Anna Radchenko, fotografa e regista, esplora il concetto di isolamento mentale e fisico attraverso due serie fotografiche, e si sente come molti in questo periodo: divisa tra l’essere attore protagonista della società in cui vive, restando a casa, e la sensazione di aver perso la propria libertà di agire.

Il primo set, intitolato The Melancholy Rooms, è stato pensato originariamente all’interno di una mostra. Gli scatti ruotano attorno all’idea di vivere in una società “iperconnessa”, in cui la tecnologia riveste un ruolo fondamentale nel modo in cui ci relazioniamo l’uno con l’altro. I nostri dispositivi hanno lo scopo di avvicinarci, ma spesso il risultato sono relazioni più superficiali, che alla fine ci portano a sentirci “disconnessi”. È solo quando ci viene tolta la possibilità di incontrarci nella vita reale che iniziamo a comprendere appieno il valore e il potenziale di questa tecnologia.

 

Il secondo progetto, Baby Cribs, affronta il tema dell’isolamento fisico e come, in questi tempi difficili, tendiamo a ritornare ai nostri bisogni più elementari. Mentre il Governo impone restrizioni sempre più stringenti, rinunciamo a ogni tipo di controllo e quasi regrediamo in uno stato di infantilismo, nella convinzione che saremo accuditi e curati. Sentendoci imprigionati, alienati ed impotenti, le nostre case riflettono i limiti della nostra libertà e del nostro potere.

Sebbene queste foto siano state scattate prima che l’isolamento mondiale divenisse un dato di fatto, sono diventate ancora più rilevanti nel contesto odierno. Ci troviamo in una realtà parallela, dove dobbiamo cambiare le nostre abitudini e alcuni dei nostri atteggiamenti, dato che passiamo così tanto tempo da soli. Gran parte di ciò che davamo per scontato, compresa la possibilità di lasciare le nostre case, di andare al lavoro e di incontrare persone, è stata invece rimpiazzata da un crescente clima di incertezza e di reclusione. Ma questo ha anche significato riconsiderando i nostri valori, dato che ora daremo certamente più rilievo al riavvicinamento umano. Un semplice “Come stai?” è ora una domanda seria e carica di significato, non più un semplice saluto informale.

Traduzione di Pietro Cantoni

Fotografie di © Anna Radchenko