È mai possibile, nel 2019, in un mercato musicale ormai saturo di tracce lampo e canzoni taglia e cuci, osare ancora con una sorta di concept album, per giunta rap? La risposta è sì, o meglio, Persona: stiamo parlando del nuovo, attesissimo album di Marracash, il quinto in studio per il principe della Barona, pubblicato lo scorso 31 ottobre per la Universal Music Italia. Dopo ben quattro anni di assenza dalla scena solista, Fabio Rizzo è ritornato a far parlare di sé, in tutti i sensi. Persona, di fatto, trae origine da una parola di etimologia affascinante e controversa: per (“attraverso”) sonar (“risuonare”) era la maschera utilizzata dagli antichi, la quale, oltre a coprire il volto, fungeva da amplificatore per la voce. La mistificazione diventa così veicolo tra realtà e finzione, tra la persona e il personaggio, strumento privilegiato per la conoscenza del materiale umano e della singolarità dell’essere. Allo stesso modo, Marracash ha affidato alla musica il compito di interfacciarsi tra l’artista e l’uomo, e di far sì che questi possano comunicare per la prima volta tra loro, in un continuum tra umano e disumano.

La copertina dell’album, “Persona”

Su questa ambivalenza, infatti, giocano le quindici tracce di Persona, in cui ogni pezzo rappresenta una parte del corpo di Marra, sia essa lo scheletro, il fegato, i polmoni, ma anche l’ego e l’anima. La protasi del disco – che in letteratura si prefigura come la parte iniziale di un poema e che coincide con gli argomenti trattati nell’opera – è rappresentata da Body parts – I denti, in cui il rapper, appunto, sviscera in un flow serrato tutte le componenti di Persona, chiudendo con l’outro tratta dall’omonimo film di Ingamar Bergman:

“Tu insegui un sogno disperato, questo è il tuo tormento. Tu vuoi essere, non sembrare di essere. Ma c’è un abisso tra ciò che sei per gli altri e ciò che sei per te stesso, e questo ti provoca un senso di vertigine per la paura di essere scoperto, messo a nudo, smascherato, poiché ogni parola è menzogna, ogni sorriso, smorfia e ogni gesto, falsità.”

Seguono, quindi, delle tracce prettamente “disumane”, che cioè indagano a fondo sui meccanismi spietati del cosiddetto giuoco delle parti, tanto per citare una famosa opera di Pirandello: Qualcosa in cui credere – Lo scheletro, con il featuring di Guè Pequeno, in cui la scoperta dell’inganno porta all’annichilimento di sé (“E se non hai niente in cui credere/ Non avrai niente che puoi perdere, sì, tranne te”) e, allo stesso tempo, alla disperata ricerca di appigli che possano scacciare il pericolo della caduta (“Fa’ del palco la mia chiesa, dei testi il mio testamento/ Tieni la mia mano ferma se e quando verrà il momento/ E dammi voce in eterno e cose vere da dire/ Sii il mio punto fermo, qualcosa per cui morire”); Quelli che non pensano – Il cervello (feat. Coez), un’invettiva che riprende la strumentale di Quelli Che Benpensano di Frankie HI-NRG MC e l’ironico cinismo del teatro-canzone di Giorgio Gaber per raccontare i vuoti travestiti da progresso (“O algoritmo che sei nei server/ Manda il mio pezzo nella Top 10 e il mio video nelle tendenze/ Mandami uno spot ad hoc, non so cosa comprare/ Tocca i miei dati sensibili per guidarmi a votare”); Poco di buono – Il fegato che, sulla scia del brano Un ragazzo di strada de I corvi, incastra una serie di rabbiose ipotetiche su ciò che potrebbe essere e mai sarà (“Se non fossimo costretti a fotterci uno con l’altro/ Se imparassimo ad amarci in una sera soltanto/Se restituire il male ci aiutasse a scordarlo/ Farei una rivoluzione da un palco”).

“Disumano”, però, può essere anche un rapporto d’amore che corrode il senso stesso dello stare al mondo e dello stare insieme, in cui l’altro diventa un’ancora a cui aggrapparsi non per salvarsi, ma per affondare: Crudelia, infatti, racconta di una relazione tossica (quella che l’artista ha avuto – stando a quanto rilasciato in alcune intervista – con la sua ultima ex-compagna), già finita prima di iniziare. Non ci sono rime e strutture metriche che tengano, solo un flusso controllato – quasi prosastico – di parole che Marracash dispone sul beat, quasi a voler trattare con l’impersonalità di uno specialista una storia terribilmente intima: “Quello che hai fatto a me e quello che hai fatto a te stessa lo farai a tutti e per sempre, perché sei un buco nero, perché questa è la tua natura/ Ma io ho smesso di essere una tua vittima, tu non smetterai mai di esserlo, non ammetterai mai chi sei”.

Fonte: pagina Facebook ufficiale di Marracash

Non è un caso che il rapper utilizzi un approccio quasi psicoterapeutico nei suoi testi: la capacità d’analisi deriva da un percorso lungo, complesso, in cui l’artista ha dovuto scontrarsi con dei mostri che ciclicamente tornano nella sua mente. Si parla di depressione, di malattie mentali, e Marracash lo fa con la consapevolezza di calpestare un terreno battuto da una vita e, nello stesso tempo, con l’ingenuità di chi ci casca per la prima volta. Il risultato è un volersi mettere alla pari con il proprio dolore, senza la pretesa di dare lezioni agli altri o di suscitare in chi ascolta un atteggiamento di compiacimento. Arrivano così, tra il divertissement di Greta Thunberg – I polmoni (feat Cosmo), i virtuosismi di Supreme – L’ego (feat. tha Supreme & Sfera Ebbasta) e i dialoghi allo specchio con Mahmood in Non sono Marra – La pelle, le tracce “umane”, da Bravi a cadere – I polmoni, che parla della difficile conquista di un equilibrio, a Madame – L’anima, in cui la presenza di una voce femminile dà letteralmente corpo a una ricerca interiore che accarezza le intemperie, addolcisce gli spigoli di quel continuo perdersi e ritrovarsi: “Ti spingevo ad essere altre donne/ Mi rallenti mentre il tempo corre/ Dai, non dirmi che ora faccio il divo/ Stai con me mentre scrivo”.

Arriva poi G.O.A.T. – Il cuore, e già l’intro racchiude una storia che non ha davvero più nulla di personale, perché è di tutti. E perché, adesso, non ha più maschere:

Evitare la sofferenza è una sofferenza. Negare un fallimento è di per sé un fallimento. Nascondere la vergogna, è una forma di vergogna.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Brani consigliati: Qualcosa in cui credere – Lo scheletro, Supreme – L’ego, Madame L’anima, G.O.A.T. – Il cuore

 

Immagine di copertina: pagina Facebook ufficiale di Marracash
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