Quando il primo di febbraio 2019 l’allora premier Conte (nella sua prima versione) affermò con incauto ottimismo che il 2019 sarebbe stato per tutti noi un anno bellissimo, un gelido vento di incredulità ci attraversò la schiena: ma che, davero? Ora che siamo ai colpi di coda di dicembre, dopo un rapido check al mio conto in banca posso affermare (come molti di voi, immagino), che no, di bellissimo dal punto di vista economico, non è successo nulla.

Ma ecco la trappola, chiamata prospettivismo o relativismo: come sempre, dipende tutto dal point of view, come cantavano i Db boulevard (o mio Dio, che fine hanno fatto?). Già, perché come in ogni cosa, è il punto di vista che crea e modifica la realtà, plasmandola a seconda della soggettività dalla quale nasce. Il nostro premier molto probabilmente non si stava riferendo né ai nostri conti correnti né tantomeno al quadro micro e macroeconomico del paese: era sicuramente un palese riferimento al mondo cinematografico.

Che fosse o meno questo ciò che Conte voleva dire (lasciateci l’illusione), è innegabile che il 2019 ha rappresentato tutto ciò potevamo e che si può chiedere alla settima arte: un’annata d’oro che è destinata a rimanere nella storia del cinema come un unicum da battere.

È stato innanzitutto l’anno dei grandi ritorni di quasi tutti i grandi registi, e chiedo scusa per la ripetizione della parola, giustificata, spero, dal fine di confermare quanto ancora il cinema (e non solo) abbia bisogno dei suoi mostri sacri per trovare il suo stesso senso, perché alla fine non c’è futuro senza il ricordo e la reinterpretazione del passato.

Ed è così che Tarantino firma nello stesso tempo la sua opera meno tarantiniana, se intendiamo questo termine nella sua accezione più violenta e cruda, ma anche più personale, se intendiamo il medesimo aggettivo come rappresentativo di una impronta registica che permea i film di un continuo senso di attesa pronto a esplodere fragorosamente nel finale, in un climax irresistibile che rende omaggio alla settima arte come possibilità di riscrivere diversamente la storia. A proposito di finali, è nel suo momento conclusivo che dà il meglio di sé (l’ultimo?) ritorno di Scorsese che, se pecca per lunghi tratti di eccessiva prolissità (a volte sembra di assistere ad un lungo atto masturbatorio puramente autoreferenziale dell’intero cast), rapisce il cuore dello spettatore durante l’ora finale, dove una telecamera, quasi fissa sul volto segnato di Robert De Niro, svela tutta la fragilità dell’essere umano di fronte al suo inevitabile epilogo.

Una profonda e intima riflessione su stesso viene messa in atto anche nell’opera più autobiografica di Almodovar, che, pur lasciando da parte il coinvolgimento sentimentale dei suoi film più famosi, merita di essere vista se non altro per l’interpretazione magistrale regalataci da Antonio Banderas (sì, avete capito bene). E se da una parte Woody Allen (Un giorno di pioggia a New York) e Lars Von Trier (La casa di Jack) citano se stessi pur in maniera eccellente e non annoiando mai,  Polanski va oltre mettendo la sua arte al servizio della verità (qual nobile fine), in una lucida trasposizione  del caso Dreyfus: dalla scenografia alla recitazione, L’ufficiale e la spia è tecnicamente il film perfetto.

Ma i capolavori non sono esclusiva dei grandi maestri, in questo 2019: grandi emozioni arrivano dalla Corea del sud, primariamente con l’eccezionale gioco di metafore sociali che prende vita in Parasite, ulteriore capolavoro  del talento di Bong Joon-ho, che ci aveva già abituato benissimo con Snowpiercer, e secondariamente con Burning di Chang-dong Lee, così crudo e scientifico nel descrivere l’inquietante invisibile della nostra mente. E se i sudcoreani si dimostrano campioni nel rappresentare sul grande schermo il dolore e la sofferenza causati dalla società, anche nella parte occidentale del mondo questo stesso fine trova più di una grandiosa messa in scena: il visionario Borders e il travolgente Us, (qui le recensioni) sono due film che, pur camminando su due strade parallele, giocano sul comune terreno della diversità, elogiando tutto ciò che è minoranza-altra, specchio di una diversità creata ad hoc e resa minoranza a forza, per opera di una coercizione esercitata da un gruppo dominante.

A proposito di lotta e minoranza, il 2019 è stato anche l’anno delle imprese del piccolo Zain El Hajj, bambino eroe e protagonista indomito dello splendido Cafarnao.

Il 2019 è stato un ottimo anno anche per i romantici: se de La bella epoque (qui la recensione) abbiamo già ampiamente parlato, fa letteralmente sciogliere il cuore anche l’umanità di Brad Pitt in Ad Astra, sensazionale nel trasmettere quella ricerca di umano affetto che si riferisce in tal caso non ad un rapporto amoroso, ma a un legame padre-figlio. Alla critica che si è abbattuta su questo film dico una cosa semplice: provate voi a fare un film romantico senza una storia d’amore.

Spostandoci sulle interpretazioni, due a fare da maestro: talmente gigantesca che è quasi imbarazzante scriverne quella di Joaquin Phoenix in Joker, dove la sua identificazione con il personaggio è talmente raffinata che sembra di percepirne la presenza concreta, emozionanete e sconvolgente quella di una ritrovata Scarlett Johansson in Storia di un matrimonio, brillante opera che si avvale dell’ironia di Noah Baumbach in fase di regia.

Infine, il cinema di casa nostra, dove forse abbiamo meno titoli rispetto agli anni precedenti, ma tutti degni di nota: Marinelli interpreta Martin Eden in un crescendo che mette in mostra tutta la sua capacità di cambiare caratterizzazione all’interno di uno stesso film (e difatti si porta a casa la Coppa Volpi), La paranza dei bambini e lo sperimentale Selfie mostrano molto bene uno spaccato del disagio nel Meridione, mentre Bellocchio timbra con Il traditore il film italiano dell’anno, avvalendosi di un Favino sempre più in ascesa nel panorama dei migliori attori italiani. Nota positiva anche per Ozpetek, che dopo il disastro di Napoli Velata torna a fare con La Dea Fortuna quello che gli riesce meglio: colorare ogni aspetto delle relazioni umane.

Dopodiché c’è La favorita di Yorgos Lanthimos: ma qui, siamo su un altro pianeta.

Vi lascio con la classifica, che è stata tutt’altro che semplice, e faccio al 2020 i migliori auguri possibili, perché sarà dura fare di meglio.

40 COPIA ORIGINALE
39 VAN GOGH
38 L’UOMO FEDELE
37 THE HATE U GIVE
36 I VILLEGGIANTI
35 I MORTI NON MUOIONO
34 AMERICAN ANIMALS
33 SELFIE
32 GREEN BOOK
31 FAREWELL


30 SUSPIRIA
29 IL CORRIERE – THE MULE
28 THE REPORT
27 VICE
26 LA PARANZA DEI BAMBINI
25 RICORDI
24 TOY STORY 4
23 LIGHT OF MY LIFE
22 DOLOR Y GLORIA
21 UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK


20 THE RIDER
19 MARTIN EDEN
18 IRISHMAN
17 LA CASA DI JACK
16 I DUE PAPI
15 STORIA DI UN MATRIMONIO
14 BURNING
13 LA DEA FORTUNA
12 IL TRADITORE
11 BORDER


10 KNIVES OUT (Rian Johnson)

9 L’UFFICIALE E LA SPIA (Roman Polanski)

8 CAFARNAO (Nadine Labaki)

7 AD ASTRA (James Gray)

6 US (Jordan Peele)

5 C’ERA UNA VOLTA HOLLYWOOD (Quentin Tarantino)

4 PARASITE (Bong Joon-ho) 

3 LA BELLE ÉPOQUE (Nicolas Bedos)

2 JOKER (Todd Phillips)

1 LA FAVORITA (Yorgos Lanthimos)