C’è da dire che date le premesse (di questo 2020 in generale), da questa edizione del festival non c’era da aspettarsi un granché. Anzi, proprio NIENTE, per dirla con le parole di una Rita Pavone che starà passando la domenica pomeriggio a smontarsi la faccia pezzo per pezzo.

Passi indietro e presenze femminili di discutibile levatura artistica, cast (lunghissimo e aggredibile) trapelato prima della comunicazione ufficiale, esclusioni e friendzonate last minute: doveva assomigliare a uno dei peggiori incubi televisivi del millennio e invece alla fine si è rivelato uno dei più folli (e trash) festival degli ultimi anni.

Ripercorriamo insieme i momenti salienti e ciò che nel bene (e nel male) ci porteremo dietro da questa 70esima (come ha pensato bene Amadeus di ricordarci 70 volte a serata) edizione di Sanremo:

1) La catfight Bugo-Morgan prima di tutto, con scene di morsi e sputi nel backstage degne delle migliori Antonella Elia e Aida Yespica: peccato aver visto solo la scena finale, con Bugo che lascia il palco dopo che Morgan cambia il testo del pezzo e si inventa un “rispetta questo palco e rispetta chi ti ci ha portato” che farà concorrenza nella storia del trash italiano a quel “senti Antonella tu sei pagata fiori di milioni, non vieni qui a sfottere lo sponsor”. La composta disperazione finale di Amadeus “dov’è Bugo, dov’è Bugo” chiude il cerchio della memorabilità. Poesia pura.

2) Achille Lauro, perché l’Italia ha trovato il suo performer: outfit che pur strappando istintivamente senso di meraviglia sono quanto di più lontano ci sia dall’autoreferenzialità, riflettendo invece un substrato culturale che mina la mascolinità tossica che attanaglia l’ambiente da cui lo stesso Lauro è uscito, e il mondo tutto. Achille è un artista libero e concettuale, oltre che preparato. L’utilizzo dello spazio di performance nella cover di Mia Martini cantata con Annalisa è tecnicamente da brividi. La scelta di stare un passo indietro rispetto a lei, mettendola in evidenza oltre che nella sua impeccabilità canora anche nella recitazione del testo, reso iconico da quel rassegnato gli uomini non cambiano, è segno di forte sensibilità artistica; prenderle la mano alla fine, accompagnandola al meritato applauso, al suo fianco come un qualsiasi uomo dovrebbe fare, è da maestri. La cura dei dettagli e la presenza di così tanto concetto dentro una sola performance ricorda la migliore Madonna. Mettetevela da parte, boomer: Achille sta avanti.

3) La sportività di Francesco Gabbani, che arriva secondo nonostante il televoto l’abbia incoronato primo e omaggia il vincitore senza polemiche, segnando un distacco abissale rispetto alla piccolezza di Ultimo dell’anno scorso, di cui si sentono ancora le rosicate. La sua correttezza fa il paio con il post-vittoria di 3 anni fa, quando si inchinò a sua maestà Fiorella Mannoia: Francesco rimane il concorrente della storia di Sanremo che sa vincere e perdere meglio.

4) L’urlo gentile di Diodato che non solo incanta ma vince anche, e non è di poco conto in questi anni. La canzone svetta fra tutte pur non essendo superiore a quell’Adesso portata a Sanremo 2018, ed è una forte e decisa carezza che rimarrà nella storia, anche solo per aver confermato l’importanza di un festival che premia (di nuovo!) la qualità: non abituiamoci troppo bene, però.

Italian singer Diodato celebrates on stage after winning the 70th Sanremo Italian Song Festival, Sanremo, Italy, 08 February 2020. The festival runs from 04 to 08 February. ANSA/ETTORE FERRARI

5) Piero Pelù che nel pieno dell’esibizione finale e in mondovisione sfila la borsa a una signora del pubblico, con una scaltrezza e rapidità che neanche gli scippatori di via Lecco. Lunga vita al rocker.

6) Elettra Lamborghini, perché come dicono potrebbe comprarsi l’Ariston, Sanremo, Amadeus e tutti i suoi ospiti ma decide di fare figure di merda come noi, con la spontaneità di chi si esibisce all’osteria dello zozzo sotto casa con il filo di prosciutto che pende ancora dalle labbra. Il duetto con Myss Keta è di quelle cose talmente brutte che fanno il giro fino a diventare indimenticabili. E comunque noi stiamo ancora cantando Musica e il resto scompare.

Italian singer Elettra Lamborghini performs on stage at the Ariston theatre during the 70th Sanremo Italian Song Festival, Sanremo, Italy, 08 February 2020. The festival runs from 04 to 08 February. ANSA/ETTORE FERRARI

7) La disastrosa spedizione degli amici di Maria, perché non è cosa mica da tutti infilare un trio di brocchi come Riki-Angi-Urso. In un paese normale dovrebbe essere il monito per azzerare le truppe di Maria’s per i prossimi anni, ma sappiamo già che l’illusione è provvisoria. Ridateci Noemi.

8) La sfilza di spoileroni ad Amadeus, dalla pubblicazione anticipata del cast fino alla clamorosa anticipazione del vincitore per merito di Sky, quando, mentre sul palco ci si inventava di tutto per rimanere svegli, anche nel convento di clausura di Orta San Giulio sapevano ormai il vincitore. Che sia la vendetta del femminismo non lo sappiamo, ma Karma is a bitch, Ama.

9) I baci rainbow, da Fiorello/Ferro a Myss Keta/Lamborghini fino a Achille/Boss Doms. Se pensiamo che dieci anni fa avevamo Povia che cantava, qui in confronto sembrava di stare al pride di Tel Aviv. Dai italia, piano piano ce la facciamo.

10) L’immane lunghezza di ogni serata, degna di un pranzo di Natale: sapevi quando iniziava, ma non quando finiva. Ad Amadeus, in caso di bis, suggeriamo di invitare almeno la metà degli ospiti che ha coinvolto. Mancavano solo i marò.

Ora ho palesemente bisogno di dormire. All’anno prossimo, ragazzi.