L’anima inquieta ed indomita dello storico leader dei Radiohead si è oggi finalmente rivelata a noi oggi in tutta la sua complessa e surreale bellezza. A conclamare la sensibilità quasi metafisica nonché lo status a pieno titolo di figura focale della storia della musica contemporanea dello schivo Thom Yorke è stato il recentissimo manifestarsi agli occhi del mondo della sua quarta opera magna in versione solista, Anima, uscita lo scorso 27 giugno per la label britannica, nonché baluardo dell’indipendente, XL Recordings.

Stiamo parlando di un prodotto frutto di un processo di rara catarsi a livello creativo quanto puramente concettuale: abbiamo quindi davanti quello che potremmo definire l’atto di dolore e rinascita di Yorke, nonché il suo affrancarsi definitivo dal contesto Radiohead.

Thom Yorke durante la sua performance al Wang Theatre di Boston (MA). Credits: © Bryan Lasky

Il senso profondo di questa fatica colossale, capace di insinuarsi fino alla più recondita molecola dell’ascoltatore, non è però il dimenticare la produzione fondamentale della band dell’Oxfordshire: è il poter finalmente penetrare nella psicologia di una mente dalla profondità abissale come quella di uno Yorke ormai cinquantenne e nelle dinamiche della sua più alta maturità compositiva. Con Anima Thom Yorke ci dà il permesso di scandagliare i meandri del suo sé, di un io alla ricerca di agognata purificazione dalla mole di dolore che l’ha segnato in questo recente passato senza fargli alcuno sconto.

Thom Yorke durante la sua performance al Wang Theatre di Boston (MA). Credits: © Bryan Lasky

Il prodotto finale è visionario, dai tratti astratti e impressionistici: Anima è in grado di ammaliare come un canto di sirena, mentre ci avvinghia alle sue variazioni come un Abaddon’s Bolero (Emerson, Lake & Palmer, Trilogy, 1972) concettualmente in reverse. Dalle ombre e dall’inconscio più plumbeo si risale verso la lucidità celestiale delle sinapsi di Yorke, dalla frustrazione si genera qui lo spirito e lo stimolo atipico alla creazione di materiale inedito di così rara fattura. Ecco quindi il superamento della stasi di un’interiorità in conflitto attraverso l’ottica yorkeiana.

Anima è allora potenzialmente definibile come l’analisi clinica dell’interiorità di un uomo dalla sensibilità così manifesta e profonda da non poter essere categorizzabile: Anima è sogno tanto quanto indagine analitica, un processo di ipnosi regressiva in chiave sonora. Il parto della più bella creatura figlia del genio introspettivo di Thom Yorke.

Thom Yorke durante la sua performance al Wang Theatre di Boston (MA). Credits: © Bryan Lasky

“Traffic” ci apre le porte ai circuiti cerebrali del suo creatore, lasciandoci inconsapevolmente scardinare anche i nostri. Il beat di fondo è incalzante, la derivazione elettronica è palese nell’accentuazione dei synth e nelle percussioni ai pad, marche stilistiche che influenzeranno l’intero impianto strutturale dell’album. Yorke osa in una modalità perfetta per marcare un’ouverture degna del viaggio onirico che seguirà.

Il senso di una vorticosa ciclicità ad immagine e somiglianza della rapidità del pensiero subentra con I Heard (… He Was Circling The Drain)”, dove i delay e le sfumature oggettivamente noise appaiono come manifestazioni acustiche dei potenziali bug di una psiche perenne fermento e divenire, come testimonia anche l’incipit della sua terza traccia, Twist”. All’interno di questa, la vocalità falsettata dello Yorke dei primordi non tarda a farsi sentire e a farci quindi ritornare di nuovo perfettamente a casa nonostante lo scompiglio emotivo già generato dalla riproduzione dei primi due brani in apertura.

Thom Yorke durante la sua performance al Wang Theatre di Boston (MA). Credits: © Bryan Lasky

“Dawn Chorus” ci rapisce nel suo turbinio di sintetizzatori fino al suo aprirsi completamente in un crescendo dispensatore di luce, la prima percepita dall’inizio della riproduzione, mentre la seguente I’m A Very Rude Person” si palesa all’ascolto come il manifesto yorkeiano interno ad Anima nonché la sua personalissima visione del suo concepire l’arte e i suoi processi. L’arte per l’artista britannico appare qui prodotta solo for artist’s sake, proiettata completamente nell’interiorità a tinte fosche del suo creatore. Not The News” ci proietta invece in una condizione quasi sacra, altamente mistica nel suo essere velatamente disturbante: la scelta dell’affidare l’inquietudine intrinseca del brano ad un manipolo di violini appare quindi quanto mai azzeccata.

La traccia successiva, “The Axe”, per la sua andatura ai limiti del concentrico e le sue scelte sonore di base con chiari rimandi trip-hop ci rimanda direttamente alle sonorità tipiche di band alla stregua dei Massive Attack ai tempi di Mezzanine mentre in Runwayaway”, traccia posta in chiusura dell’album, a segnare lo start della traccia Yorke decide di rendere finalmente protagoniste le chitarre per la prima volta dalla traccia numero uno di Anima. Dulcis in fundo. Allo zio Thom pare insomma piaccia disorientarci in questo stream of consciousness che è stato in grado di generare all’insegna dei moti convulsi che l’ansia, il dolore e l’angoscia, motori generatori di Anima nella sua integrità, sono capaci di produrre. E noi di conseguenza ci perdiamo in questo dissonante disorientamento sensoriale senza opporre resistenza.

Possiamo quindi affermare di aver finalmente davanti uno dei pochi album contemporanei in grado di rasentare la perfezione formale e sostanziale. Sublime.

Chapeau, Thom.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊 🌊 / 10

Brani consigliati: Last I Heard (… He Was Circling The Drain), Twist, Not The News, Traffic.

Immagine di copertina: © Bryan Lasky (via Jam Base)
© riproduzione riservata

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