«Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia.»

1861. Al Palazzo Carignano di Torino il Risorgimento, ormai agli sgoccioli, capì di dover lasciare il posto ad un qualcosa di grande, un’anima che si espandeva in tutti i versanti dello Stivale, uno splendido sentire comune messo nero su bianco, burocratico, democratico. La legge n. 4671 del Regno di Sardegna divenne la prima di una nazione che potè definirsi unita.

Cent’anni dopo, nel 1961, l’Italia respirava l’aria della propulsione economica del secondo dopoguerra. Produttività e benessere in ascesa provvedevano al diffondersi di frigoriferi, radio, televisioni e la vita sembrava davvero più dolce, proprio come la pellicola felliniana di pochi mesi prima in cui lo sguardo languido di Anita Ekberg si incontrava con quello di Mastroianni sullo sfondo della fontana di Trevi.

Fu l’anno dell’Expo nel capoluogo piemontese, dell’istituzione delle Frecce Tricolori, dell’ampliamento degli interventi urbani come illuminazione notturna e la costruzione di quartieri popolari, delle città che salivano come nel dipinto di Boccioni; sul canale principale nacque il varietà Studio Uno ed il pubblico conobbe la pericolosità incalzante della lunghezza delle gonne, mentre in sala venivano proiettati film del calibro di Colazione da Tiffany di Blake Edwards e Come in uno specchio di Ingmar Bergman, o ancora i nostrani Divorzio all’italiana e La notte rispettivamente di Germi ed Antonioni.

Un lungometraggio, purtroppo finito nell’androne del dimenticatoio, colpì per il titolo singolare: Solitudine, diretto da Renato Polselli e filmato nei dintorni di Napoli. Certo, quel nome ricordava quasi con immediatezza le tematiche care ai romanzi veraci ed esistenzialisti del romano che aveva lasciato il cognome Pincherle per farsi conoscere come Moravia, ma è anche plausibile avvertire a posteriori una qualche disarmonia col nostro incipit.

Benché guardiano di una millantata ed agognata unità, gli uomini continuavano a sentirsi soli. Se in Anita e Marcello riuscivamo a cogliere la bellezza del mondo, negli occhi del protagonista Alfredo e della matrigna Rosa si palesa un senso di inadeguatezza, uno spasmo apolide ed ingiustizia poco divina tali da mettere a nudo la realtà. Non c’è patto, legge o carta scritta che regga. La trama si articola con pochi personaggi stereotipati: il giovane pescatore campano, ragazzo adottato reietto, incompreso, escluso; il fratellastro Paolo, scapolo d’oro brillante ed rispettabile, mamma Rosa esasperata e vinta come nelle novelle di Aci Trezza, donne talvolta schive, talvolta volubili, dicerie di borgo tra i banchi del pesce. Niente spoiler, tranquilli. Vi sveleremo l’epilogo solo in conclusione.

Anche l’edizione di Sanremo’61 si distinse per la propria natura bizzarra. Cos’è cambiato da allora e cosa cambierà con quella che andrà in onda dal 5 al 9 febbraio prossimi? Spaccato, riflesso della società di allora, proveremo a raccontarvela tra particolarità, aneddoti e anomalie senza scadenza, mettendola in relazione con i nostri tempi solo convenzionalmente moderni.

Alfredo, inutile dirlo, sarà il nostro filo conduttore.

Frame dal film “Solitudine” (1961), diretto da Renato Polselli. In evidenza: close-up sullo sguardo del protagonista Alfredo

L’undicesimo Festival di Sanremo si tenne al salone delle Feste del Casinò Municipale di Sanremo dal 26 gennaio al 6 febbraio 1961 (passerà all’Ariston solo a partire dal ’77) e, sorprendentemente, la conduzione fu affidata a due donne: Lilli Lembo e Giuliana Calandra. Tenete sempre a mente che parliamo di ben cinquantotto anni fa e le creature XX detentrici del focolare domestico avevano acquisito il diritto di voto da appena tre lustri; le televisioni potevano anche essere rumorose, le trasmissioni a bassa definizione e le immagini poco vivide ed a zero saturazione, ma si trattava di un’evidente gesto d’avanguardia per l’epoca. PS: se state fantasticando sulle presentatrici bellocce dei programmi sportivi come ad uno schiaffo al maschilismo no, siete fuori strada ed Alfredo vi starà fissando. I parallelismi arriveranno proseguendo con la lettura.

Buonismo ed apparenza sono facce della stessa medaglia, facilmente adattabili ad un tempo storico piuttosto che ad un altro; cambiano le motivazioni e non le dinamiche. La kermesse, inoltre, non si protrasse per tre serate consecutive ma si sviluppò in quattro giorni dilazionati in più settimane. Perfino il fanatismo appariva educato e discreto.

Competizioni a confronto

La squadra di Sanremo 1961: Mina, Achille Togliani, Adriano Celentano x, Arturo Testa, Aura D’Angelo, Aurelio Fierro, Betty Curtis, Bruno Martino, Carla Boni, Claudio Villa, Cocky Mazzetti, Edoardo Vianello, Fausto Cigliano, Gianni Meccia, Gino Latilla, Gino Paoli, Giorgio Gaber, Jenny Luna, Jimmy Fontana, Joe Sentieri, Jolanda Rossin, Jula de Palma, Little Tony, Luciano Rondinella, Luciano Tajoli x, Maria Monti, Milva, Miranda Martino, Nadia Liani, Nelly Fioramonti, Niki Davis, Pino Donaggio, Rocco Granata, Sergio Bruni, Sergio Renda, Silvia Guidi, Teddy Reno, Tonina Torrielli, Tony Dallara, Tony Renis , Umberto Bindi, Wilma De Angelis.

La squadra di Sanremo 2019: Paola Turci,Simone Cristicchi, The Zen Circus, Anna Tatangelo, Loredana Bertè, Irama, Ultimo, Nek, Motta, Il Volo, Ghemon, Einar, Federica Carta e Shade, Patty Pravo e Briga, Negrita, Daniele Silvestri, Ex-Otago, Achille Lauro, Arisa, Boomdabash, Francesco Renga, Enrico Nigiotti, Nino D’Angelo e Livio Cori, Mahmood.

È vero, risulta impressionante che il 37% degli artisti in gara al prossimo Festival sia prodotto da etichette indipendenti, così come questa sembra essere una delle pochi edizioni i cui partecipanti non si dilettano in performance anacronistiche o non sono stati scongelati da una capsula come in Futurama o, ancora meglio, appartengono ad una sfera che poco ci azzecca con l’industria musicale. NB: 2010, l’orchestra lancia gli spartiti in segno di protesta.

È ugualmente giustificato lasciare che lacrime commosse scorrano al pensiero di un Vianello, un Tony Renis, un Gaber (che ieri avrebbe compiuto ottant’anni), un Little Tony, un Jimmy Fontana (che quattro anni dopo avrebbe cantato uno dei brani più belli della cultura canora italiana), un Gianni Meccia (che sarebbe diventato, a sua insaputa, quello dell’advertising della Patasnella), un timido Gino Paoli ed un Celentano scatenato facessero parte della rosa degli esordienti. Principianti. Loro, la nostra storia, proprio quelle istituzioni che ora potremmo paragonare a tizi con la faccia tatuata e l’autotune, a gente nei cast dei talent. Giambattista Vico l’aveva vista lunga sui corsi e ricorsi storici. Alfredo gira le spalle e non risponde a sua madre.

Music-shock

Come vi accennavamo, il Sanremo di quell’anno fu costellato da anomalie e fenomeni bizzarri. Il palco vide gli albori di uno scontro felino tra Milva, la Pantera di Goro e Mina, la Tigre di Cremona; il set iniziale si estinse malamente con il fallimento della seconda a cui, sulla nota finale di un acuto, si interruppe la voce e nella disperazione promise che sarebbe stata l’ultima esibizione in un festival. In tal modo agì per il resto della propria carriera. Fortuna vuole che nessuno, all’epoca, si fosse azzardato a brevettare i cellulari: una chicca del genere sarebbe arrivata in fretta e furia sul web, distruggendo di colpo il destino di una Dea. Il poeta ermetico Gino Paoli, introverso come l’outsider della solita pellicola citata, sferrò un colpo ai cliché facendo la propria comparsa senza smoking e con la cravatta slacciata. Ancor più efferato scalpore diedero due personaggi separati da un abisso: Celentano e Tajoli.

Mina (Anna Maria Mazzini) che sorride alle telecamere durante la preparazione per la XII edizione del Festival di Sanremo. Fonte: Archivio Luce

24mila provocazioni

Il conosciutissimo jingle del Festival Perchè Sanremo è Sanremo risale solo al 1996 ed è cantato da Rudy Neri dei Prefisso. È molto difficile immaginare cosa allora introducesse le puntate, eppure sappiamo che il tutto poteva essere ben controbilanciato dalle voce affabili ed affascinanti dei commentatori degli anni ’60. In uno spezzone estrapolato dagli archivi storici e reperibile su Youtube, il giornalista sentenza: «[…] Con 24mila baci l’artigliere epilettoide Adriano Celentano travolge il salone del casinò di Sanremo.» 

Nel gennaio 1961 la tradizione ebbe un malore. Il ventitreenne milanese riuscì a partecipare alla manifestazione con una licenza speciale concessa dalla caserma ospitante per il servizio di leva ed ottenuta grazie all’intercessione di Giulio Andreotti, Ministro della Difesa; portò con sé il sesso e la libertà di cui il Paese aveva bisogno, si mosse come Jim Morrison in preda ad un delirio mistico chiamato rock n’roll e, cosa più importante di tutte, diede le spalle alla platea. La borghesia rimase senza parole, i più giovani da lì in poi le cercarono ne suoi testi e ne fecero i loro mantra. Questo era Celentano nel 1961.

Ora collegatevi mentalmente ad Adrian l’orologiaio, al concerto di Capodanno ed al cantante glam depravato con la voce di Giuliano Sangiorgi, al palazzo della Mafia International, ad Orwell che si rigira nella tomba e maledice il giorno in cui si innamorò dell’invenzione di Johann Gutenberg. Poi ripensate all’Adriano di cinquantotto anni fa. Quale metamorfosi segue una provocazione? Qual è il suo decorso? Forse non ci è dato saperlo. La Mediaset, dal canto suo, dovrà dare qualche risposta. Manara, Piovani e co. perdonateci.

I carabinieri bussano alla porta di Alfredo.

 

Beauty and the Beast

La bellezza è negli occhi di chi guarda, l’ipocrisia nella bocca di chi parla. Se nel 2019 dicessimo che l’aspetto fisico non conta, probabilmente riceveremmo un applauso scrosciante e diventeremmo i paladini delle minoranze di pensiero. Una volta finita la standing ovation, però, torneremmo chini sugli schermi a scrollare i profili Instagram delle Hadid. La parvenza fisica godibile è una qualità oggettivamente gradita fin dall’alba dei tempi; di questo ne erano a conoscenza anche i burattinai mediatici che fino al 1961 esclusero Luciano Tajoli dalle riprese della Rai. Il motivo fa impallidire: tutto è dovuto ad una grave forma di poliomielite che, colpendolo ad un anno di età, l’aveva reso zoppo. Esonerato dal fronte, allontanato dai grandi studi perché poco telegenico. Vi sembra qualcosa di diverso dall’attuale body shaming? Alla faccia di tutto e tutti, Milva si classificò terza, Celentano secondo e proprio la bestia al primo posto, insieme a Betty Curtis. Il bel canto, se pur affannosamente definibile come moderno, ebbe la meglio sulle critiche.

Colpo di scena: Paolo, fratellastro di Alfredo…

Questa era l’elenco dei primi dodici in classifica:
1° Betty Curtis/ Luciano Tajoli – Al di là
2° Adriano Celentano/ Little Tony – 24 mila baci
3° Milva/ Gino Latilla – Il mare nel cassetto
4° Mina/ Nelly Fioramonti – Io amo tu ami
5° Mina/ Jenny Luna – Le mille bolle blu
6° Pino Donaggio/ Teddy Reno – Come sinfonia
7° Arturo Testa/Tonina Torrielli – Febbre di musica
8° Teddy Reno/ Sergio Bruni – Mandolino mandolino
9° Sergio Bruni/ Rocco – Granata Carolina dai
10° Gino Paoli /Tony Dallara – Un uomo vivo
11° Umberto Bindi /Miranda Martino – Non mi dire chi sei
12° Joe Sentieri/ Fausto Cigliano – Lei

In quei giorni il Vaticano, scrivendo sull’Osservatore Romano, definì l’edizione del 1961 come «Un festival che vorremmo dimenticare al più presto». Ieri, oggi e domani: le canzoni cambiano e cambieranno, ma sarà possibile sempre trovare delle similitudini. Quando Garibaldi e le sue giubbe rosse combatterono per l’Unità, forse non avrebbero mai immaginato l’istituzione di una kermesse in grado di riavvicinare Nord, Centro e Sud come Sanremo; quando la ottennero, forse non avrebbero mai immaginato che qualcuno potesse ancora sentire un tale senso di inappartenenza. Ieri oggi e domani: le canzoni cambiano e ci si sentirà sempre un po’ inevitabilmente soli. La musica, in un modo meraviglioso ed inspiegabile, ci salva sempre dai mali. 

Dimenticavamo! Qui potete trovare la storia completa di Alfredo e delle sue disavventure.

Buon Sanremo 2019.