Il primo lockdown non si scorda mai.

È vero, non è stato né facile né bello perdere in un battito di ciglia non solo tutto il proprio tempo libero, fatto di viaggi, eventi e amici, ma anche il solo pensiero di libertà, quel senso di poter fare ciò che si vuole che caratterizza l’esistenza di una qualsiasi persona nata in una democrazia liberale. Ci siamo trovati all’improvviso confinati nella nostra tana, con un modulo da compilare per andare a fare la spesa (già di per sé uno degli appuntamenti più noiosi che la nostra routine ci obbliga ad affrontare); eppure per quanto mi sforzi, non riesco a ricordarlo come un periodo psicologicamente negativo. Anzi.

Ho pensato a lungo a cosa me lo abbia fatto quasi apprezzare, sentendomi pure in colpa per questo, e sono arrivato a una conclusione semplice: è stata un’esperienza nuova. Una rottura dello spartito, una bomba sulla routine, oltre che un ritorno a una dimensione esistenziale primaria, priva di pressione sociale. E come tutto ciò che è nuovo, quando (e per chi) non tocca troppo l’incolumità fisica ed economica, si porta dietro un elemento di fascino, un brivido di inusuale che scuote la vita ordinaria un po’ annebbiata dagli ingranaggi del capitalismo.

Liste di film da vedere, di album da riascoltare, di libri da leggere, di dirette Instagram da fare, di vita passata fra cui cullarsi. Momenti di riposo, piatti da imparare a cucinare, serate su Zoom con amici, desideri per il futuro da esprimere. Tutto nuovo.

Ora siamo agli albori di un (di fatto) nuovo lockdown, eppure tutto ciò per tutti è fumo negli occhi. Perché?

Mi vengono in mente tre principali motivazioni (al netto di quelle economiche):

La prima è la più semplice, ed è il contrario di ciò che ha reso magico tutto ciò a marzo: nulla di tutto quello che stiamo per vivere è più nuovo. È una situazione che abbiamo già vissuto, un qualcosa che abbiamo già superato. L’elemento psicologico di sfida inedita verso se stessi non c’è più: conosciamo noi stessi in questa dimensione, sappiamo già di essere in grado di superarla. Abbiamo già una storia da raccontare ai nipotini: non serve nessun remake.

Il secondo motivo è il punto da cui veniamo: come al solito, per capire uno stato d’animo serve chiedersi quale fosse quello precedente. E quello precedente era la spensieratezza e la sensazione di aver vinto. Abbiamo vissuto un’estate libera, praticamente senza vincoli, addirittura per alcuni all’estero (il che probabilmente ci ha riportato il virus in casa). Ci si è riaperto davanti un orizzonte davanti molto ampio di possibilità, abbiamo coltivato un’illusione che sapevamo non sarebbe durata. E ora siamo riatterrati con i piedi per terra. E il rumore di un’illusione che si rompe è più forte di quello di un sogno che si crea.

Il terzo motivo è la stagione. Non ho mai creduto a chi diceva “novembre è perfetta per il lockdown, si sta volentieri in casa”. Prima di tutto c’è un fattore biologico di cui tenere conto, ed è il ruolo che i raggi solari hanno sul nostro umore. Chiudersi in casa con la luce, o con la possibilità, per chi ce l’ha, di mettersi sul balcone a leggere non è come chiudersi in casa con la pioggia fuori. Non c’è niente di bello guardando dalla finestra. Almeno, non per chi quella casa la abita da solo, perché mi sento dirlo: farsi un lockdown invernale da soli non è come farlo in famiglia o in coppia.

Il secondo lockdown è duro per tutti, ma per chi vive da solo un po’ di più.

Immagine di copertina: Edward Hopper, Cape Cod Morning, 1950