Settembre è alle porte e tocca ormai fare i conti con quel frenetico ritorno alla routine di cui parlavamo mesi addietro (sono passate in realtà solo 3 settimane, ma i primi di agosto sembrano corrispondere a una lontana era paleolitica in cui i dinosauri giravano indisturbati prima di essere anche loro svuotati, disidratati e uccisi dall’afa agostana che quest’anno ha attanagliato tutta Italia e non solo).

E a proposito di afa, mentre chiedo scusa a tutti gli appassionati di storia per essere stato dormiente/distratto/disinteressato come al solito, alle elementari, nelle ore di lezione in cui la maestra Elisabetta spiegava con inaudita enfasi, come se in quel momento si stesse giocando tutta la vita e non solo l’attenzione di 20 mocciosi privi di raziocinio, in quale era sono realmente esistiti i dinosauri (prefisso a piacere più -zoica o -itica, dicevo sempre io),  ciò di cui vi parlo oggi non c’entra con tutto questo ma è l’inizio di un viaggio che con il caldo, più che un’intima amicizia, stringe una vera e propria relazione di letto (beati loro, sospira il sottoscritto mentre pensa che l’unico essere vivente ad aver movimentato le sue notti estive è stato quella sottospecie di demonio con le ali chiamato zanzara).

Un viaggio, quello che mi accingo a raccontare appena avrò finito di aprire parentesi tanto inutili quanto prolisse e narcisistiche, in cui il caldo e l’afa ti bollono nelle vene e implodono nel cervello, regalandoti sensazioni mai provate prima e apparizioni inedite. Una specie di Lourdes in chiave laica spogliata da significati religiosi e piantonata su una dimensione meramente corporea, dove la pelle viene riscoperta come confine fra il mondo interiore, ecosistema termoregolato, e mondo esteriore, forno per cuocere le lasagne, perché niente rende più l’idea.

Una meta, quella di questo viaggio, dove l’acqua scala tutte le posizioni della piramide di Maslow diventando il primo bene desiderato e dove ogni passo che si muove corrisponde alla morte di un “giornalista” del Tg2, di quelli che invitano a non uscire nelle ore più calde, per intenderci.

Questo viaggio si chiama Andalusia in agosto. Anzi, Andalusiainagosto, tutto attaccato, perché è ontologicamente diverso andarci in Agosto rispetto a un banale, fresco e poco innovativo “febbraio”.

Proverò dunque a parlarvi delle città, prescindendo il più possibile dalla loro condizione atmosferica, della quale comunque non dovrete mai, durante la lettura, e dico mai, dimenticarvi. Il mio obiettivo è infatti assillarvi, tormentarvi, importunarvi, asfissiarvi, pungolarvi, martellarvi, per trasmettervi un quinto del calore che ho patito io, perché il disagio non è reale se non è condiviso e la scrittura non è tale se non comunica, diceva qualcuno, in qualche imprecisata era geologica.

Mentre apro la finestra, perché alla fine mi è venuto caldo perfino qui, direi di partire da Granada, primo step del nostro breve ma intenso Tour: la città, incastrata tra le montagne della Sierra Nevada, è situata nella parte orientale della provincia andalusa; non lontanissima dal mare, ma quanto basta per non sentirne nessuno dei benefici climatici che esso porta (vento, arietta fresca, maglioncino sulle spalle alla sera).

Il clima è infatti all’opposto, continentale, caldo, caldissimo…ed eccomi qui: sto già parlando del tempo, con una sostanziale rottura della promessa che vi ho fatto qualche riga più su sommata ad un argomento, il tempo, degno dell’età anagrafica che sto per compiere, 30, ma percepita 80, un po’ come i gradi dell’Andalusia ad agosto (oplà, rieccomi qui).

Ma cominciamo ora con la visita. Perché sì è agosto, ma mentre il mondo si diverte a farsi selfie con fenicotteri rosa in mare, qui non si scherza e il caldo che ti scioglie i neuroni non è una scusante per battere la fiacca. Ready to go. Un giorno e mezzo, a passo milanese ma con soste e sieste, basta per una città tanto bella quanto contenuta e circoscritta nelle dimensioni.

La sistemazione notturna nei pressi della cattedrale, scelta dalle mie impeccabili compagne di viaggio (un saluto alle compagne di viaggio, immortalate di sfuggita nella prima foto), è più che consigliata: la zona è centrale, vicina a uno dei quartieri più vivi la sera e a pochi passi (anche se tutti in salita) dal quartiere più caratteristico e arabo di Granada: L’Albayzìn.

Passeggiando (o meglio boccheggiando, perché sì, faceva caldo!) per la città, la sensazione che si ha è quella di essere in una realtà molto più vicina all’Africa che all’Europa. Le case, i negozi e i volti ti raccontano da subito la storia araba della città, che fino al 1492 ha vissuto con un ruolo da regina il suo periodo arabo.

Il quartiere dell’Albayzìn è proprio il centro nevralgico di quella che un tempo era la dominazione araba, ed è senza dubbio la più importante zona da visitare.

Le viette si stringono, il vento africano (quello metaforico) tira fortissimo e le case, quasi tutte decorate con vasi di fiori appesi sulle pareti esterne, colorano la capitale andalusa regalando un tocco di freschezza tale che, per un attimo (metaforico, anche questo), sembra dimenticarcisi del caldo (che invece no, è sempre lì, cocente e sfrigolante).

https://www.instagram.com/p/BX5uifMjSOI/?taken-by=apropositodiale

Il culmine della visita all’Albayzìn è senza dubbio il Mirador San Nicolas,  punto privilegiato dal quale si può ammirare la vista della splendida Alhambra, che svetta imperiale dall’altra parte del Darro, fiume che bagna e divide la città.

https://www.instagram.com/p/BX0vr4WDRL5/?taken-by=apropositodiale

L’Alhambra, appunto. Una fortezza moresca patrimonio dell’Unesco, che da sola varrebbe la visita in Andalusia.

Varrebbe, appunto.

Perché, con il P.I.L. alto quanto me, ossia più basso di un chihuahua di Paris Hilton, gli spagnoli hanno avuto l’ideona di contingentare gli ingressi, garantendo l’accesso solo a un numero di visitatori pari alle persone che hanno visitato il padiglione uzbeko all’Expo di milano. Quindi, o siete così organizzati da prendere i biglietti on-line due mesi prima, o la vostra visita in questo magico luogo durerà quanto un gatto in tangenziale, essendo limitata a pochissime aree esterne. Non rimane che gustare il panorama dall’alto, meritevole ma sostanzialmente non diverso da quanto si vedeva dal Mirador di San Nicolas.

Al di là della mancata visita al principale luogo turistico (rimediabile con una buona dose di pianificazione) e della proibitiva temperatura (faceva caldo, sì) la città andalusa regala comunque molte emozioni e molti scorci degni di nota, soprattutto di sera, dove le vie del centro si popolano (laddove in agosto, durante il giorno, troverete solo turisti) regalando alla capitale andalusa quel sapore a metà fra un Souk di Marrakech e una strada siciliana.

La prima tappa è servita.

Viaggiatori, tenetevi pronti, direbbe Costantino della Gherardesca, da qualche imprecisata era geologica.