Pensavate che il fenomeno Liberato potesse essere l’ennesimo fuoco di paglia pronto ad estinguersi nel giro di qualche stagione? Eccoci invece miseramente smentiti cari artwavers: il re dell’anonimato partenopeo è tornato, sfidando la scena nazionale con il suo esordio discografico, l’omonimo Liberato.

Diffuso sulle principali piattaforme streaming a cavallo tra il 9 (possiamo ritenerci stupiti?) e il 10 maggio in contemporanea al caricamento YouTube di cinque brani con video annesso completamente inediti quali Niente, Guagliò, Oi Marì, Tu me faje ascì pazz e Nunn’a voglio ‘ncuntrà (inclusi nella playlist CAPRI RENDEZ-VOUS e girati dalla sapiente mano del video-maker Francesco Lettieri), la prima fatica firmata Liberato ci lascia stupefatti, come da sempre ogni apparizione avvolta nell’identitario mistero riguardante l’artista (o gli artisti?) dal bomber nero.

Liberato. Fonte: Rolling Stone

L’ibridazione tra riprese e parole è un gioco che funziona e rapisce: la struttura narrativa della neonata produzione di Liberato appare fin da subito talmente studiata nel dettaglio che coinvolge e ammalia anche gli scettici più radicali: ciò che emerge è un lavoro ben ponderato basato su una strategia di marketing dinamitarda ancora più certosina rispetto a quella già efficace investita sull’anonimo napoletano fin dai suoi inizi.

Liberato nel suo complesso può apparire come una sorta di telenovela alla partenopea (nel senso tuttavia positivo e areale del termine), dove questo paladino popolare assume un valore aggiunto rispetto al passato. Scoprire la sua identità è diventata una questione secondaria, tanto che i suoi tratti sono arrivati a poter essere possibilmente quelli di chiunque di noi data la semplice universalità dei messaggi che l’artista veicola. Sono sentimenti comuni quelli liberatiani, condivisi dalla moltitudine.

La cover di “Liberato”. Fonte: Rockol

È quindi uno status di paladino popolare quello che Liberato conquista a pieno titolo con quest’esordio: Liberato è simbolo e volto indistinto delle mille sfaccettature della tentacolare Partenope, dei suoi abitanti, della viscerale energia vulcanica che ne è componente primaria, di noi ascoltatori che all’occorrenza arriviamo addirittura a sentirci parte integrante di quei contesti così mediaticamente diffusi: ci identifichiamo quindi in quel contradditorio cosmo in divenire che è Napoli stessa.

Possiamo quindi definire il fenomeno Liberato in maniera duale e perfettamente ambivalente: in un progetto dalla simile potenza mediatica confluisce sia la nuova anima di Napoli quanto l’anima della nuova Napoli.

Liberato per i vicoli di Napoli. Fonte: Rockol

Appare quindi un processo inevitabile quello di analizzare nel dettaglio ogni singola manifestazione e la sua conseguente presa sul più disparato pubblico: in questo caso ciò che genera il consacrarsi di questo progetto ed il suo potere perfettamente aggrappante è uno schema narrativo di coerente continuità tra presente e passato dato dall’iter di riproduzione dell’intero contesto video. Non si possono apprezzare appieno le dinamiche filmiche dei nuovi brani tralasciando 9 Maggio, Gaiola Portafortuna o Me staje appennenn’ amò, è fuori discussione tralasciarle.

Tutto fa perciò parte di un disegno in apparenza più grande, ovvero la vera e propria costruzione dell’universo di Liberato in cui ogni tassello ha il suo valore determinante nella sua edificazione finale. Questo per noi è l’obiettivo di ogni ripresa partorita dalla mano di Lettieri: dare potere alla parola mentre contribuisce alla stratificazione di un personaggio che per sua natura è massa nonché ponte concreto tra tradizione e innovazione.

Questa è la nostra presentazione embrionale di ciò che il progetto Liberato ci ha appena regalato, un assaggio per lasciarvi pregustare la prossima parte che abbiamo in servo per voi: un viaggio nel Golfo di Napoli alla scoperta dei video che rendono l’album Liberato un qualcosa di radicalmente diverso da ciò a cui siamo abituati. In conclusione ci è parecchio piaciuto, alla prossima guagliò.

 

Fonte immagine di copertina: Rolling Stone