Ognuno di noi ha i suoi libri di riferimento.

Quelli che spesso ritornano sul comodino. Che se non ti cambiano la vita, almeno ti cambiano il modo di guardarla. Quasi sempre in meglio, e credo sia per questo che nonna mi diceva che leggere fa bene.

Nel mio caso, incontrai uno di questi libri lungo quella selva oscura anche detta percorso accademico. Mi piace chiamarlo così, non tanto per il buio che lo attanaglia, quanto per la luce che ti coglie impreparato all’uscita. Il libro in questione era un trattato della sociologa Marinella Sclavi dal titolo Arte di ascoltare e mondi possibili, ed aveva una bellissima copertina, con buona pace di chi pensa che i libri non si giudichino anche da essa.

Ricordo che a quell’epoca, come tutti i ventenni filosofi di belle speranze e spero anche di bella presenza, ero un accanito antiberlusconiano. Accanito al punto che non potevo tollerare né la presenza né tantomeno le argomentazioni dei pochi (dichiarati) sostenitori. Mi chiedevo come fossero possibili certe tesi, dall’alto di non so che cosa, e mi rifiutavo di parlarne con chiunque non la pensasse come me.

Poi mi capitò fra le mani questo libro, e subii un vero e proprio scossone epistemologico (sobbalzai un attimo dalla sedia, per i non filosofi): la tesi principale verteva sul fatto che, al fine di rafforzare le proprie tesi, serve capire, ascoltare e comprendere non solo le posizioni degli oppositori politici, ma anche, per quanto difficile, quelle di rapinatori, pedofili, stupratori terroristi e milanisti. Di primo acchito pensai: “è inconcepibile capire e giustificare comportamenti del genere”. E difatti avevo ragione. Quello che non avevo colto era l’enorme spazio che si apriva fra la parola giustificare e quella comprendere.

Il concetto principale del libro, e più in generale della pratica dell’ascolto attivo, è semplice: l’unica strada per reagire al meglio di fronte a certi fenomeni è comprenderli, e ciò non è possibile (né auspicabile) se non tramite una profonda immersione nella storia altrui. Il protagonista soggettivo deve tuffarsi totalmente nei panni della controparte. Sentirsela addosso, per quanto urticante. Non si può combattere un serial-killer se non si sa il perché delle sue azioni, se non si prova anche solo per un istante il suo stesso istinto. Il modo migliore per smontare un leader politico è sedersi al tavolo con un suo sostenitore; era chiaro. Avrei dovuto parlare con un berlusconiano.

L’altra sera, durante la visione di Joker (trovate la nostra recensione qui), non ho potuto non pensare a uno dei miei libri guida. L’asse ideologico del film è difatti proprio l’ascolto attivo: ci insegna che è troppo facile etichettare il violento come il “cattivo”. Siamo chiamati a fare uno sforzo in più, passando prima nei suoi panni, fondendoci con il suo passato, sentendo anche noi il dolore dei calci nello stomaco, la disperazione per un padre che non c’è, il mondo che ti crolla addosso per una madre bugiarda. L’umiliazione di chi non capisce il tuo problema. Diventiamo un tutt’uno con il Joker, tant’è che a un certo punto respiriamo la sua vita, non più la nostra. È solo allora che capiamo, comprendiamo, il perché della violenza. Non significa che la giustifichiamo. Significa che il suo passato è il perché del suo presente. Ed è così, sempre, e per tutti.

Si potrebbe stare qui ore a parlare di come il film riassuma il disagio di un’epoca, e di come la rivolta capitanata da Joker sia solo il punto di un ritorno di un popolo sofferente che non viene capito dalle élite e tacciato di becero populismo. Di come in Joker ci sia quasi una condanna verso le posizioni occidentali sul terrorismo islamico: etichettati come pazzi violenti, senza mai chiedersi il perché.

Potremmo anche discutere di come Joker scivoli solo all’ultima curva, a un metro dall’arrivo fra le leggende del cinema, quando cerca forzatamente un incastro con la narrazione di Batman, perdendo di verosimiglianza e sfociando nell’esagerazione. Si potrebbe anche parlare della mastodontica interpretazione di Joaquin Phoenix. Ma il punto centrale del film è far ricordare a tutti noi quanto è importante capire, prima (o al posto) di giudicare.

Diceva Platone “ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii, gentile, sempre”.

Io accarezzo la copertina del mio libro, malinconicamente riassaporo i tempi che furono, e ringrazio nonna per avermi insegnato a leggere oltre le righe.

In radio c’è l’ultima di Niccolò Fabi. Si chiama “Io sono l’altro”. Nel ritornello sussurra “quelli che vedi sono solo i miei vestiti, adesso facci un giro e poi mi dici”.

Penso che sarebbe un bellissimo tempo per ascoltarsi.