Ho visto posti meravigliosi, incontrato sorrisi bellissimi e scoperto un mondo nuovo. Ho visto nuvole velocissime e così vicine che quasi si potevano toccare. Trovato gusci di tartarughe appena nate nella sabbia, nuotato con il plancton luminoso di notte nell’oceano. Ho pensato tante volte ‘che cosa incredibile è la natura, comunque’.

Nei diversi viaggi verso le fincas, su quelle Jeep degli anni ’90, ho perso lo sguardo dentro una miriade di quadratini di terra di colori diversi che sembravano fatti di cioccolato. E lo pensavo ogni volta.

Ho sentito il sole più vicino che mai e poi visto arrivare la pioggia subito dopo. «Señorita, sol de agua!» avrebbe detto Don Julio dal suo gabbiotto di guardia, fuori dall’ufficio. E pensavo di nuovo che le nuvole si erano spostate sulla nostra testa nel tempo della pausa caffè.

Ho seguito con lo sguardo i colibrì sul vialetto e chiamato casa un posto molto lontano. Ho amato il ripetersi di nuove abitudini, le tortillas comprate per strada, le salite ripidissime, la cumbia e trovare del sentimento in ogni cosa.

Ho amato i miei errori di spagnolo e ho (quasi) amato persino il reggaeton nelle strade. La frenesia di Quito, il buongiorno in ufficio ‘y como le va?’. Il tempo passava lento e poi velocissimo.

Ho imparato a chiudere la bocca sotto la doccia, a vivere con l’antizanzare nello zaino e a non dimenticarmi più di riempire la borraccia prima di uscire. Ho imparato che in Ecuador a mezzogiorno esce il sole e la sera farà freddissimo, che se qualcuno ti offre da mangiare dire di no non è un’opzione e a pelare con le dita papas bollenti in villaggi della Sierra.

Ho imparato che puoi sopravvivere mangiando riso per più di 7 giorni di fila senza esplodere e che se provi sapori nuovi comunque sapranno tutti un po’ di cilantro.

Mi sono immersa nei rumori dell’Amazonía di notte, nel jazz del martedì sera, nei canti e nelle preghiere del Natale. Imparato a memoria le cantilene dei venditori ambulanti per strada, comprato nuovi frutti colorati nelle tiendite per poi arrivare a casa e non sapere come pelarli.

Ho adottato cani randagi per le strade di Quito chiamandoli tutti ‘Pepito’. Ogni volta che li ho visti attraversare, un po’ malconci e con aria stanca, ho chiuso gli occhi sperando che nessuno li investisse e puntualmente li ho visti arrivare dall’altro lato della strada e ho tirato un sospiro di sollievo.

Mi hanno colpita sguardi profondi e incuriositi di bambini nelle montagne, mentre le mamme e le nonne filano la lana degli alpaca. Mi sono riempita i polsi e le caviglie con i loro braccialetti e ho cercato di imparare quanto più potessi sulla cultura Kichwa e le sue connessioni con la natura. Ho seguito i solchi profondi delle rughe dei contadini e mi sono avvicinata alla cima del Taita Chimborazo e perso il respiro. Chiamato ‘ñaño’ (“fratello”) i miei amici e cantato canzoni (sempre le stesse) per il Carnevale di Guaranda. Sentito famiglia persone nuove e letto con loro La Nazione delle Piante. Abbiamo ballato per le strade piene di musica e seguito il ritmo di ogni strumento, vissuto a tutte le altitudini possibili e trovato sempre qualcosa per cui ridere.

Mi sono sentita viva e felice davanti alle montagne, di fronte all’oceano e immersa nell’Amazonía. Sfiorato cascate e camminato tanto. Ho perso il conto dei passi che ho fatto e delle storie che ho ascoltato, mentre seguivo con gli occhi enormi farfalle blu e visitavamo i terreni insieme ai campesinos.

Non avevo mai provato tanto amore e rispetto per la Natura, non mi ero mai sentita così piccola e fortunata allo stesso tempo. Sentivo ogni giorno una strana sincronia, un’armonia con quello che mi circondava e anche se a volte – nei giorni tristi – sentivo di non poter fare abbastanza, di non poter cambiare nulla, poi succedeva qualcosa che, come se fosse un segnale del mondo, mi faceva cambiare idea. Una volta, mentre guidavamo verso Baños, ci siamo fermati ad ammirare la cima del Chimborazo che spuntava dalle nuvole e abbiamo visto un cartello, piantato in mezzo al verde. Diceva “Es tu Casa, Es tu Vida, Es tu Tierra. Cuidala!”. Non c’era bisogno di scrivere a chi o cosa fosse riferito. Ce l’avevi davanti.

Ho gli occhi pieni di colori, le orecchie piene di suoni e ora, da qui, da Roma, nel silenzio pacifico ma triste della quarantena tutti questi colori e questi suoni mi riempiono la stanza. Mi mancherà ogni piccola cosa di questa avventura in Ecuador, interrotta in un secondo come interrotta mi sento anche io. Ma Orione è sempre sulla mia testa e anche se ora il mondo è sottosopra e ci fa paura, anche se mi sento “strappata” da quei luoghi, so che tornerò presto e riprenderò da dove ho dovuto lasciare. Ojalá.

In Lak Ech – “Io sono un altro Te” – Hala Ken – “Tu sei un altro Me”

Hasta pronto Ecuador. E grazie!

Biografia

Nata nel 1993 a Roma, mi sono laureata in Relazioni Internazionali e sono una fotografa freelance. Crescendo mi sono appassionata al fotogiornalismo. Mi piace raccontare la diversità ed esplorare, attraverso le immagini, la relazione tra me stessa e il mondo.

Testo e fotografie di © Maddalena Ferrò