Che New York non sia Benevento mi pare logico.

Affermazione lapalissiana direte, o forse incipt in grado di inimicarsi in un colpo solo tutti i lettori campani, con un autogol alla Koulibaly, o alla Salvini, a seconda della vostra squadra del cuore e del vostro orientamento politico.

In realtà no, nulla di tutto ciò: è una semplice constatazione funzionale alla reason why dell’articolo (il ritorno al business milanese ha già imbruttito il mio linguaggio, già fastidioso di suo): intendo dire che a New York non ci si può andare con lo spirito del “vado e giro a caso, vedendo cose che mi piacciono”; almeno, non durante tutta la durata del viaggio. La grandezza della Mela è infatti tale da perdersi senza arrivare da nessuna parte, se non si sa dove andare. Come la vita, direbbero alcuni fissati con il goal-setting, e al contrario di essa, come direbbe qualsiasi pagina di un manuale buddhista, per il quale perdersi senza obiettivi è il modo migliore per raggiungerli. Comunque la pensiate, serve, tra gli occhi al cielo dei vacanzieri spensierati e il ghigno malefico di goduria di quelli hanno il Furio/Verdone nel sangue, un minimo di pianificazione.

Quest’anno ho avuto personalmente la fortuna di avere ben 9 giorni per visitarla, e mi sembra utile e doveroso proporvi qui quello che è stato il mio itinerario (un po’ serrato, eh, lo ammetto), nel caso la Grande Mela sia nelle prossime destinazioni della vostra lista dei desideri, quella cosa fantastica che vive di tensione fra sogni di vita e disponibilità economica. Tornando a noi, è vero che a New York manca il piglio europeo e lo spirito di piazza, e l’urbanistica fatta di vie tutte uguali risulta anche a tratti monotona, ma rimane comunque una bella signora a cui non si può negare una cena, e soprattutto una vacanza. È una di quelle città da vedere almeno una volta nella vita, insomma.

Il consiglio iniziale, per chi volesse seguire questo itinerario (o altri simili) è fare il new york pass: pagando tutto subito (via il dente via il dolore) vi consente l’ingresso in quasi tutte le attrazioni, saltando quasi sempre la fila. It sounds like Gardaland ma in fondo è quello che New York un po’ è.

A voi!

Foto di Alessandro Salati. Ig: @apropositodiale

GIORNO 1

Ipotizzando che gli orari del vostro primo giorno coincidano con i miei, e cioè con un arrivo a NY a metà pomeriggio ora locale, una buona idea (e non soltanto perché è mia) è quella di girare nella zona che meglio rappresenta il punto di non ritorno della società iperconsumista nella quale viviamo: Times Square, o anche il primo luogo al mondo per numero di visitatori. Zona una volta malfamata e piena di prostitute, rappresenta oggi, quasi a voler essere in continuità con il proprio passato, la mercificazione della mente umana, assoldata qui al servizio delle multinazionali mondiali. Un bombardamento luminoso pubblicitario che pare quasi la supernova di un capitalismo morente: vi sentirete subito una guerriera sailor che lotta per il comunismo. Stremati dal fuso orario e dal marketing selvaggio, percorrete barcollanti ma pur sempre fiduciosi nel futuro la 45esima strada, fino ad arrivare alla Grand Central Station: entrate, osservate e fotografate il brulichio di anime che percorrono la stazione chissà con quale meta. Provate a immaginarvi le loro vite, chiedetevi se sono felici, chiedetevi se lo siete anche voi e uscite poi senza risposta e ancora più barcollanti sulla 42esima, dove troverete lì ad aspettarvi il Chrysler Building. Leggetevi la storia su una guida, perché non ho nessuna voglia di spiegarvela, e arrivate poi fino al Palazzo delle Nazioni Unite. Tornate infine indietro sulla 42esima, dove per la golden hour (si dice così, tramonto è da vecchi romantici) vi aspetta Bryant Park, un angolo che di sera assume contorni e tinte magiche; assomiglia alla fotografia di un film di Woody Allen. Accomodatevi sulle sedie vista parco e cenate lì, raccattando qualcosa nei servizi di ristorazione (?) circostanti. Il primo giorno è andato e potete ora dormire sereni, se il jet lag ve lo permette.

Foto di Alessandro Salati. Ig: @apropositodiale

 

GIORNO 2

È il primo giorno pieno, quello dell’esplorazione. Il presupposto è il bel tempo, dato che non entrerete in nessuna attrazione, conservando il pass per i giorni successivi. Scendete dalla metro (ah, sporchissima) a Canal street, e iniziate la vostra esplorazione dalle vie di Chinatown. Caratteristica, certo, ma aspettatevi un’atmosfera un po’ artificiosa; sembra il set di un film lasciato lì, con i riflettori ormai spostati altrove. Stessa sensazione che probabilmente avrete fra le strade dell’adiacente quartiere Little Italy, ormai un residuo sfitto di quello che una volta era il vero e verace quartiere italiano. Il vuoto di agosto non aiuta a dar vita al passato. Fermatevi per un caffè al Cafè Roma, al 385di  Broome St: qui potrete scattare una foto superinstagrammabile davanti al bellissimo murale  di Audrey Hepburn: 100 like assicurati per cercare di riempire narcisisticamente il vuoto che avete dentro. Proseguite il tour a piedi per le strade di Soho, dove riconoscerete nelle scale dei palazzi lo stile delle classiche case dei film newyorchesi. Non perdetevi il Broadway Market, negozio geniale di abbigliamento e di artistoidi al 227 di West Broadway. Non fate il mio errore di dire “ma sì, ci ripasserò, per ora non compro niente”, perché no, non ci ripasserete. Carpe diem, cazzo, ancora non l’ho capito. Lasciate Soho per arrivare a Greenwich, fra i quartieri più creativi e arcobaleno di NYC. Girate un po’ fra le vie fino a convergere verso Washington Park, dove potrete prendere un attimo di respiro e magari mangiare qualcosa fra gli scoiattoli e i delinquenti. Da vedere, in questa zona, un originale e nascosto murale di Haring, all’interno di una piscina all’incrocio fra Carmine Street and Seventh Avenue (lo vedete da fuori) e il mitico pub Stonewall, laddove partirono i primi moti gay (quando ancora non si diceva lgbt e si usava ancora la parola moti, bellissima) nel lontano (ma non troppo) 1969. Se ormai si è fatta ora di cena, fermatevi a mangiare al CafèWha?, storico locale che ha visto muovere i primi passi di Bob Dylan e Jimi Hendrix nel mondo della musica newyorchese. Controllate le serate sul sito e prenotate il vostro posto: mangiare qui costicchia, ma la musica dal vivo merita.

Foto di Alessandro Salati. Ig: @apropositodiale

GIORNO 3

È tempo di attivare il vostro pass, (tenete conto che lo acquisterete con una durata in giorni, ed è dunque importante concentrare le attrazioni in giorni ravvicinati). Nel mio caso il primo giorno del pass ha conciso con il primo giorno di pioggia intensa: potete usare dunque questa giornata nel caso di brutto tempo, concentrandovi sulla cultura. Iniziate dalla celeberrima Fifth avenue, e partite dal fondo con l’accoppiata di musei GuggheneimMetropolitan: più immerso nella contemporaneità il primo (non è vero che merita solo per l’architettura!), un pieno di classiconi il secondo. Sembra di sfogliare il libro di arte del liceo, quindi un po’ di nostalgia, se già non è presente nella vostra vita in maniera costante, può venire. Nella lista di musei non ho inserito il MoMa, solo perché al momento (fino ad ottobre, solita fortuna) è in ristrutturazione. Entrambi i musei vi occuperanno del tempo, dunque andate con calma e prendetevi tutta la giornata. Chiudetela scendendo lungo la Fifth avenue, fino ad arrivare alla cattedrale di St. Patrick, unico elemento di spiazzante rimando cristiano-europeo lì, in mezzo ai grattacieli. Anche il terzo giorno volge al termine.

Foto di Alessandro Salati. Ig: @apropositodiale

GIORNO 4

Per il quarto giorno rimaniamo in ambito artistico, passando all’esplorazione di uno dei quartieri che più di recente ha subito un’opera di restyling: Chelsea (no, non è Londra). Iniziate la giornata dal Whitney Musem, dove troverete arte contemporanea, nient’altro che arte contemporanea: per chi arriva da Milano, noterete somiglianze architettoniche e artistiche con la Fondazione Prada. Un olandese ha progettato la nostra, un italiano, Renzo Piano, la loro. Tutto il mondo è paese. All’uscita, imboccate l’Highline, lunga “passerella” di recente costruzione, dove tra curata vegetazione e meno curate persone, camminerete con lo sguardo su tutto il quartiere. Lungo il cammino, prendetevi delle pause e scendete in strada: un’ottima idea è di farlo in prossimità dell’Empire Diner, locale molto famoso dove mangiare classici hamburger. Fotografate il murale sopra i tavoli che riproduce Frida Kahlo, Keit Haring, Basquiat e Andy Wahrol e risalite sull’Highline, che terminerà con l’instagrammatissimo Vessel, struttura che, se vi rimangono polmoni, potete provare a scalare a piedi. Chelsea è quartiere artistico, anche pieno di gallerie. Ma alla fine c’è chi è tipo da “prendi l’arte e mettila da parte” (vi vogliamo bene lo stesso): potete terminare il vostro tour quotidiano con la visita al Madison Square Garden, che farà contento il lato sportivo che è in voi (se è presente). Maschio alfa starter pack.

Prendetevi del tempo per girovagare nel quartiere e nei suoi innumerevoli negozi. Aspettate la golden hour e salite sull’Empire State Building: sarà di gran lunga la cosa più bella di questo viaggio.

Foto di Alessandro Salati. Ig: @apropositodiale

GIORNO 5

Nel mio caso il quinto giorno ha coinciso con la domenica, ed è essenziale che sia questo il giorno della settimana per procedere con questo appuntamento (nel caso invertitelo con un altro giorno, sì insomma siete grandi): non è New York senza la messa gospel di Harlem, anche se mi si potrebbe obiettare che si tratta spesso più di una fonte di business che non di un rito religioso, ma baby, that’s America. Personalmente ho scelto la  Canaan Baptist Church, e con il mio fiuto ho preso ovviamente la celebrazione sold out. Controllate dunque sul sito gli orari della messa e presentatevi con congruo anticipo, non addentando di corsa una brioches mentre cercate ancora di resuscitare dall’hangover della serata precedente. Nel mio caso la fortuna mi ha assistito, e mi hanno dirottato in una “filiale” lì vicino. Uso questo termine non a caso, data la solerzia dei sacerdoti nel ritirare il contributo di ingresso di 10 dollari. L’esperienza, autentica o meno, è comunque meritevole: la musica dal vivo è talmente bella che quasi si vede Gesù Cristo anche non avendoci mai creduto: e si esce convinti che sì, sono i neri che hanno la musica nel sangue. Usciti dalla messa, raccogliete voi stessi e girate per Harlem, il quartiere è delizioso. Scendete poi verso Central Park, dove, noleggiando le bici, potrete gironzolare pensando a quanto è piccolo parco Sempione, e anche voi, se mettete da parte il vostro ego. Godetevi il relax, se avete un cervello che ve lo permette. Per la sera, dato il giorno di relativo relax, considerate lo Stardust, ristorante tipico con camerieri che si trasformano in ballerini (e viceversa): c’è un po’ di coda ma se siete milanesi, beh, ci siamo abituati.

Foto di Alessandro Salati. Ig: @apropositodiale

GIORNO 6

Riposati e restaurati dalla domenica di “relativo” riposo, riprendete l’energia per macinare chilometri: c’è da esplorare l’East Village, zona piena di etnie e arte, nelle cui strade ha passeggiato gente del calibro di Madonna e Basquiat, mica pizza e fichi. Scendete ad Astor Place e cominciate a percorre st. Marks Pl, via importante per la storia della musica, fra i cui palazzi si nasconde anche quello raffigurato sulla copertina dell’album Physical Graffiti dei Led Zeppelin: i più rock di voi sapranno di cosa sto parlando (io no). Girate tra i negozi, con uno spirito un po’ da vagabondo, imprescindibile per esplorare l’intero quartiere o forse l’intera vita. Scendete sulla settima, dove adiacente al Tompkins park, troverete un graffito/memorial dedicato a Joe Strummer, tra i fondatori dei The Clash: sempre solito discorso riguardo i più rock di voi. Sulla settima, Trash and Vaudeville è un classico per lo shopping vintage (sopratutto per il genere metal/rock, ri-daje), mentre per la pausa pranzo/brunch valutate Veselka, sulla nona: gestione ucraina, con le loro specialità, ma fortissimi anche su pancakes e americanate varie. Continuate l’esplorazione: se siete fan di Madonna (piccola chicca) al 232 della quarta trovate la sua prima abitazione; se siete fan di Basquiat, che comunque è presente in questa città quanto Salvini sulle spiagge, al 57 Great Jones St, trovate, fra i murales, la targa commemorativa. Tempo di un fugace giro in un meritevole negozio di antiquaria (ma vi sono anche camicie bellissime) al 302 di Bowery street e di un po’ di shopping nelle stradine adiacenti, che non potete perdervi, se un minimo interessati all’arte contemporanea, il New Musem: merita. Se capitate qui il weekend, potrete anche salire all’ultimo piano e godere della vista; altrimenti, poco male: poco più in là c’è possibilità di intrufolarsi al Citizien Hotel (183 Bowery) per godere sempre della vista, ma in compagnia di una buona birra. Trascorrete infine le ultime ore del pomeriggio in Orchard street, piena e viva di negozi e gallerie d’arte e ultimate la giornata con una cena da Katz’s Delicatessen, al 205 E Houston St: è il posto dove è stata girata la famosa scena di “Harry ti presento Sally”: specialità pastrami.

Foto di Alessandro Salati. Ig: @apropositodiale

GIORNO 7

È il giorno dell’uscita da Manhattan, e dell’esplorazione di Brooklyn: volontà popolare direbbe di iniziare dal famoso ponte, ma no, non siate banali: cominciate dal quartiere di Williamsburg, vera e propria parte hipster della vita newyorchese. Scendete a Bedford Station e percorrete Bedford avenue, piena di negozi vintage. Se capitate di qui il sabato, fate un giro al Flea market, tra i più famosi nell’ambito “usato”. Archiviate ora gli hipster con la stessa nouchalance con cui vengono messi da parte nel mondo, e spostatevi nella parte più interna di Brooklyn: nel giardino botanico troverete anche un piccolo angolo di Giappone. Lì di fianco c’è anche il Brooklyn Museum, che ho trovato chiuso (il lunedì molti musei lo sono), ma mi dicono dalla regia sicuramente meritevole.

Percorrete Flatbush avenue (sono un po’ di km, alla peggio andate di bus) e oplà siete a Dumbo per la gioia del vostro profilo Instagram. Chiudete il cerchio percorrendo il ponte e approdando finalmente a Manhattan. Se vi è avanzato del tempo e delle energie, recatevi, nello stesso giorno, a Ground Zero per visitare il Museo del 9/11: una commovente commemorazione del tragico evento; di fronte, la Freedom Tower. Con 40 euro da parte, potete salire e dominare la parte sud di NY. Alla golden hour, chiudete la giornata con il rooftop dell’Arlo SoHo (231 Hudson St) per un cocktail: ambiente giovanile e non eccessivamente tirato.

Foto di Alessandro Salati. Ig: @apropositodiale

GIORNO 8

Olè, siamo al penultimo giorno: in ritardo come sempre nella mia vita, ecco le cose più mainstream, in teoria il reason why di un giorno a NY:  Wall Street e Statua della libertà.

Iniziamo dal quartiere del male, l’emblema del capitalismo colonialista made in America. La zona, a dispetto di ciò che rappresenta, è in realtà anche molto interessante, nella sua capacità di alternare palazzoni di banchieri a chiese  storiche che appaiono piazzate lì, un po’ a caso (o forse è il contrario): Trinity church sembra il luogo dove i mostri della finanza possono andare a redimersi dopo una mefistofelica giornata di lavoro dedicata a capire come aumentare le diseguaglianze sociali.

Passate di fronte al palazzo della Borsa (dove purtroppo non si può entrare) e fermatevi di fronte al famoso toro, facendo slalom fra i turisti che pendono da una sua parte del corpo che non sono certo le labbra. Evitabile. Passate poi per Battery Park e da lì fate i biglietti per il traghetto che vi porterà sia alla Statua della libertà che al museo di Ellis Island. La prima non è grande come vi hanno promesso da piccoli, ma ha una presenza scenica notevole, come direbbero a X-Factor. Il secondo è un bellissimo viaggio su come l’America ha affrontato e cavalcato (bene) quel complessissimo fenomeno chiamato immigrazione.

Troppo mainstream per oggi? Prendete verso sera la metro in direzione Bushwick. Scendete a Morgan Avenue Station e perdetevi (ma non troppo, il quartiere non è proprio il massimo della tranquillità) fra le vie ricoperte da murales. Cenate da Roberta’s (pizza ottima!), situa super underground, e controllate le serate dell’House of Yes, discoteca lì vicino. Il quartiere più young della city.

Foto di Alessandro Salati. Ig: @apropositodiale

GIORNO 9

È tempo di levare le tende. Chiudiamo con l’ultima mattinata:  tenetevi un po’ di ore libere per girare a caso (e magari fare shopping) o sulla 5th avenue o nell’East Village, a seconda che vi sentiate più posh o più hipster. Guardate poi per un’ultima volta la città dall’alto, salendo sul Top of the rock, la cui vista su Central Park è purtroppo ora in parte coperta da grattacieli in costruzione. Fate tutte le foto che volete (e rifiutate di pagare quelle che vi fanno loro) pronti a immortalare, forever, l’ultimo spicchio di questa vacanza.

Foto di Alessandro Salati. Ig: @apropositodiale

L’esplorazione è finita, New York ora non ha più segreti: andate in pace (e non controllate il vostro conto in banca), direbbero ad Harlem