No, non siete, e non siamo, una persona sola.

Al di là di ogni presunta unitarietà dell’io pensante, c’è una serie di contraddizioni che alberga (anzi, il più delle volte ha residenza) nella nostra mente, la quale è molto più simile a un’orchestra che non a un singolo strumento; siamo tanto più felici quanto più piacevole è il suono che scaturisce da questa unione, dobbiamo semplicemente essere bravi ad accordare ogni strumento, facilitando quell’incontro tra diversità emotive chiamato suono della mente, ossia flusso di coscienza. Unico sì, ma non unitario.

Fra le contraddizioni che siamo chiamati a gestire (e facilitare), come già ben illustrato da quel capolavoro di Inside out, c’è quella fra la nostra parte nostalgica, che vede nel passato l’unica consolatoria fonte di piacevoli (e irripetibili) ricordi, e quella più slanciata verso il futuro, entusiasta e fiduciosa verso ciò che l’aspetta (the best is yet to come!).

Si tratta di una contraddizione ancestrale che va ben oltre la sfera individuale, innervando su larga scala la società e la storia stessa con un connubio di forze reattive, che vedono nel ripristino delle ideologie passate il modo migliore per sopravvivere alla società presente, e forze progressiste (identificabili con il liberismo turbo-capitalista pro-globalizzazione), sempre entusiaste nell’accogliere le innovazioni, viste come motore della crescita e della felicità umana.

È intorno a questo contrasto che ruota la narrazione de La belle époque, quarta (e più importante?) opera del regista francese Nicolas Bedos: Victor e Marianne, protagonisti della storia, sono una coppia longeva, di quelle che, come direbbe il buon Ivano Fossati, la costruzione di un’amore l’hanno già bella che affrontata e forse anche portata a termine. Dopo una vita insieme, sembrano ora viaggiare su due binari paralleli: da una parte quello maschile, rallentato da un nostalgico rifiuto del presente e di tutta la tecnologia che lo circonda (“Voglio tornare a quella realtà in cui non era male essere se stessi”, esclama Victor), dall’altra quello femminile, lanciato a mille sul terreno contemporaneo, dove la tecnologia domina tutti gli aspetti della quotidianità, dalla psicoanalisi che è demandata a una serie di algoritmi interrogabili on-line fino alle macchine Tesla che si guidano da sole.

È proprio dalla contraddizione fra questi due mondi, insita in ogni coppia e in ogni individuo, e dalla loro incapacità di ascoltarsi (ricordate l’articolo precedente?) che ha origine la rottura, vera miccia della storia che il film andrà a raccontare: la coppia si separa e Victor arriva al vertice del suo processo malinconico scegliendo di rivolgersi a una società specializzata nel far rivere i ricordi, allestendoli come un vero e proprio set cinematografico: è a loro che Victor chiede di poter tornare indietro nel tempo, al giorno dell’incontro con Marianne.

Naturale conseguenza di tutta la sua sintassi psichica, l’operazione di Victor nasce dal comune tentativo che abbiamo di cristallizzare i ricordi, reiterando per sempre l’istante di perfetta felicità che abbiamo vissuto. Feticcio e distorsione psichica, così efficace nel convincerci che nel futuro non vi è possibile alcuna evoluzione positiva, è lo stesso principio che ci porta quotidianamente a immortalare in stories i nostri attimi felici, combattendo la paura di perderli, di perderci, e tentando di salvaguardarne l’affetto, nel vano tentativo di consegnarli all’immortalità del nostro essere.

Da questa vera e propria “messa in scena” di Victor scaturisce un ulteriore piano narrativo, giocato tutto sul  confine che separa finzione e realtà, e su quel concetto di rappresentazione artistica che finisce con l’essere terreno fertile per la ricerca del senso più profondo della propria identità.

L’efficace mix fra Truman show e Westworld che ci si para davanti agli occhi è visivamente efficace, nella misura in cui rappresenta il ruolo del consumatore/fruitore artistico del ventunesimo secolo, non più parte passiva della rappresentazione artistica ma vero e proprio protagonista, in grado di vivere e modificare in prima persona la performance stessa. Il contesto nel quale Victor agisce è il contesto che lui stesso ha vissuto e pensato, e che lui stesso modifica a suo piacimento, perseguendo il suo fine ultimo di reiterazione continua del piacere. È lo step ulteriore della cristallizazione della felicità, quello in cui si ri-crea e ri-gestisce il ricordo. C’è in Black Mirror, e aspettiamo solo l’ulteriore upgrade di Instagram.

E se inizialmente la finzione è consapevole, e Victor guarda con relativo distacco emotivo tutto ciò che lo circonda, alla fine la messa in scena finisce con l’assorbirlo emotivamente, ed è solo attraversando il suo passato con occhi (ed eventi) nuovi che allora, insieme a Marianne, riesce ad andare oltre la scena, squarciando il velo di Maya e sbucando dall’altra parte della tela rappresentazionale, dove ad aspettarlo c’è una finzione ormai divenuta non solo realtà, ma strumento per conoscerle e conoscer-si meglio.

Non anticipandovi nulla su finale, quello che vi dico è che vi rimarrà il dubbio se sia stata l’arte che abbia imitato la vita o viceversa. Ciò che rimane è un messaggio chiaro: riscrivere il passato, reinterpretarlo, riviverlo, elaborarne tutte le contraddizioni, è l’unico modo per trasformarlo in futuro; fate pace con tutti i punti di vista della vostra interiorità (e della vostra coppia, se siete fortunati). E se non ci riuscite con le parole, buttate le vostre contraddizioni e il vostro cuore nell’arte, come insegna Meryl Streep,: darà al vostro passato la giusta luce per illuminare il vostro futuro.