C’era tanta attesa per il ritorno di Franco Battiato. Il cantautore siciliano era scomparso dalle scene da un paio d’anni, complice anche una rottura del femore che lo ha costretto ad un riposo quasi ascetico. Il 14 ottobre è così uscito il videoclip del suo nuovo inedito Torneremo Ancora, che anticipava il disco eponimo (uscito ieri) contenente vecchi brani riarrangiati con la Royal Philarmonic Orchestra proprio durante le prove dell’ultimo tour di Battiato nel 2017. Un ritorno, il suo, che ha tuttavia un sapore quantomeno amaro, perché si tratta dichiaratamente dell’ultimo lavoro della sua carriera. Il mistero che avvolge le condizioni di salute di Battiato è stato alimentato in questi ultimi giorni dalle dichiarazioni di un suo storico collaboratore, Riccardo Ferri, che in un’intervista afferma come – secondo lui – l’amico cantautore sia gravemente malato e parla di un altro inedito che però non è stato inserito nel nuovo album (circostanza, questa, confermata durante la conferenza stampa di presentazione di Torneremo Ancora).

La copertina di “Torneremo Ancora”

Se non possiamo avere la certezza della verità di quanto affermato da Ferri, l’ascolto dell’inedito di Battiato si tinge inevitabilmente coi toni del testamento artistico, e in effetti il brano sembra racchiudere una forte componente spirituale e metaforica che descrive insieme le migrazioni e la reincarnazione. Ancora una volta, e forse per l’ultima, tematiche umane sono affrontate da Battiato con la sua poetica trascendentale, tesa a creare una connessione tra l’uomo e il divino. Così Torneremo Ancora è un brano che parla della reincarnazione, alla quale l’autore crede da tempo, e guarda alle filosofie orientali alle quali da tempo si è avvicinato e – insieme – può essere letta come una storia universale, storia di uomini che cercano futuri migliori come i monaci tibetani di Ganden, citati nel testo, che furono costretti a fuggire dalla loro terra a causa delle persecuzioni politiche. La voce di Battiato è un filo lieve, quasi un sussurro che viaggia al di sopra delle nostre teste, e d’altronde lui lo ha detto spesso di sentire questa connessione con un’altra dimensione; forse però questo è il brano che più di tutti, anche per la sua carica simbolica da chiudi-fila, ci invita a staccarci dalle nostre vicende quotidiane e ad avere uno sguardo più largo in tutte le dimensioni. Un esempio su tutti, di questo non sempre facile compito per gli ascoltatori, è senz’altro uno dei suoi brani più famosi, La Cura, da molti letto in chiave amorosa quando il soggetto al quale si indirizza Battiato è in realtà la propria anima. Questo ultimo singolo invece no, non lascia scampo, arriva dritto al punto e lo fa con tutti i suoi sottotesti ma con una naturalezza disarmante: la semplicità di un sentimento che troviamo tutti quanti se osserviamo nel profondo di noi stessi, la sensazione di essere parte di qualcosa, la forza dei sogni e dei desideri.

Foto di Piero Cattaruzzi

Senz’altro è prematuro dedicarci a tracciare l’eredità artistica di un autore che non se ne è ancora andato, tuttavia la consapevolezza di perdere – con questo ultimo lavoro – una voce unica come quella di Franco Battiato, è un invito a riflettere su quanto abbia saputo portare nel discorso musicale italiano. Paradossalmente convivono (almeno) due anime solo apparentemente molto diverse nella figura del cantautore siciliano: quella dell’avanguardia e della sperimentazione, che ha attraversato le sue produzioni fin dagli inizi degli anni ’70 e, insieme, quella se vogliamo più profondamente antica – o meglio: senza tempo – intrecciata tra le filosofie orientali e la Sicilia che gli ha dato i natali e ne è la casa da molto tempo. Battiato ha saputo portare nella musica pop una poesia ai limiti del comprensibile: l’ha detto più volte, alcuni dei suoi testi soprattutto nel periodo di maggior successo negli anni ’80 non nascondono niente al di là del suono dei termini utilizzati, della disposizione degli stessi nella metrica. E insieme è rimasto un personaggio profondamente siciliano, legato alla propria terra, e anche a certe abitudini nobiliari (nella sua villa di Milo lavorano per lui diverse persone come servitù). Franco Battiato non ha mai avuto nulla del divo, né tantomeno della star, ciononostante l’aura che lo circonda è allo stesso modo particolare, quasi “sacra”: è una sacralità che nulla ha a che fare col cristianesimo, certamente; è forse più simile a quella che circonda certi Maestri i quali attraverso l’arte cercano un legame ultraterreno e, che lo trovino o meno, paiono messaggeri da un altro spazio. Non importa che lo sia davvero, quello che conta è la capacità di parlare ad una sensibilità che troppo spesso ci dimentichiamo di possedere.

Immagine di copertina: © Giovanni Canitano
© riproduzione riservata