Che Francesco Gabbani con la sua Occidentali’s Karma abbia vinto il festival di Sanremo non solo è ormai una considerazione ovvia ma, con i tempi frenetici in cui viviamo, è anche una notizia ormai superata: e no, noi di Artwave non siamo qui a dirvi ciò che sapete già.

È stato un bel festival, in cui le canzoni hanno avuto la meglio sullo show, ma tutto sommato anche questo ve l’abbiamo già detto: proviamo dunque insieme ad allargare la mente e andare un po’ al di là, per vedere ciò che sta dietro, di fianco e soprattutto davanti a noi in termini musicali. E sì, su questo chiedo il confronto con tutti, perché la musica non è proprietà di nessuno, se non di chi la ascolta.

Quello che mi sembra manchi, in questi giorni in cui tutti cerchiamo di riprenderci dall’hang-over sanremese (no, l’aspirina non funziona), è una riflessione più profonda sullo status generale della musica italiana, anche e soprattutto al netto di quanto visto in questi (interminabili) giorni di kermesse ligure.

La prima considerazione che possiamo fare è riferita ai cantanti che a questo festival hanno partecipato, andandoci a domandare se sussiste una correlazione con gli artisti che la classifica la stanno scalando, indipendentemente da Sanremo. La risposta è almeno in parte affermativa: Il sarcasmo intelligente di Gabbani, l’estro (un po’ in ombra in questi giorni) di Samuel, lo stile indie-gitano di Ermal Meta, il cantautorato classico di Fabrizio Moro e l’innocente saggezza di Michele Bravi non ci sembrano lampi nel buio del panorama musicale italiano, ma tracce che vanno anzi ad inserirsi in quel filone di natura più undergound/indipendente che sta vivendo da gennaio uno dei suoi momenti migliori, con l’ingresso in classifica di nomi quali Baustelle, Mannarino, Brunori Sas e i TheGiornalisti.

Con una gentile carezza a chi voleva la musica italiana d’autore morta da tempo, il trend del momento sembra contrariamente a quanto si dice proprio la lontananza dal classico pop italiano (neanche Tiziano Ferro d’altronde vi è più dentro) e la vicinanza a una cultura musicale meno orientata alla ricerca ossessiva di rime adatte al mercato e più spinta verso l’espressione spontanea di una natura prettamente artistica. Detto in soldoni, la gente sembra essersi stufata dei soliti ritornelli e ambisce ora a qualcosa di più ricercato. È quanto sta succedendo anche all’estero, con le grandi dive Rihanna e Beyoncè a far da leader a questo smottamento del mainstream verso terre più indie. Con le dovute proprozioni, va dato atto a Carlo Conti di aver compreso questo trend e di aver dato ampia rappresentanza a questo tipo di musica, credendo in prima persona nel progetto del vincitore Francesco Gabbani.

La seconda considerazione è che, se è vero che il filone autoriale della musica italiana è attualmente caratterizzato maggiormente da tinte azzurre, la parte femminile, coerentemente con la sua storia più legata al mondo dell’interpretazione, non sta certo a guardare; Fiorella Mannoia non ha infatti perso questo festival, come i maligni lasciano a intendere.

Fonte – ItaliaPost

La cantante romana, insieme alla Nannini (e forse anche maggiormente), si conferma come l’unica artista della sua età in grado di intercettare un pubblico di variegata composizione anagrafica. Qui non parliamo di una Patty Pravo, che fa la sua comparsa a Sanremo e sul mercato ogni 10 anni, non andando al di là dei fan storici: parliamo di una signora di 62 anni che arriva seconda al televoto, e no, a questo livello non ci si arriva senza i giovani. L’interprete romana non può che esserne contenta: grazie alla sua partecipazione ha consolidato il suo posizionamento nel firmamento italiano allargando ulteriormente il suo target di riferimento.

Discorso simile ma più complesso per Paola Turci, cantante a autrice sempre ingiustamente sottovalutata dal pubblico italiano: la sua presenza al festival è stata a dir poco sexy e carismatica, e la speranza che una parte d’Italia possa riscoprirla ora è davvero forte.

Fonte – Elle

A queste due interpreti/autrici di “vecchia data” (ma sempre giovani dentro) è affidata la guida di un mondo artistico femminile che, lasciando stare i nomi più blasonati che van da sé (Pausini, Elisa, Giorgia) trova in Noemi, Emma, Malika Ayane e Arisa le voci (ma non solo) da cui partire.

Potremmo andare avanti a parlarne per ore, perché sicuramente stiamo ignorando trend e cantanti allo stesso modo interessanti. Ma per concludere, ci sembra di poter dire che il panorama italiano è ricco, variegato e pieno di spunti interessanti: sarebbe allora forse il caso di smettere di buttare sul mercato in continuazione nuovi talenti, fermare tutti i talent show per 5 anni e cominciare a lavorare e ascoltare maggiormente la ricchezza che già possediamo, consapevoli che solo da un costante lavoro di squadra fra il mondo autoriale e quello dell’interpretazione può nascere il futuro della musica italiana. Ed è quello che fra mille difficoltà sta già avvenendo. Non ci rimane che seguirlo e sostenerlo a modo nostro (fra le righe, comprate i dischi!)

In bocca al lupo, musica.