La storia del Rock con la R maiuscola dovrà pur aver avuto un suo inizio ben definito: questo lo individuiamo con una precisa uscita discografica, datata 22 marzo 1963. La band in oggetto è, senza ombra di dubbio, il quartetto nativo di Liverpool per antonomasia, i Beatles, e il long playing in questione è il loro album d’esordio, Please Please Me, LP con il quale i Fab Four si rivelarono come i pionieri del rock ai padiglioni auricolari del mondo.

Menzionato al 39° posto nella classifica di Rolling Stone relativa ai 500 album migliori di sempre, Please Please Me sancì, appunto, con la sua uscita ormai remota, il momento preciso dell’inizio della cultura Rock, la nascita di un nuovo modus vivendi sia a livello puramente compositivo quanto stilistico: insomma, segnò l’atto di nascita di una nuova corrente, e non solo dal punto di vista prettamente musicale. E pensare che, poco più di un anno prima, la Decca, storica etichetta londinese, fu perentoria: decidendo di non contrattualizzarli, Lennon, McCartney, Harrison e Starr, assieme al manager Epstein, dovettero a lungo peregrinare fino all’approdo finale che gli avrebbe permesso l’ascesa al pantheon di quell’Olimpo musicale di cui sono ancora oggi tra le figure cardine.

Uno scatto storico dei Fab Four per mano della loro fedele fotografa, Astrid Kirchher. © Astrid Kirchher

La svolta arrivò quando Sir George Henry Martin, definito a posteriori addirittura come il quinto Beatle, storico e sapiente produttore della Parlophone, decise di dar fiducia al quartetto, permettendogli la pubblicazione dei singoli Love Me Do (ottobre 1962) e dell’omonimo Please Please Me, che arrivarono in un baleno in cima alle classifiche della Union Jack.

Please Please Me vide, quindi, la luce nel marzo del 1963, con dei tempi di registrazione da record: parliamo di sole 15 ore di lavoro in studio, avvenute l’11 febbraio dello stesso anno, che diedero come frutto ben quattordici tracce, sette per lato, per un totale di 32 minuti e 45 secondi di avanguardistico rock della prima ora. La questione straordinaria, la vera e propria novità rispetto al trend consueto dell’epoca, è che la maggior parte dei brani dell’LP, gli otto inediti presenti per l’esattezza, portano la firma autografa di Lennon e McCartney: tutto questo perché la band aveva spinto per poter registrare il maggior numero di tracce originali possibili a dispetto dell’abuso di cover in atto ai tempi che furono.

Alle otto tracce originali si accompagnano comunque sei cover, tutte aderenti alla quella matrice rhythm’n’blues tanto amata dai Fab Four. Please Please Me si presenta, quindi, come un album piuttosto lineare, estremamente godibile nonostante sia lontano dai capolavori della loro maturità, adornato di pochissime sovraincisioni (ricordiamoci anche che, con i registratori dell’epoca, non era possibile fare altrimenti), e dotato, inoltre, di tutta la carica e la freschezza di cui erano costellate tutte le loro primordiali esibizioni live. Andiamo, tuttavia, a scandagliarne le tracce come da tradizione.

L’iconica copertina di Please Please Me, scattata all’interno della EMI Records. © Angus McBean

LE TRACCE

Lato A

In apertura  troviamo la celeberrima I Saw Her Standing There, trascinante traccia amorosa dalle venature twist, dall’approccio testuale decisamente più allusivo, tuttavia, rispetto ai canoni previsti ai tempi, nonché dotata di quella carica puramente live della quale vi abbiamo appena accennato. Segue in presa diretta Misery, brano decisamente meno scanzonato del precedente vista la sua tematica velatamente tragica legata ad un break-up con la ragazza amata, in cui lo stesso George Martin si diletta al pianoforte arricchendo il brano, anche nella sua malinconia di fondo. In terza posizione troviamo, invece, la prima delle sei cover presenti in Please Please Me, Anna (Go to Him), storico brano del cantautore statunitense Arthur Alexander, in questo caso impreziosita dall’arpeggio di Harrison.

Chains, della coppia Goffin and King, è il secondo dei brani non originali scelti dai Beatles: è una traccia dalla freschezza disarmante in cui le timbriche caratteristiche di John, Paul e George si trovano, per la prima volta, armonicamente e perfettamente fuse in un unica voce. La vocalità di Ringo farà la sua primissima apparizione subito dopo, nella successiva Boys (firmata da Luther Dixon e Wes Farrell): un brano di rock’n’roll allo stato puro con il quale la vocalità tragicomica di Starr si sposa alla perfezione. Lennon, invece, ci regala un vero e proprio piccolo capolavoro, anche se in forma piuttosto embrionale, con Ask Me Why, mentre il lato A troverà la sua chiusura nella titletrack Please Please Me, forse il brano più rappresentativo di quello che sarebbe stato lo stile tipico dei Beatles della prima ora.

Uno scatto dei Beatles tratto dai “Liverpool Days”. © Astrid Kirchher

Lato B

L’apertura della side B annovera, come merita, l’altra pietra miliare dei primi Beatles, il tormentone Love Me Do, dove a farla da padrona regna indiscussa l’armonica di Lennon. C’è tuttavia da segnalare una curiosità riguardo la versione presente all’interno di Please Please Me: alla batteria non troviamo, come ci aspetteremmo da copione, Starr, ma bensì il turnista Andy White, che figurerà alle pelli anche nella successiva P.S. I Love You. Come mai relegare il batterista ad un semplice tamburello? Questo perché, diciamolo, George Martin non si fidava granché della potenziale professionalità del caro Ringo.

Dal repertorio delle Shirelles, gruppo vocale a stelle e strisce amatissimo dal quartetto britannico, oltre alla sopracitata Chains, venne selezionata anche Baby It’s You. Brano scritto dal mostro sacro dell’easy listening, il letteralmente immortale Burt Bacharach, in coppia con Hal David, qui viene galvanizzato non solo dall’assolo di Harrison, ma soprattutto dalla celesta suonata dallo stesso George Martin.

Do You Know A Secret, rispettivamente traccia numero quatto del lato in questione, riprende una citazione tratta dal classico Disney Biancaneve, Wanna know a secret? Promise not to tell?, per regalare non solo un pò di meritato protagonismo alla voce del compianto Harrison, ma anche per evidenziare la potenziale efficacia qualitativa della coppia creativa Lennon-McCartney.

A Taste of Honey, firmata Scott e Marlow, riprende, invece, il tema principale della colonna sonora dell’omonima commedia di Broadway: Paul ci aveva letteralmente perso la testa, motivo per il quale scelse di volerla rielaborare in una primissima chiave beatlesiana. There’s A Place è, forse, il brano più sottovalutato dell’intero LP, probabilmente a causa della sua andatura malinconica, ma quanto mai dinamica e moderna: stiamo parlando però di un un tratto che, tuttavia, sarebbe diventato caratteristico della poetica lirica proprio del Lennon più maturo, il lato che forse l’ha reso più celebre dal punto di vista creativo e testuale.

La chiusura dell’album spetta al brano che, da tradizione, chiudeva i loro primi live: ci riferiamo, ovviamente, all’energia dirompente di Twist And Shout, un’esplosione di rock’n’roll in piena regola. Allegra, ribelle, irriverente, Twist And Shout era stata portata alla ribalta dagli Isley Brothers su una composizione di Phil Medley e Bert Russell. Insomma, dopo l’uscita di questo LP, sfidiamo chiunque ad aver considerato il Rock come prima della sua uscita.

Pur essendo un album d’esordio, troviamo al suo interno dei brani di una tale potenza da essere in grado di farci capire come ci si trovasse davanti ad una band dalle capacità rare, insolite: insomma, ci lascia intendere di che pasta fossero davvero fatti questi quattro ragazzi provenienti dal Merseyside. Le cover inserite, potenzialmente, forse resero leggermente datato il lavoro complessivo, ma per contrasto ci fanno capire meglio come le moderne sonorità dei Beatles, nei brani inediti, si discostassero in modo netto da quelle dei loro contemporanei.

Please Please Me è, quindi, sì un lavoro forse immaturo, dallo spiccato tratto adolescenziale, ma non possiamo non considerare quanto fosse già dotato di quella carica motrice, di quell’impulso detonatore per nascita di quel Rock che ancora oggi tanto apprezziamo. L’album dal quale tutto, poi, prese forma.

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