“Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco”.

Jep Gambardella

Set del film “La grande Bellezza” di Paolo Sorrentino
Tony Servillo come Jep Gambardella
(Foto di Gianni Fiorito)

Inizio così il mio romanzo, ovvero, il mio diario di racconti con la citazione più significativa (almeno per me) del film che per dire poco mi ha cambiato la vita.

Tra critiche e complimenti (ambedue innumerevoli), La Grande Bellezza ritrae ironicamente la società decadente e, allo stesso tempo, incantevole, che è quella romana. Questo incanto, che non provo solo io, le ha permesso di portarsi a casa la statuetta dell’Oscar per Migliore Film Straniero nel 2013, quattordici anni dopo che La Vita è Bella di Benigni l’aveva vinto. Quattro anni dopo, nel week-end degli Oscar, eccomi qui a parlarvi della mia esperienza con questo film.

2015 – Appassionata di Roma e appena tornata da una bellissima estate goduta in questa splendida città, cercavo di tutto per mettermi di nuovo in contatto con l’atmosfera romana. Libri, documentari, film… tutto quello che poteva farmi sentire lì di nuovo. L’opera di Sorrentino quindi mi sembrò la scelta più adatta. Così schiacciai play. E la prima volta che l’ho vista, devo essere sincera, mandavo avanti la pellicola ogni 5 minuti per gustarmi le scene in cui apparivano i monumenti romani. La guardavo per vedere Roma, la città vera e propria, non per gli intrecci amorosi, né per la borghesia e le sue feste sontuose, e nemmeno per il clero svuotato del senso religioso.

L’ho finito di vedere dopo con tanta noia e ne sono rimasta delusa. Non c’erano tuti i monumenti di Roma che io amo. Non c’era la Roma che avevo visto io e Jep Gambardella non mi aveva fatto impazzire.

Dopo un po’ di tempo, non mi ricordo neanche bene il perché, decisi di dargli un’altra opportunità. E qualcosa di magico è successo, tanto che una volta terminata la pellicola, non smettevo di pensarci. L’ho finito e ricominciato mille volte al punto da imparare a memoria tutte le sue citazioni. Volevo assorbire tutto ciò che era possibile di quest’opera d’arte che era davanti a me. “To suck all the marrow of life” diceva Thoreau. Nel mio caso, succhiare tutto il midollo del film. Volevo capire ogni riferimento, ogni singola parte del capolavoro di Sorrentino. E ci sono riuscita. Così, ho capito la città e il perché mi sentivo così legata a quella realtà senza ragione apparente.

Dunque, ho finalmente trovato Roma nel film. Ho capito che non c’era bisogno di vedere quella città affollata, calda, rumorosa ed instancabile (quella che conoscevo io con gli occhi da turista), ma la vera Roma che è nascosta sotto (o sopra) tutto questo e che, in realtà, è mille volte più incantevole, anche se non sempre bella da vedere. Roma, l’ho capita molto tempo dopo averla visto coi miei occhi. L’ho capita attraverso gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza che il film mi ha fatto provare.

E dopo una profonda immersione, la passione per questo film mi ha permesso di rendermi conto del sentimento che provo, come brasiliana, per l’Italia e, soprattutto, per Roma, che sapevo già essere casa mia prima ancora che diventasse realtà. Nel 2016 sono tornata, non più con gli occhi da turista, ma con un sguardo molto più consapevole e profondo, e così ho trovato il senso della mia vita. Il mio caos interno e la mia vitalità finalmente erano entrati in equilibrio con l’ambiente circostante.

Il film, quindi, è riuscito a dare inizio ad un nuovo capitolo – molto più bello – del mio proprio romanzo, e mi ha permesso scoprire, oltre al chiacchiericcio e al rumore della Roma che avevo conosciuto due anni fa, il silenzio e il sentimento nascosto in questa città che mi ha accolto come sua figlia e che mi ha regalato la vita nei suoi sprazzi di bellezza.