Spesso trovarsi a snocciolare alcuni aspetti fondamentali di dischi monolitici quale quello di cui stiamo per parlarvi è un’impresa quantomai ardua: il rischio che ci si assume è alto, sempre teso verso quel tanto temuto poter cadere nello scontato, se non addirittura nel banale. Tutto ciò si carica di ulteriore complessità se gli artisti in oggetto sono storicamente noti come una delle band più famose del globo, dei mostri sacri aventi come status universale quello di essere pressoché intoccabili.

1987: esce “The Joshua Tree”

Andiamo tuttavia con ordine: teletrasportiamoci indietro al 9 marzo 1987, il giorno in cui vide la luce The Joshua Tree, l’opera magna del più famoso quartetto irlandese che la storia del rock abbia mai potuto annoverare nei suoi annali, gli U2 di Bono Vox. Questa uscita è, quindi, il topic centrale di questa nostra celebrazione, l’album che ancora oggi dimostra quell’evoluzione perfetta ai tempi tanto agognata dalla band di Dublino.

Festeggiamo quindi oggi il trentatreesimo anniversario della nascita di The Joshua Tree, quinto album in studio della band di Bono & Friends, prodotto da Brian Eno e Daniel Lanois (con i quali gli U2 avevano dato il via ad un collaborazione nel 1984 con l’album The Unforgettable Fire) per la Island Records. Cominciamo, quindi, il nostro viaggio all’interno delle sue tracce.

Uno degli storici scatti promozionali di “The Joshua Tree” per mano di Anton Corbijn. © Anton Corbijn

The Joshua Tree rappresenta quindi l’apice di quel percorso da loro intrapreso nell’ottica di varcare orizzonti inesplorati, non solo a livello spaziale, passando dal grigio della loro Dublino agli assolati deserti californiani, ma anche in un’angolazione più strettamente sonora e creativa. È in questo preciso momento che gli U2 riscoprono Bob Dylan, le matrici blues, country e rock’n’roll e decidono di miscelarle ad arte non solo con la loro radicata tradizione folk, ma anche con le loro caratteristiche radici tipiche del post-punk della prima ora.

L’ispirazione della band è, perciò, al suo acme storico, sia dal punto di vista compositivo che lirico. La testualità acuta, tagliente e raramente sublime di Vox si orienta qui verso la più pura, genuina e sentita critica sociopolitica, assolutamente scevra di qualsiasi ipocrisia: tutti aspetti, questi, che la rendono così l’argomento cardine dell’intero LP.

La scrittura del disco

I testi presenti in The Joshua Tree sono, senza ombra di dubbio, fra i più intensi e passionali mai scritti dall’artista irlandese, che nell’esecuzione vocale mostra, peraltro, una forma smagliante difficile da eguagliare addirittura per sé stesso. Il tutto risulta galvanizzato dalle intuizioni chitarristiche della sua fedele spalla, The Edge, che in alcuni tratti rasentano addirittura il vero e proprio colpo di genio.

I brani sono undici, non pochi, rischiosi: tuttavia non c’è nemmeno l’ombra della minima caduta di stile, anzi, la qualità del prodotto finale è decisamente al di sopra di ogni qualsiasi media ponderata. Un colpo gobbo, insomma, questo The Joshua Tree, capace di annoverare al suo interno delle tracce ormai affermatesi come degli assoluti inni generazionali, delle totalizzanti pietre miliari della storia musicale contemporanea.

Uno degli storici scatti promozionali di “The Joshua Tree” per mano di Anton Corbijn. © Anton Corbijn

La prima è, ovviamente Where the Streets Have No Name, brano specchio dei tempi che furono nella drammatica storia d’Irlanda, che rimanda in presa diretta ad una storia che Bono sentì riguardo a Belfast. In città, in base alla toponomastica nella quale una persona risiedesse, sarebbe stato possibile risalire alla sua posizione economica, alla religione professata e molto altro ancora. Questo aneddoto di partenza gli fece ideare, come fulcro del brano, un luogo ideale costellato di vie senza nome, in cui il pregiudizio non fosse di casa.

I’ll show you a place
High on the desert plain
Where the streets have no name

Seguono in presa diretta le venature gospel-rock di I Still Haven’t Found What I’m Looking For e l’ormai immortale, struggente With or Without You, traccia di maggior successo per gli U2 a braccetto di One, che vide la luce cinque anni più tardi. Si susseguono poi in ordine la durezza contenutistica di Bullet the Blue Sky, traccia che manifesta il contrasto della band nei confronti della politica imperialista del presidente statunitense Ronald Reagan e Running to Stand Still, inno dedicato agli eroinomani della loro sempre più martoriata Dublino.

You got to cry without weeping
Talk without speaking
Scream without raising your voice

Red Hill Mining Town spicca tra le altre per il suo refrain, in cui Bono esplode con tutta la violenza della sua ineguagliabile timbrica, mentre Trip Through Your Wires lascia percepire forte e chiara tutta l’influenza creativa americana che la band irlandese stava facendo propria più che mai.

La dedica a Greg Carroll

In God’s Country è forse la traccia meno brillante dell’intera tracklist (se proprio, insomma, vogliamo trovare qualche difetto al suo interno), al contrario One Tree Hill, dedicata al loro fedele roadie Greg Carroll, scomparso appena l’anno precedente a causa di un tragico incidente stradale, rappresenta certamente uno dei momenti più viscerali di The Joshua Tree, come ci dimostra la sua coda finale, con un Bono Vox assolutamente, magicamente straziante.

The moon is up and over One Tree Hill
We see the sun go down in your eyes

Uno degli storici scatti promozionali di “The Joshua Tree” per mano di Anton Corbijn. © Anton Corbijn

Tuttavia, dulcis in fundo, come si suol dire: Exit, in cui è lampante il richiamo alla new-wave dei pionieri del genere, i britannici Joy Division, ci regala un climax torbido e claustrofobico dove il basso ossessivo di Clayton la fa da padrone indiscusso. Mothers of the Disappeared, dedicata alle madri dei desaparecidos sudamericani, chiude ad arte il tutto e, così carica di significato, ci riempe durante la riproduzione ma, allo stesso tempo, ci lascia smarriti nell’atto di godere del profondo senso di vuoto che la traccia stessa porta con sé.

In the trees our sons stand naked
Through the walls our daughters cry
See their tears in the rainfall

Introducendovi l’album in questo modo, non possiamo esimerci, quindi, dal definire The Joshua Tree come l’essenza massima dell’apice creativo raggiunto dai quattro dubliners, una perfezione che neppure l’altro grande masterpiece della band, Achtung Baby (1991), è riuscito a rasentare nonostante la sua indiscussa bellezza. Ciò ce lo confermano anche le sue b-sides, come Spanish Eyes, o Walk to the Water, tanto da farci domandare cosa li abbia spinti a scegliere un brano anziché l’altro vista la loro incontrovertibile validità.

Insomma, The Joshua Tree è stato l’album in grado di elevare gli U2 nel pantheon delle divinità del rock, un prodotto talmente valido che, a distanza di ben trentatré anni dalla sua uscita sul mercato discografico non solo cantiamo a gran voce, ma ricordiamo come una delle perle assolute della produzione dei tardi anni ’80, un LP da ricordare e celebrare come un oracolo.

Immagine di copertina: © Copertina dell’album “Joshua Tree”/Anton Corbijn
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