(Il materiale fotografico di questo articolo è consigliato ad un pubblico adulto)

Domanda di rito: come ti sei avvicinato al mondo della fotografia?

Fin da quando ero bambino utilizzavo macchine usa e getta ma non ho mai avuto un percorso continuativo. Quando sono diventato un po’ più grande, verso i 19 anni, vedevo un mio amico che aveva una macchina professionale. Mi interessai di più alla faccenda ponendomi domande tipo “Sono capace a usarla?” o “Riuscirei a far uscire cose belle da lì?”. Cominciai a considerare la fotografia come una sorta di “ripiego” in quanto la mia passione principale erano i dipinti ma non ero in grado di disegnare. La fotografia, alla fine, è stata un’alternativa valida che ho riscoperto come passione e ora vivo totalmente di questo. A metà del 2014 comprai una macchina fotografica usata, un obiettivo e realizzai i miei primi lavoretti.

Qual è il tuo rapporto con il digitale rispetto all’analogico?

Non sento di schierarmi da nessuna parte, tipo Civil War. Fondamentalmente, chi mi segue, sa che mi sono fatto costruire ben due macchine fotografiche a pellicola esclusivamente per me: due banchi ottici, uno per il collodio e uno per le pellicole.
Ho investito tantissimo nel mondo dell’analogico e, personalmente, preferisco di gran lunga tutto l’approccio che c’è dietro la fotografia analogica. C’è una scelta del supporto, sviluppo, stampa, etc., dove l’approccio è molto fisico, materico. Magari, in fase di stampa può sbizzarrirti usando tecniche antiche, come la stampa al platino. Indubbiamente anche dietro il digitale c’è un mondo, ma quello che mi suscita l’analogico è differente.

© Emanuele Passarelli

Qual è la tua idea di ritratto?

La mia idea di ritratto è quella che ho portato avanti nel progetto “Italia nel grande formato”.
Uno dei vari obiettivi era far capire alle persone quanto fosse importante avere almeno un proprio ritratto stampato. Un ritratto deve essere in grado di ricordare la tua persona, in un determinato momento, in un determinato periodo storico. Ovviamente non serve esclusivamente in momenti importanti come si faceva una volta (nascita di un figlio, matrimonio, ecc.), ma anche in momenti di puro narcisismo. Ci sono tanti motivi per cui una persona scelga di farsi ritrarre, ma sono dell’idea che tutti debbano possedere almeno un ritratto di sé. Stampato, ovviamente. E magari, un giorno, quel ritratto passerà nelle mani dei tuoi figli o dei tuoi nipoti e così via.

Se non sbaglio, in un’intervista dissi che i ritratti derivati dal progetto, sarebbero stati accompagnati da un breve testo.

Esattamente. Attraverso una foto è come se raccontassi ogni persona che ritraggo. Tra me e questa persona si crea un legame che è solo nostro. Solo noi sappiamo cosa abbiamo provato nel momento dello scatto e ce lo ricorderemo per sempre. La finalità di “Italia nel grande formato” è quella di creare un’opera unica in un foto libro ed esporla. A me interessava anche raccontare alle persone quello che è successo. Una foto accompagnata anche da una frase, nulla di corposo, che sia in grado di racchiudere quel momento specifico. A volte è necessario scrivere qualcosa sotto una foto.

“Italia nel grande formato”: progetto nato grazie ad una raccolta di crowdfunding che ti ha permesso di girare l’Italia realizzando ben 110 ritratti con il banco ottico. Com’è nata l’idea e come ti sei avvicinato al banco ottico?

L’idea è nata in un momento un po’ particolare. Ti faccio un preambolo.
All’inizio della mia carriera prendevo qualsiasi tipo di lavoro: matrimoni, saggi, etc. Questo tipo di situazioni non mi facevano stare bene a livello professionale in quanto, se non ero io a gestire tutto quanto, mi ritrovavo ad essere gestito io stesso da gente non competente o a ritrovarmi ad essere trattato senza alcun rispetto. Mi allontanai subito da quel tipo di mercato, mettendo il rispetto davanti ai guadagni, anche se scarsi.
Tutto questo, però, ha portato ad una serie di difficoltà in quanto mi servivano dei soldi per poter acquistare un buon portatile per lavorare. L’unico modo per trovare questi soldi è stato tornare indietro, lavorando in un villaggio turistico. La morte vera.
Nel frattempo, sui social ero “conosciuto” (ride, ndr) per i ritratti notturni ed avevo attirato anche l’attenzione per la sezione attualità della redazione di Repubblica, che mi inserì nell’articolo “50 fotografi che non conoscete”.
Mi sentivo tipo in declino. In realtà, ero proprio stupido a pensare una cosa del genere, per il semplice fatto che quando consegnai le prime foto di famiglia, alcuni padri si commossero dicendomi che in vent’anni non avevano mai avuto una foto di famiglia completa. L’usanza di possedere foto di famiglia stampate pian piano si sta perdendo anche con la presenza di diversi supporti digitali, e questo è stato un motivo che mi ha fatto venire l’idea del progetto.
La motivazione per la quale mi sono mosso in direzione del banco ottico è stata la curiosità.
Sono impazzito all’idea e ho deciso di comprarmene uno, non sapendo come si usasse ovviamente. Una volta capito, ho organizzato una raccolta fondi, aiutato da ragazzi influenti nel mondo dei social e dell’intrattenimento come i ragazzi della Slim Dogs e Human Safari.
Il crowdfunding ha superato il 100% raggiungendo il 130% e sono riuscito a partire.

Qual è lo scatto che ti ha reso più soddisfatto?

Spiegarlo non è facile, anche perché non li ho mai pubblicati. Però, ce n’è uno che ho realizzato durante il tour.
C’è un amico che ho conosciuto tramite un gruppo su Facebook, tanti anni fa. Parlando del più e del meno ci accorgemmo di avere gli stessi interessi. Parlavamo ogni giorno e sembravamo amici intimi da una vita. Io abitavo a Roma e lui in Sicilia, e ogni volta che provavamo ad organizzarci saltava qualcosa. Con la scusa del progetto “Italia nel grande formato”, sono andato da lui e vederlo dal vivo è stato emozionante. Gli scattai una foto lungo una via e mi sembrava come se fossimo cresciuti insieme lì. È stata una sensazione strana che abbiamo provato entrambi.

L’ambientazione notturna è stata una costante nei tuoi scatti. Come mai questa scelta?

A fine 2015 ho trovato il mio percorso in ambito ritrattistico.
Prima, mi svegliavo alle 14 di pomeriggio, non facevo nulla, non sapevo cosa fare, non sapevo quale fosse il mio posto. Tutta la mia vita era incentrata di notte e mi attivavo letteralmente dalle 19 in poi. Quando cominciai a scattare, parecchie volte, mi veniva una voglia assurda di fare ritratti in giro. Ovviamente non era facile come cosa, per cui iniziai con un mio amico che usai come “cavia”. Uscirono foto molto interessanti e l’unica illuminazione che utilizzai, come anche oggi, fu quella dei lampioni stradali e dei neon dei garage o delle stazioni. Quando pubblicai quelle foto, cominciarono ad arrivare persone provenienti dal mondo della fotografia e cominciai ad essere riconosciuto per quel tipo di fotografia.
Quello che cercavo, era un tipo di fotografia personale e interessante.

Se ti chiedessi qualche fotografo dal quale hai trovato ispirazione, quale sceglieresti?

James Oliver Connolly. Lui ha fatto partire la scintilla delle ambientazioni notturne. Ricordo che in un suo portfolio notai una foto di un ragazzo che fumava con questi colori molto cinematografici. Mi aveva trasmesso veramente tanto, mi accorsi che volevo fare quello e mi convinsi a farlo.
Se devo farti un nome di un mentore, ti direi Mustafa Sabbagh. Con lui feci un workshop nel 2017. Sono stati due giorni assurdi che mi hanno cambiato la vita.
In poche parole, è riuscito a dare voce a tutti quei pensieri strani che avevo in testa. Tutto ciò che ritenevo ambiguo e strano, per lui era la normalità. È riuscito in qualche modo a riprogrammare tutto quello che oggi è la mia fotografia. Secondo Weiermair, Sabbagh è uno dei centro fotografi più influenti al mondo, ma oltre questo è di un’umanità devastante. Ogni volta che parla ti ritrovi liquefatto a terra.

C’è un volto che ti piacerebbe ritrarre? Di una persona famosa o magari qualche tratto caratteristico di un viso.

Sinceramente non ho un canone di un volto o di un corpo. Mi piacerebbe ritrarre Keanu Reeves ma solo per un fatto personale. Secondo me è una persona che conoscendola nel privato ti può dare tanto. Mi da proprio l’idea di essere una persona molto disponibile e umana.
Fino a due mesi fa, mi sarebbe piaciuto fotografare i Tool. Tutto quest’hype che si è creato intorno me li ha fatti scendere un po’ (ride, ndr). Ripiegherò sui Meshuggah: prima o poi li fotograferò.

© Emanuele Passarelli

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