Era un caldo e assolato pomeriggio dell’agosto 2018, quando nel mezzo di un anno a dir poco frenetico mi imbattei in un piccolo saggio di Erling Kagge chiamato “Il silenzio”; era un bel libricino che, in pieno stile scandinavo, andava contro la velocità rumorosa del mondo moderno elogiando il potere del suo contrario, il silenzio. Ricordo che, assorto nella lettura e accartocciato malamente su una sdraio con vista mare, un paragrafo su tutti mi colpì allo stesso modo con cui i raggi solari provavano vanamente a donare al mio pallido viso un colorito degno di questo nome. Il paragrafo era questo:

“Il silenzio può essere noioso. A tutti è capitato di avvertire il senso di estraneità, disagio, a volte di paura, creato dal silenzio. Eppure il silenzio arricchisce di suo. È una chiave che ci consente di accedere a nuovi modi di pensare,”

Sottolineai la frase con la mia matita spuntata (sono due anni che mi dimentico di comprare un temperino), convinto, come sempre, che il solo fatto di apportare un tratto continuo sul libro potesse garantire a un concetto di perdurare in maniera sempiterna nel caos totale e ossessivo della mia mente.

Fra le nozioni che affiorarono dal mio inconscio, galleggiando su quella superficie increspata chiamata flusso di coscienza,  mi tornò alla mente quella filosofica che vedeva nel silenzio il richiamo non solo alla nostra profonda interiorità, ma anche a quella dimensione più universale legata alla natura; pensai così che non era certo un caso che lo stato di assenza di rumore rappresentasse il denominatore comune fra la filosofia schopenhaueriana, la poetica leopardiana e tutta l’arte performativa di Marina Abramovic, che ho sempre ammirato per la sua capacità di trovare nel silenzio la risposta più adatta per attraversare muri, intesi sia nella loro accezione socio-politica che in quella più intimamente psichica.

Ulay e Marina Abramovic performing “AAA AAA” 1978. Fonte: www.Liarumma.it

A due anni di distanza, cerco di portarmi la potenza di quel paragrafo anche nella mia quotidianità e ogni volta che mi cimento in quella bellissima arte chiamata improvvisazione; compatibilmente con le tempistiche sceniche provo infatti a tenere il più a lungo possibile il silenzio all’ inizio di ogni scena: l’assenza totale di parole, obbligando l’espressività a palesarsi con altre forme rappresentazionali non verbali, permette sia a me di prendere confidenza con la mia corporeità (e un po’ furbamente a prendere tempo per pensare a cosa cavolo fare) che alla relazione instaurata con la controparte di esplicitarsi e, anche solo per mezzo dello sguardo, di trovare nuovi mondi sulla base dei quali può nascere la storia quando il silenzio si romperà. Questa è una prova difficile da tenere non soltanto per me e per il mio partner di scena (che già deve tollerare me), ma anche per il pubblico, chiamato a rimanere impassibile di fronte a una dimensione di silenzio a cui nessuno è abituato: non è un caso che il più delle volte ci siano risate, per sviare a quell’imbarazzo che tutti noi proviamo di fronte all’assenza di rumore.

Già, l’imbarazzo.

La domanda viene spontanea: perché mai proviamo imbarazzo quando siamo in silenzio, soprattutto di fronte a persone che non conosciamo? Pensate alla dinamica dell’ascensore, dove è quasi impossibile stare impassibili di fronte a qualcuno senza né parlare né guadare il cellulare. La risposta che mi sono sempre dato è questa: abbiamo una fottuta paura che non accada nulla, e ciò contrasta con la natura dell’essere umano, per motivi evolutivi tesa a raggiungere sempre un obiettivo, che sia esso stesso la felicità o passare l’aspirapolvere (ultimamente nel mio caso le cose coincidono).

Ph. Marta Roncalli

E perché mai abbiamo paura di stare fermi, parcheggiando per un attimo il nostro istinto di inseguimento di un obiettivo?

Ricordo di aver trovato una risposta in degli esercizi più complessi che io e il mio gruppo di improvvisazione ci siamo trovati ad affrontare: radunati in cerchio dovevamo semplicemente (si fa per dire) stare totalmente zitti e fermi: l’unico movimento consentito era sbattere le palpebre. La richiesta era quella di rimanere così fino al momento in cui qualcuno si sarebbe mosso, e solo allora avremmo tutti dovuto imitarlo all’unisono.

Già di per sé imbarazzati dal silenzio, ci chiedevamo come diavolo avremmo potuto portare a casa il compito di imitare tutti un gesto, se nessuno ne faceva uno. Da bravi studenti avevamo poi l’ansia e la fretta di dover far bene l’esercizio (e sul nostro bisogno sociale di venir giudicati in base alla riuscita dei compiti che ci vengono dati potremmo scrivere un altro articolo), che non aiutava: di conseguenza quello che ci intestardivamo a fare era far intenzionalmente succedere qualcosa: chi muoveva un braccio, chi si toccava il naso, chi muoveva un piede: qualcuno si sentiva in dovere di rompere per primo l’immobilismo, dando il via all’imitazione collettiva del movimento. Compito portato a casa? Non ci potevamo sbagliare di più.

La sfida alla base dell’esercizio non era infatti quella che non succedesse nulla; era quella di non far succedere nulla. Non far succedere nulla intenzionalmente, per prendere coscienza che questo non solo è possibile, vincendo l’imbarazzo, ma è anche condizione e possibilità perché qualcosa di interessante accada. Riprovandoci una ventina di volte, siamo arrivati finalmente a non muovere nulla intenzionalmente, finché ad un certo punto cominciarono a formarsi movimenti irrazionali privi di intenzione, non guidati dal cervello: mani che scattano, colpi di tosse involontari. Imparammo in quell’istante l’abissale differenza tra decidere di muovere un dito e muovere un dito.

La conclusione è che abbiamo paura non succeda nulla perché abbiamo paura che dal nulla non nasca nulla: siamo convinti che ci voglia una nostra intenzione per far succedere qualcosa. Quale stupida mania di controllo sulla realtà: qualcosa succede sempre, anche quando non decidiamo di farlo succedere. Le pandemie sono lì a mostrarcelo.

Ph. Marta Roncalli

È da questo silenzio, da questa perdita del controllo sulla realtà, che provo a partire ogni giorno di questa benedetta quarantena. Dalla potente pace delle strade milanesi, dalla dolorosa assenza di ogni contatto e abbraccio umano, dal mancato scambio di sguardi, dall’importanza data a ogni angolo della casa, dal silenzio quando spengo lo stereo o il pc dopo l’ennesima videocall degli amici che mi tengono a galla, come sempre, in questo apparente vuoto emotivo: voglio credere che tutto questo sarà il motore di una creatività che travolgerà tutti quando tornerò e torneremo tra le strade di sempre. Con la consapevolezza in più che non ci sarà bisogno di frequentare tutti i locali, di prendere tutti gli aerei, di inquinare sempre più parti del mondo. Voglio realmente rendermi conto che tutte le cose migliori partono dal silenzio.

Ora, voi che avete un partner, fatemi e fatevi un favore: guardatevi fissi negli occhi, almeno per un minuto, senza muovere nulla. Poi respirate e dite:”Benvenuto, futuro“.