Il 2020 passerà alla storia, e questo è sicuro. Ma non lo farà solo come l’anno della pandemia, del lockdown, di Morgan e Bugo, di Vittorio Sgarbi trascinato a forza fuori dal Parlamento, di Chiara Ferragni in una canzone di Baby K (?), del trash-twerk di Elettra Lamborghini sul palco di Sanremo (bei tempi, quelli); il 2020 passerà alla storia anche (e soprattutto) come l’annata con il maggior numero di errori di valutazione della storia, almeno per quanto riguarda quella più recente.

Una trafila di pronostici talmente sbagliati da fa sembrare la profezia di Fassino del 2008 sui 5 Stelle un lieve errore di valutazione politica, uno scherzo da nulla.

Tutto iniziò da gennaio, mese in cui eravamo (noi, ma soprattutto gli esperti) serenissimi sul fatto che la pandemia sarebbe rimasta un affare cinese e che le immagini provenienti da Wuhan, con i cittadini urlanti dai palazzi, sarebbero rimaste confinate lì, in quella lontana città: come se fosse possibile nel mondo di oggi relegare uno spazio qualsiasi in una dimensione de-globalizzata, irraggiungibile e piegata su se stessa.

Poi fu il turno di febbraio, quando qualche caso qua e là sembrava diffondersi nel Vecchio Continente, e tra un pezzo di Sanremo e un altro ci hanno detto che no, la mascherina non serviva a nulla, di non indossarla e di lasciarla a chi davvero ne aveva bisogno (tutto il mondo, pochi mesi da lì a venire). Nel frattempo, in Italia, eravamo impegnati a lanciare la campagna “abbraccia un cinese” (salvo poi chiudere i voli qualche settimana dopo, quando si realizzò che l’abbraccio poteva essere mortale), mentre a Milano la priorità numero uno era quella di lanciare l’improbabile #milanononsiferma. Taaac.

Il doloroso marzo è stato protagonista di tutto e il contrario di tutto: Trump che bollava il fenomeno coronavirus come un “brutto scherzo cinese” che tutto sommato non avrebbe fermato la rincorsa economica USA, Boris Johnson che dall’altra parte dell’oceano sbandierava i suoi tornei di burraco negli ospedali inglesi (salvo poi osservarli pochi giorno dopo da una barella della terapia intensiva) e Bolsonaro, che dal Brasile spiegava l’elevata mortalità italiana con l’alta concentrazione nei condomini di numerose “coppie di vecchietti”.

Ad aprile e maggio, assorbiti dal vortice pessimistico, abbiamo pronosticato uno sfacelo successivo alle riaperture, salvo poi rimanere sorpresi (e speranzosi) che no, non vi è ancora stato nessun terribile effetto.

Poi è arrivato giugno, con i litigi degli esperti sull’effetto del caldo sul virus, che hanno gettato via con un colpo di spugna tutti i servizi del telegiornale sul “bere molto” e non uscire di casa nelle ore più calde (ci siamo accorti che c’è qualcosa che uccide di più).

Al di là della dubbia serietà e della scarsa affidabilità della classe dirigente mondiale, umiliata dalle conseguenze naturali della politica economica e industriale che essa stessa ha messo in atto, il 2020 ha messo a nudo la sempre maggiore difficoltà umana di prevedere non solo ciò che accadrà in 20 anni, ma neanche quello che accadrà da lì a poco, in una settimana a venire.

Perso in un presente confuso, l’essere umano ha smarrito anche quella minima capacità di intravedere il futuro, intuito questo che ha sempre reso homo sapiens, per dirla alla Harari, più avanti delle altre specie.

Ma ciò che fa più male è constatare che probabilmente la catastrofe previsionale non riguarda solo lo sviluppo per così dire endemico della pandemia, ma anche tutto ciò che riguarda le conseguenze sociali, positive o meno, del fenomeno di lockdown che tutti noi abbiamo vissuto.

Eravamo quasi tutti (me compreso) convinti che il silenzio della quarantena sarebbe stata un’enorme occasione per ritrovare se stessi e per valutare ogni istante di compagnia futura come fonte di inestimabile ricchezza. Una condizione esistenziale che, alla pari di una guerra, non sarebbe stata dimenticata, ma che anzi sarebbe rimasta a livello inconscio come substrato in grado di condizionare la vita negli anni successivi.

Immaginavamo una diffusione capillare dello smart working, grazie al quale sarebbe diventata possibile una rivoluzione sociale in grado di ripopolare città e paesi più lontani dai centri, mentre già sognavamo l’alba di un nuovo Umanesimo, in grado di mettere al centro la sostenibilità ambientale e il rallentamento della esasperata condivisione social di esperienze. Valutavamo come possibile, infine, una diffusione di modalità di aggregazione “online” (vedasi Zoom), che potevano andare a sostituire parzialmente le modalità di ritrovo dal vivo.

Fonte: digital4.biz

Ebbene, a poco più di 2 mesi dalla “liberazione”, nulla di tutto ciò sembra uno scenario realizzabile: il lockdown è un lontano ricordo, una breve parentesi della nostra esistenza.

La stragrande maggioranza della aziende, come se nulla fosse successo, ha richiamato i dipendenti in ufficio. Instagram è tornato a essere quel contenitore di esperienze e quel campo dove si gioca la partita a “chi ce l’ha più grande”. Di Zoom non si parla più, e la movida è lì a dimostrare che no, l’elemento umano non è stato (grazie a Dio) rimpiazzato. L’impatto più grande del lockdown, insomma, sembra visibile più sulla bilancia che non nella mente di molti.

È ancora presto per tirare conclusioni definitive, ma la sensazione di aver preso un altro abbaglio, in questo torrido caldo di luglio, c’è.