Pareti cerulee, leggero profumo di incenso, musica classica in sottofondo, due poltrone soffici che invitano al sonno. A vederlo così, lo studio dentistico che mi accoglie tra le sue fredde braccia fin dalla tenera età, quella in cui cambiavo più apparecchi che mutande, sembra un luogo rilassante, lontano da ogni disagio: un angolo di mondo dove ritrovare se stessi, la propria intimità. E invece no: davanti ai muri di quel blu pastello così falsamente innocente, si perpetuano da anni i peggiori crimini e le peggiori fobie del proprio inconscio. Almeno, del mio.

I 55 chili che formano il mio esile corpo ne sono ben consapevoli, e anche in questo grigio pomeriggio di ottobre premono per manifestare e sfogare in qualche modo il disagio che improvvisamente li attraversa. La mano destra prende l’iniziativa per prima e comincia a tambureggiare nervosamente sul ginocchio, mentre quella sinistra la segue interagendo compulsivamente con lo schermo dello smartphone nella vana speranza che qualche notifica dall’oltremondo digitale metta in circolo la dopamina necessaria a prevalere sulla paura che si sta annidando nell’amigdala. La gamba destra preme invece sul pavimento come un martello pneumatico, vago ricordo di quanto avveniva durante le verifiche di matematica al liceo, mentre gli occhi, attraverso le lenti come al solito appannate e sporche degli occhiali, cominciano spostare il loro focus attenzionale confusamente intorno a se stessi, come se da qualche parete potesse all’improvviso comparire una mano in grado di catapultare magicamente tutto il corpo fuori da lì.

Quando qualsiasi tentativo di distrazione sembra destinato al fallimento, la mia attenzione ricade su una pila di riviste appoggiate su un comodino bianco laccato, inconfondibilmente Ikea. C’è un fascino sorprendente nella compostezza con cui i plichi di magazine giacciono nelle sale d’attesa, ordinati con un’eleganza fuori luogo. Una grazia che stride con il contenuto dei giornali stessi, oltre che con l’atmosfera generale del luogo. Lezione numero uno: basta poco per risultare belli in mezzo all’angoscia.

Afferro uno di questi settimanali di dubbia levatura culturale e comincio a sfogliarlo, ben consapevole che più che la finalità del movimento conta il gesto in sé, un insieme di ripetuti e vuoti scambi neurali di informazioni che hanno come solo obiettivo quello di portare a fatica l’intero cervello il più lontano possibile dal pensiero profondo (lezione numero due: quante cose nella vita hanno questo unico scopo).

Annoiato e innervosito dal susseguirsi di notizie prive di interesse, l’occhio stanco mi cade quasi involontariamente sulla colorata pagina dell’oroscopo, unica di tutto il settimanale decodificata dai miei scambi neurali come degna di uno sguardo più approfondito (parliamone..)

È il 16 ottobre 2020 ed il mio oroscopo, che in generale nella vita mi ostino a guardare forse per quella piacevole quanto illusoria sensazione che parte della direzione del cammin della mia vita sia quantomeno vagamente prevedibile, mi segnala che per noi della Vergine (e con noi intendo io e Beyoncé) si avvicina un periodo di caos e incertezza cronica, una stasi esistenziale, un sonno dogmatico, come lo chiamerebbe il vecchio Hume. Insomma sta per arrivare un tempo sospeso, in cui noi, segno zodiacale fra i peggiori dell’universo, non sapremo bene cosa vogliamo dalla vita.

MA QUANDO MAI L’ABBIAMO SAPUTO, urlo (solo mentalmente, per fortuna) chiudendo con un gesto sgraziato le pagine della rivista, scaraventandola sul comodino e rompendo così in un colpo solo l’equilibrio e la perfezione del plico, oltre che dell’intera sala d’attesa.

Rimango lì, infastidito non solo dal fatto che gli astrologi siano ancora a piede libero dopo aver annunciato con tronfio ottimismo che il 2020 sarebbe stato il mio anno (Paolo Fox ti prenderò), ma anche dalla capacità che questo debole strumento previsionale, il cui ruolo sociale dovrebbe essere del tutto simile a 10 gocce di Xanax versate sulla nostra paura dell’ignoto futuro, si possa trasformare  tutt’a un tratto in una pericolosa miccia psichica pronta a far esplodere interrogativi, drammi e discussioni interni (già di per se mai sopiti).

La fa facile l’oroscopo, “non sai cosa vuoi dalla vita”.

Vai a capire se il problema è il segno zodiacale o forse i traumi irrisolti nell’infanzia, o le troppe (solo teoriche) possibilità che il mondo moderno mette a disposizione. O forse ancora le crisi di mezza età, le esagerate aspettative alimentate fin dall’adolescenza, il contesto sociale sempre più pressante, o perché no, un certo grado di innata pigrizia. Quell’inerzia di vivere che ti fa dire che in fondo si sta più comodi nel tepore della propria comfort zone che non nelle artiche correnti del nuovo e, per l’appunto, dell’ignoto.

Guardo in alto e comincio a pensare che forse il problema non è solo mio, non è solo della Vergine, forse è una cosa comune a questa generazione. O almeno, mi piace pensarlo per sentirmi meno solo, la compagnia di Beyoncé temo non fosse quella adeguata.

Batto il piede e corro via come un felino dal tentativo di capire quale delle opzioni qui sopra elencate si avvicini di più a una plausibile risposta (probabilmente un mix fra tutte, come sempre); mi interrogo invece sulla correttezza della domanda (lezione numero tre nonché prima regola del buon filosofo: attaccare la domanda per fuggire dalla risposta).

“Cosa vuoi nella vita?”

Un pizzico generiche e dal sapore pretenziosamente esistenziale, queste quattro parole messe una in fila all’altra tuonano minacciose come un’eco che risuona nelle segrete della nostra anima, rischiando di farne tremare i muri.

Insomma, è anche affascinante, ma è una domanda che ha senso?

Accavallo le gambe e mi arrotolo nervosamente il baffo. Rifletto sul fatto che il presupposto implicito, e celato neanche troppo convintamente da parte di chi questa domanda la pone (con indiscreta invadenza, il più delle volte) è che nella vita, qualsiasi sia il senso (lezione numero quattro: è pieno di gente che pensa di saperlo) sia quasi un obbligo morale non solo auto-imporsi un obiettivo, ma anche mantenerlo a tutti i costi, e che questo sia l’unico viatico per il raggiungimento della felicità. Come dire: se non ti poni un obiettivo fisso non hai niente da raggiungere, se non hai niente da raggiungere non puoi essere felice. Ma è il modo migliore di affrontare la vita, sempre?

Da quando siamo in fasce, a noi piccoli cuccioli di questa bella colonia degli Stati Uniti d’America, ci dicono di inseguire con ferma risolutezza la felicità e la realizzazione personale, e di farlo ovviamente da soli (sia mai che si cooperi con gli altri per un risultato che non sia il profitto). Quando cresciamo, siamo obbligati a costruire il nostro destino come se fosse uno di quegli astrusi business plan che trovate sulle scrivanie dei manager, i quali spesso e volentieri ancorano la vita aziendale a un pensiero fisso, inibendo la creatività che porterebbe a esplorare il nuovo. “Impostatevi obiettivi il più ambiziosi possibili e inseguiteli, costi quel che costi. Solo così sarete felici”.

I fautori di questa cultura del turbo-ottimismo goal-oriented, che forse con l’avvenire di crisi sanitarie e economiche del ventunesimo secolo sono (spero) sempre meno, ci invitano a reprimere qualsiasi sentimento negativo (paura e tristezza sono demonizzate a priori) e a correre sull’onda di un’eccitazione che poco importa sia autentica o indotta a forza. Sei triste? Non devi esserlo! Non sai che posto occupare nel mondo? Fatti forza e trovatelo, non confrontarti con nessuno!

La domanda con cui ribatto a quella originaria, quel miope “cosa vuoi dalla vita?” è dunque “Ha davvero funzionato, e può davvero funzionare questo tipo di interrogativo e questo stile di vita così goal-oriented? È un paradigma culturale funzionale a questo preciso contesto storico, dove è difficile capirci qualcosa di quello che succede nel mondo, e di conseguenza nelle nostre vite?

Personalmente non sono così sicuro che il modo migliore per raggiungere la felicità sia ricercarla a tutti i costi. Guardandomi intorno vedo gente che si fidanza quando meno se lo aspetta (su questo faccio sempre eccezione), che trova un lavoro grazie a un inaspettato passaparola; che trova una casa perché è quella che amici di amici lasciano all’improvviso. E anche se la felicità si raggiungesse solo cercandola, siamo così fiduciosi riguardo alle nostre potenzialità di capire a priori cosa può farci felici? Penso a molte persone che hanno trovato se stesse alla fine di un percorso che neanche volevano cominciare.

Non capirò mai quanto sono io il problema, e quanto lo è il mondo. Ma nella mia testa si fa spazio una risposta, dopo tante domande: potrei partire da quello che ho, e pensare meno a quello che vorrei. Due bei respiri e uno sguardo dentro, in quel mare sconfinato della mente.

Provare ad ascoltare/ascoltar-mi, queste parola così fuori moda; poi guardare fuori nell’oceano della vita e muovermi di giorno in giorno verso l’isola che più sembra adatta a me. Una navigazione calma ma decisa, lasciando che siano le onde a segnalarmi ogni metro la direzione. Scegliere dove andare, e quindi i miei obiettivi solo una volta che intuirò che quella meta non tanto lontana può essere mia.

Perché forse guardare il paesaggio invece che pensare alla meta è un modo più piacevole di vivere il viaggio.

“È il suo turno”, esclama entrando nella sala d’ingresso Teresa, l’attempata ma sempre brillante igenista dentale dello studio.

Faccio un salto sulla sedia e mi alzo in piedi con la stessa solerzia, riverenza (e anche coraggio) di palla di lardo di fronte al sergente Hartman. Quasi lo dimenticavo: tutto questo giro di elucubrazioni era solo un vano tentativo di distrarmi dal presente, di allontanarmi dalla paura.

Ma questa è la mia difesa, da quando sono nato.

Mio caro dentista, a noi.