Coup de théâtre dunque in questa 89esima notte degli Oscar: con tanto di annuncio sbagliato del vincitore  (ironia della sorte per un film che celebra il sogno americano), non è stata la notte che tutti ci aspettavamo, quella del trionfo di La La Land. L’acclamatissimo film del regista americano Chazelle (del quale vi suggerisco di vedere il ben più coinvolgente Whiplash, qualora non l’abbiate ancora fatto) ha portato a termine la sua ambiziosa corsa con 6 statutette, fra cui non figura però quella di miglior film, spinta nella braccia del più impegnato Moonlight.

Warren Beatty mostra la busta con scritto che il premio per il miglior film va a Moonlight, dopo che era stato dato per sbaglio a La La Land
(MARK RALSTON/AFP/Getty Images)

Se vi state chiedendo perché il film più pubblicizzato e visto degli ultimi tempi non abbia vinto il premio più ambito, le risposte che tenderei a darvi sono principalmente due: la prima è che La La Land è un film fin troppo holliwodyano, perfino per gli Oscar; la seconda è che parla di sogni realizzati, in un’epoca e in un contesto, quello americano, dove di sogni ne sono rimasti sempre meno.

Nel film di Chazelle (che si porta comunque a casa il premio per miglior regia) tutto, dalla bellissima fotografia ai vestiti, dall’esasperazione dei sentimenti alla prevedibilità della trama (fa eccezione solo il bel finale, scottante e malinconico) rimanda alla forma-contenuto caratteristica della narrazione americana. Scivolando con leggerezza su un tappeto musicale accattivante e reso credibile dalla bravura dei due protagonisti (a Emma Stone l’Oscar per migliore attrice), l’opera di Chazelle è infatti un inno trasognato e acritico del mondo Holliwodyano, dove, in una sorta di ribaltamento della visione Lynchiana, la terra americana piena di glitter e lustrini diventa un irresistibile dischiudersi di possibilità in grado di lanciare l’individuo-sognatore in un mondo dove la realizzazione personale non solo è a portata di mano ma è anche condizione indispensabile per il raggiungimento della propria felicità.

Emma Stone
(Christopher Polk/Getty Images)

Una riproposizione del sogno americano che, seppure tecnicamente impeccabile, deve essere suonata all’Academy come un concetto un po’ datato e fuori dal tempo, sordo nei confronti di un’epoca dove nazionalismi e muri mettono a repentaglio l’ottimistica visione americana del self-made man che insegue i propri sogni: e così, lungi dal sostenere il sogno americano proprio nel suo momento di più critica involuzione, la sensazione è che si sia voluto fare una scelta più coraggiosa, respingendo le accuse di razzismo degli anni precedenti e premiando una pelliccola con entrambi i piedi nella contemporaneità e più fortemente promotrice del concetto di diversità: Oscar per miglior film a Moonlight dunque, e scelta altrettanto coraggiosa per la categoria migliore attore, che vede Casey Affleck per Manchester by the Sea beffare Ryan Gosling.

(Photo by Jordan Strauss/Invision/ANSA/AP) [CopyrightNotice: 2017 Invision]

Lontani dalla spettacolarizzazione di La La Land , i silenzi e le pause di Manchester by the sea e il ritmo sommesso di Moonlight inchiodano lo spettatore di fronte a drammi di vita vissuta. Tramite due sintassi cinematografiche  totalmente asciugate da virtuosismi tecnici, gli sguardi solo in apparenza persi nel nulla di Casey Affleck giocano di sponda con quelli disorientati di Chiron, entrambi “diversi” a causa di un passato che se in Moonlight è linearmente illustrato nella parte iniziale, in Manchester By the Sea è sparso come un ingombrante fardello che si muove liquidamente lungo la trama:  il riconoscimento a queste due pelliccole è sacrosanto e meritato.

Chi è rimasto, dunque, a bocca asciutta, in questa edizione?

Sicuramente Mel Gibson con la sua battaglia di Hacksaw Ridge. Lontano dai nazionalismi di Eastwoodiana memoria ma non privo di una eccessiva spettacolarizzazione, il film trova anche grazie all’interpretazione delicata e totalmente a fuoco di Andrew Garfield la giusta cornice per esplorare il concetto di diversità, osservando la guerra dalla prospettiva di un soldato obiettore e per questo inizialmente deriso. Diversità al centro anche del bellissimo film di Denzel Washington (il quale non sembra aver preso benissimo la scelta dell’Accademy), che con Fances-Barriere ha lucidamente narrato vita, sogni e speranze di una famiglia di colore nell’america degli anni ’50. Una diversità che, al contrario di quanto si possa pensare, non viene presentata solo come una questione di razza e etnia ma anche in una visione più ampia come “barriera” continuamente costruita e demolita fra genitori e figli, vita e morte, sogni e realtà.

Realtà, appunto, non sogni: ecco la sintesi degli Oscar 2017.