minore o maggiore, soltanto diversa) rispetto a chi quella cultura la vive e la conosce più a fondo. Eppure è un esotismo disilluso e non certo edulcorato: e lo dimostra anche e soprattutto nei temi trattati dai brani, che riflettono sulla situazione di un paese ricchissimo di risorse e – proprio per questo – poverissimo in termini di benessere per i suoi abitanti.

© Renaud Barret

Non manca poi (è il caso di Likolo) un pezzo che, rielaborando un canto funebre tradizionale, fa ironia su tutti coloro i quali seguono inutilmente vanità e ricchezza. Con il loro appariscente look post-industrial e la loro vena artigianale e fortemente primitiva, i KOKOKO! hanno la velleità (e ne hanno tutto il diritto, a giudicare dall’importanza di questo primo lavoro) di fare da apripista per la scena congolese, stimolando i già moltissimi artisti che animano la capitale a osare di più, a non arrendersi e a cercare nell’arte (e nella musica) una strada per esprimersi e – perché no? – riscattarsi. In quest’epoca di migrazioni, incertezze e paure, la conoscenza dell’altro può avere una forza esplosiva; e la musica, l’arte, con la loro universalità, possono riuscire a avvicinare come poche altre cose. Bastano occhi, orecchie e un pizzico di curiosità.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊.5/10

Brani consigliati: Azo Toke, Identitè, Kitoko

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Immagine di copertina: © Renaud Barret
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