Townshend e Daltrey. Della formazione originale degli Who, sono rimasti in due. Il vecchio Pete e il vecchio Roger. Il termine vecchio non è casuale.
Gli Who sono nati nel 1964 e ormai sono più vicini ai sessanta anni di attività che ai cinquanta. In sessant’anni la Storia può essere stravolta, capovolta. Non è semplice tenere il filo degli avvenimenti, in sessant’anni. Ma Townshend e Daltrey, chitarra e voce del progetto, sono ancora qui e non possono uscire nelle ore calde, guardano i cantieri, si lamentano dei mezzi pubblici, ma sono qui e portano avanti le stesse idee che hanno avuto sessant’anni fa. Cantano ancora come dei ragazzini, più o meno.

In realtà, c’è una profonda differenza tra ciò che suonavano negli anni sessanta e ciò che suonano oggi. Oggi sono consapevoli.
La scorsa settimana, dopo tredici anni di silenzio, gli Who hanno sorpreso i fan con un ultimo tassello della propria storia. Forse in questo caso è lecito scrivere questa parola con la S maiuscola, perché
gli Who hanno fatto la Storia della musica. In un recente articolo , noi di Artwave.it abbiamo raccontato come ai bei tempi Townshend fosse stato innovativo rompendo una chitarra. Oggi, pur 74enne, l’uomo è ancora un rivoluzionario. Se allora, con A Quick One nel 1966 e tre anni dopo con Tommy, era il primo a ipotizzare un’opera rock a carattere teatrale, oggi la sua capacità di rinnovamento si realizza in modo diverso. Facendo esattamente ciò che ha sempre fatto.

Gli Who, oggi, sono il primo gruppo davvero cosciente di aver cambiato le cose: è una responsabilità. Gli Who di oggi sono consapevoli e nell’album uscito la scorsa settimana (simbolicamente intitolato proprio Who) il duo cerca di recuperare le fila di un discorso durato troppi anni. Anche troppi non è un termine casuale. Nel 1965, con “My Generation”, Daltrey cantava I hope I die before I get old (spero di morire prima di diventare vecchio). Oggi, chissà cosa ne pensa. 

Who è il perfetto testamento di una band come questa. Colmo di strizzate d’occhio agli ascoltatori di vecchia data, è senz’altro soddisfacente per chi sa cosa significa ascoltare un album degli Who. Le strutture a più livelli, il rabbioso range vocale di Daltrey, l’atmosfera tra il punk e il sinfonico. Il disco sa come esplodere. 

Anche nei testi troviamo grande consapevolezza. Non è un caso che il quarto pezzo nell’album si intitoli “Detour”, probabile rimando al nome iniziale che volevano dare al gruppo. Se una volta speravano di non invecchiare mai, oggi si augurano di non diventare mai saggi con “I don’t wanna get wise”, terza traccia del disco. “All this music must fade”, recita invece il primo brano, grande apertura di un’opera che non sarà Quadrophenica ma ci si avvicina parecchio. Siamo realistici, sembrano dirci. Distruggere le chitarre sul palco e arrabbiarci con tutta l’organizzazione di Woodstock sono bei ricordi, sono stati momenti fondamentali per arrivare qui. Ma ora che ci siamo, sta arrivando il momento di salutarci. E di fare spazio a qualcosa di nuovo, a un “Hero Ground Zero”, come ripetono in una traccia di Who. Quel che abbiamo combinato è stato spettacolare, ma stiamo arrivando alla fine della storia. Non della Storia, però.

Ma il disco lascia molto anche a chi si approccia per la prima volta agli Who. Così denso di immaginario dai lavori passati, Who è il punto di partenza perfetto per iniziare ad approfondire la loro discografia. È la somma di tutto ciò che sono stati fino a oggi. È una biografia musicale.

Se Daltrey è entusiasta dell’album («È la migliore cosa che abbiamo prodotto dai tempi di Quadrophenia nel ’73»), Townshend è più cauto: «È un mix di ballate oscure, roba heavy rock ed elettronica sperimentale. Ed è in stile Who».

E se non è questo che conta…

Canzoni consigliate

  • “Break The News”
  • “I Don’t Wanna Get Wise”

Voto

🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊,5/10

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