È arrivata quella grigia domenica, dove sembra che tutto abbia inesorabilmente una fine. O meglio forse non proprio tutto, ma il Festival sì. La buona notizia è che se sei di Milano la domenica è grigia, sì, ma solo meteorologicamente parlando.

Concedetemi, prima di iniziare con le  nostre amate pagelle (a volte ho la netta sensazione di scriverle e leggerle con un certo sadico piacere, solo per vendicarmi di tutti quegli anni in cui le ho digerite e ricevute) un paio di considerazioni iniziali (o finali) su questo Sanremo.

È stato innanzitutto il primo Sanremo senza conduttori: del trio Baglioni, Raffaele, Bisio, nessuno infatti ha la minima idea (e tantomeno la minima capacità) di come si porti avanti una scaletta, di come si annunci la pubblicità, o di come si interagisca con il pubblico. La cosa si è notata, e lo show ne ha sicuramente risentito. Stagnante in molti punti, pasticciato in tanti altri. Dal punto di vista televisivo, un mezzo disastro, non vi è dubbio.

Virginia Raffaele in Giorgio Armani – Photo credit: Lettera43

Al netto di ciò, e anzi contrariamente a ciò, va dato atto a Baglioni di aver compiuto una piccola rivoluzione culturale nella storia della kermesse canora più amata dagli italiani: Zen Circus, Ex-Otago, Motta, Ghemon, Achille Lauro, Mahmood, Daniele Silvestri sono rappresentanti di una realtà indie/alternativa che non solo innerva il substrato musicale contemporaneo, ma fa da efficace portavoce di tutti quei disagi individuali e sociali che rimangono tagliati fuori dalla retorica sole-cuore-amore che costruisce da sempre l’ossatura del corpo festivaliero. Non era scontato dare spazio e rilevanza a tutto ciò. E considerando ciò che di interessante è uscito negli ultimi anni, da Ermal Meta a Gabbani, possiamo cominciare a guardare al Festival non più come si guarda un antico e pesante carrozzone, ma con un parziale interesse verso ciò che da questa vetrina può passare/uscire.

A voi il resoconto della serata finale!

Mi dicono dalla regia che nel vestito di Virginia c’è un degradè rosso-nero sgradevole. Io l’avrei chiamato sfumatura, ma l’effetto lattina della Coca-Cola rimane.

Virginia Raffaele e Claudio Bisio (ANSA/ETTORE FERRARI)

Apre Daniele Silvestri, accompagnato sempre da Rancore che ricordiamo ancora una volta essere un cantante e non un sentimento. O forse entrambe le cose. Felpona col cappuccio. Chissà cosa ne pensa sua madre, la signora rabbia. Il pezzo spacca, comunque.

VOTO: 7

Continuiamo con Anna Tatangelo. Più Labbra che note. Rifacesse le sue canzoni come rifà se stessa, saremmo già a buon punto.

VOTO: 4,5

Il terzo è Ghemon, che ha un cappotto ancora più WOW delle ultime volte. Sotto quei vestiti larghi sembra esserci un’anima fragile. Si vede tutta nei testi. Rose Viola ha quel sapore decadente che probabilmente fa da perfetta colonna sonora a una storia finita troppo presto, troppo male.

VOTO: 7,5

Ghemon (ANSA/ETTORE FERRARI)

Continuiamo con i Negrita senza registrare sostanziali modifiche rispetto a martedì. Siamo dunque sempre al 1995, con soli 3 giorni in più.

VOTO: 5

È il turno di Ultimo, con lo standing e la sicumera di chi forse sa di trionfare. Vedremo. Per ora ci ricorda che siamo soltanto bagagli (speriamo non ci imbarchino).

VOTO: 6,5

Nek, io che di questa canzone avevo capito solo sono pronto sono pronto, ma in realtà alla fine dice a non esser pronto mai. Deciditi, tesoro.

VOTO: 5

Loredana Bertè urla alla come una matta, graffia con la sua disperazione. Si prende tutta la standing ovation che merita. L’ariston urla “LO-RE-DA-NA”. DEVE essere il suo anno. Per forza.

VOTO: 9

Loredana Bertè (ANSA/ETTORE FERRARI)

Renga non sa più come attirare l’attenzione su se stesso. Oggi pomeriggio ci ha provato con le dichiarazioni maschiliste, ora ci prova coinvolgendo una signora fra il pubblico. La signora si gira, ha il sorriso della bambola assassina. Epic Fail.

VOTO: 4,5

Mahmood ha un pezzo talmente atomico che l’impianto audio dell’Ariston non parte. Non è abituato a tanto. Dio, come sarebbe bello portarlo all’Eurovision.

VOTO: 8,5

Mahmood (Matteo Rasero/LaPresse)

CI sono gli Ex- Otago, i The Giornalisti che non ci hanno creduto abbastanza. L’apprendista Tommaso Paradiso afferra una ragazza del pubblico. Ma è la stessa di Renga. Un po’ come quando rimorchi la stessa ragazza scartata dai tuoi amici due ore prima. Il pezzo è carino, comunque.

VOTO: 6,5

Aimè, siamo a Il Volo. Il ragazzo centrale, di cui non voglio né conoscere, né cercare il nome (ho già speso troppe ore della mia vita ad ascoltarli), canta con il cappotto addosso per non pagare il guardaroba. Speriamo almeno la consumazione sia abbastanza buona per dimenticarsi ciò che ha appena cantato. Banali.

VOTO: 4

Viriginia Raffaella incanta con un medley Malika-Patty-Giusy Ferreri-Mannoia-Vanoni, le canta tutte da Dio. A sapere mandavamo in gara lei 24 volte.

Paola Turci, che cambia vestito e scopre le gambe. Il pezzo continua a non essere il top della sua carriera, ma dopo Il Volo chiunque sembrerebbe Janis Joplin.

VOTO: 7

Paola Turci (ANSA/ETTORE FERRARI)

Gli Zen Circus. Portare un pezzo del genere All’ariston è come presentare la fidanzata punk alla cena di natale a Canicattì. Andrea Appino se ne rende conto e prova a facilitare l’ascolto mimando tutto ciò che dice, ma l’effetto è quelli di un testo di De Andrè adattato al Gioca Jouer. Il  pezzo è valido, semplicemente fuoriluogo.

VOTO: 6

Patty Pravo ha deciso che il naso non è una parte fondamentale del viso. Briga è lì perché aspetta l’eredità. Canzone orribile.

VOTO: 4

Arisa: non proprio una meravigliosa idea con 45 di febbre provare a unire movimento corporeo a canto.  Non si può giudicare da questa performance, alla quale arriva alla fine chiedendo l’intervento del defibrillatore. Patata, le vogliamo tutti benissimo.

VOTO: 7

Irama, con quella giacca va meglio delle ultime sere. Il pezzo cresce con gli ascolti, pur non sfiorando le vette della musica, si fa piacere. Altro grande favorito.

VOTO: 6,5

Achille Lauro, lui invece il festival l’ha già vinto. Unico spruzzo punk/rock della serata. Può già vantare accuse di plagio, odio di Salvini e astio dei cattolici. Che ci volete fare, più Bomber di così.

VOTO: 8

Nino D’angelo e Livio Cori: sono comunque riusciti a cantare per 4 volte questa canzone senza che nessuna autorità o nessun tribunale del buon senso li abbia fermati, mi sembra già un successo.

VOTO: 4

Federica Carta&Shade cantano il loro (mediocre) pezzo lasciandoci un senso di inadeguatezza verso la vita, verso il sistema. Passerà in radio, ma anche di moda.

VOTO: 5

Simone Cristicchi rientra tra quelle canzoni che ti colpiscono le prime tre volte e che poi finisci con il non ascoltare più, finché la tua storia d’amore non finisce. Poi forse la ritiri fuori, in quelle playlist da morte interiore. Bravone per il pathos, e anche per esser riuscito ad andare a Sanremo senza cantare neanche una nota.

VOTO: 6,5

Enrico Nigiotti, l’ormone con le gambe, ci prova anche stasera. Sale sul palco con lo stesso attitude di chi entra in pista, che poi forse non è neanche una brutta cosa. Il pezzo alla fine non è neanche malaccio, semplicemente un po’ prevedibile.

VOTO: 6

Boomdabash, le prime due file si svegliano dal coma (etilico?) o dal sonno dogmatico, come l’avrebbe chiamato Sir. Hume. Si muovono delle braccia, il ritmo è contagioso.

VOTO: 6,5

Einar, che viene da Cuba!”, poteva rimanerci.

VOTO: 4

Motta, a lui il compito di chiudere. È un bravissimo autore, abbiamo però la sensazione sia stata un’occasione persa per farsi conoscere.

VOTO: 6

Tra le urla dell’Ariston si scopre la classifica finale e si consuma il dramma Bertè, di un soffio fuori dal podio. Se la giocano Mahmood, Il Volo e Ultimo. C’è molta ansia per un possibile bis de Il Volo, ma alla fine trionfa Mahmood, nell’esito più inaspettato della storia del Festival. Festeggia Milano, festeggia Gratosoglio, festeggia anche un po’ Porta Venezia. All’Eurovision, quello di Tel Aviv, quello con Madonna ospite, ci andiamo fortissimi, e orgogliosi.

È un momento bellissimo. Almeno per la musica.

ANSA/ETTORE FERRARI