Nulla si crea, nulla si distrugge. Se è vero – come è vero – che tutto si trasforma, non ha davvero niente di interessante stabilire in che misura quello di Willie Peyote sia “rap” e in quale invece “pop”. Di sicuro c’è che l’artista torinese, sulle scene da ormai una decina d’anni, ha trovato la propria dimensione in un flow che si srotola su basi interamente suonate che hanno nella ricerca del groove il loro minimo comun denominatore. Un percorso ben preciso, questo, che lo ha portato fin dall’esordio a preferire una forma diversa dai canoni del movimento hip hop italiano e non, che facevano largo uso di sample e produzioni per i loro pezzi. Evoluzione arrivata ad un ottimo punto di sintesi già nel precedente lavoro Sindrome di Tôret (i “tôret” sono le fontanelle pubbliche di Torino) e che viene affrontata e limata anche in questo nuovo disco.

La copertina di “Iodegradabile”

Iodegradabile, uscito ieri a due anni di distanza dall’ultimo disco in studio, si apre con un intro che è una dichiarazione di intenti (questa sì molto “old school”, chi li fa più gli intro, ormai?) che aiuta a tracciare i confini dell’album. Il rapporto dell’essere umano con il tempo è dichiaratamente il focus sul quale vuole insistere Willie Peyote, eppure non è che un pretesto per ragionare su come lo sta, lo stiamo, impiegando. I temi come di consueto non hanno paura di essere attuali e di riflettere il suo pensiero: una visione del mondo disillusa e ironica che cerca di smascherare storture e ipocrisie di questi anni all’alba dei nuovi ’20. In un’epoca che ha fatto di internet una tribuna politica, o meglio, uno strumento di propaganda, il rapper critica con la sua consueta ironia l’atteggiamento di chi segue ciecamente santoni o capitani chiudendosi di fatto in una guerra di op-posizione contro i nemici (“non serve trovare delle soluzioni se riesci a trovare un colpevole sbatti il mostro in prima pagina e spera sia solo e sia debole“, Mostro). Sotto questo punto di vista apertamente schierato anche Cattività è una forte accusa a chi non si espone, a chi così facendo alimenta le proprie insicurezze e la propria paura (“La paura che cresce alle volte può uccidere (paura del diverso, paura del possibile) fa paura decidere, uscire, sorridere, vivere sei programmato a reprimere”). Il secondo singolo estratto, Mango, contiene inoltre anche una riflessione sul ruolo dell’artista: ispirandosi alla tragica morte del cantautore lucano avvenuta proprio durante un concerto che Mango interruppe scusandosi col pubblico, Willie intende sì omaggiare la dedizione del cantante al pubblico e alla musica stessa, ma è più in generale la constatazione di certi meccanismi criticabili nell’industria musicale (“Se vuoi l’oro, fai lo Zecchino sti tormentoni li scrive un bambino“). Anche nell’altro singolo, La Tua Futura Ex Moglie, ci sono alcuni riferimenti alla scelta di molti artisti di essere “venditori” di un brand efficace, piuttosto che esporsi ed osare di più. Non si può dire che, nonostante il passaggio alla Universal, Willie Peyote abbia perso la sua capacità di avere una voce ben precisa.

Se dal punto di vista testuale gli argomenti vanno a insistere sui tasti che abbiamo provato a delineare, da quello musicale la varietà è ricca e le sfumature diverse. Il disco, come ha scritto il rapper presentandolo su Facebook, è a tutti gli effetti figlio di un lavoro collettivo curato dalla sua band, gli ALL DONE:  Frank Sativa, Kavah, Danny Bronzini, Luca Romeo e Dario Panza con il supporto di Peppe Petrelli. Il risultato è una raccolta di dodici pezzi (tra i quali, oltre all’intro, un paio di intermezzi) che talvolta si avvicinano al funky con Quando Nessuno Ti Vede, Miseri o con la sincopata Che Peccato dove si somma ad un ritmo che ricorda le atmosfere jazz dei Yussef Kamaal (che peraltro si manifestano già nella strumentale NCQ Skit, che la precede in scaletta). Su tutte, comunque, l’impronta rock è quella più marcata e si esprime al meglio oltre che nei due singoli (Mango osa una ritmica quasi math), anche in Mostro. Non mancano le canzoni – chiamiamole così – d’amore: è, come sempre nei brani di Peyote, un amore molto carnale e forse poco romantico, sicuramente molto attuale nel suo essere precario (Catalogo, Quando Nessuno Ti Vede, Semaforo).

Iodegradabile è un disco molto contemporaneo, forse a tratti addirittura troppo, ma ha il pregio di fotografare non solo una generazione sull’orlo di un baratro che vive per non cadere, ma anche una società che nel suo complesso sembra smarrita ed impaurita. Non sarà rap, e nemmeno pop, ma questo disco di Willie Peyote non ha bisogno di etichette per dire quello che vuole. Nonostante qualche colpo meno brillante di altri (Semaforo su tutti), attraversa i generi con una scrittura acuta ed ironica, senza paura di sporcarsi le mani e con la consapevolezza dei propri mezzi.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Brani consigliati: Mostro, Catalogo, Che Peccato, Mango

 

Immagine di copertina:  © Universal Music
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